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satira, un punto di vista un po' storto
8 maggio 2016
GEN? NEL POZZO
Questa foto, trovo ci riveli qualcosa di utile           

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SOCIETA'
16 aprile 2016
Specie di sbagli

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29 marzo 2016
Lucky Luke ed il Principe di Lampedusa
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29 marzo 2016
Quasi
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SOCIETA'
15 marzo 2016
Empietà
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SOCIETA'
19 febbraio 2016
Scie chimiche: ho le prove
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letteratura
14 novembre 2015
Bollettino di guerra n°1: La Burba

Non tutti gli accenti di questo raccontino sono esasperati. Chi sa, saprà distinguere ed ordinare


Ce lo buttarono, come un quarto di ciccia, nella gabbia dove noi andavamo disordinatamente avanti e indietro presso le sbarre, arruffati, a teste incassate nelle spalle e guardando in obliquo di sotto in su; lo vedemmo lì in piedi e di colpo ci fermammo, guardandolo a fauci semiaperte; lui non aveva nemmeno posato il zaino (la Naja cambia tutto, pure gli articoli) e ci sorrideva.

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politica interna
21 settembre 2015
Per non dimenticare
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musica
25 agosto 2015
Vacanze canzonando
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SCIENZA
8 agosto 2015
I racconti dell'orrore: - La coccia di morto
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LAVORO
10 luglio 2015
Godot Srl
SCIENZA
23 giugno 2015
Non antropomorfizziamo

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letteratura
13 giugno 2015
La controstoria di Gerardo dei Tintori
Il fiume Po per i lombardi è un dio che cala dalle cime de’ cieli monvisi per raggiungere la piana piatta e darle vita d’acqua; affluente di dio, poco più d’un cherubino tra tanti ruscellanti arcangeli, è il Lambro. Questo rivolo appen più acquoso d’uno sputo prende sgorgo dai monti di Magreglio, luogo dimesso pur nell’onomastica, e cala sciaguettando fino alla città di Monza, famosa, se non altro, per la monaca. Lì si ferma. No, scherzavo, lì s’allarga, o almeno s’allargava prima che il vecchio borgo denso di mulini, filerie e tintorie che lo scacazzavano ben bene si trasformasse nella succursale di Milano, prima, e poi nel borioso cittadon di poi; ma non precorriamo i tempi, anzi, facciamo passi indietro a jòsa et ìmo al medioevo vecchio bastante. SEGUE SU MESSAGGERE.WORDPRESS.COM
5 maggio 2015
"Tecniche d'ingaggio indolore" e "Per aspera ad peronospera" - due commenti sull'attualità
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16 aprile 2015
Trasferimento

A causa del funzionamento di questa - come si dice - "piattaforma", dirotto i visitatori di questo spazio all'indirizzo:
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Arritrovarci
letteratura
13 aprile 2015
Il Genio è nudo

Ho preso, per spostarlo, quel coso della nonna, un soprammobile che non ho mai capito cos’è: un vasetto, una lampada ad olio, un portagioie, un salvadanaio di coccio; lo sposto da lì perché non m’è mai piaciuto, ma non si butta mica, perché era della nonna; lo prendo e (Freud ci vedeva lungo) mi scivola di mano, cade e si rompe.
Porca l’oca; son contento ed arrabbiato allo stesso tempo; mentre borbottando ne raccolgo i pezzi con la scopetta, mi par di udire dietro me un mormorìo:
Mi giro di scatto e non credo ai miei occhi: un tizio è dietro di me, in casa mia, in piedi nella stanza, con le mani sulle anche e la schiena inarcata:
– “aahhh… santi secoli, era ora…” – dice stiracchiandosi. Io, con i cocci in mano e la scopetta resto annichilito a guardarlo
– “ma!… chi è lei? Come è entrato? Cosa fa qui?” – grido spaventato. L’uomo mi guarda con un largo sorriso
– “non abbia timore, caro Internet, non voglio farle del male, anzi. Sapesse da quanto aspettavo questo momento: non mi sembra vero di potermi finalmente allungare un po’… aahh… sa, non è che noi genî possiamo ridurci come una molecola: vabbene superpoteri e miracoli vari, ma in una ampollina così lei non può immaginare quanto si stia scomodi!”
Io sono rimasto fermo con i miei residui in mano e riesco a malapena a parlare: – “qui…chi… non riesco a capire come sia entrato… lei è in casa mia, io non la conosco… faccia il piacere di uscire… e l’avverto che da ragazzo ero cintura blu… vada fuori prima che…”
L’uomo mi guarda calmo e quasi ironico: – “…questo si configurerebbe come un desiderio, per cui glie ne resterebbero solo due, ma… vabbè: capisco la sua sorpresa e non ne teniamo conto; lei mi ha liberato da una fastidiosissima prigione ed io sono un genio accomodante. Amico mio: secondo le regole le spettano tre desideri; può esprimerli quando vuole, ma, se volesse farmi un’ultima cortesia, la pregherei di darmene ordine quanto prima: immaginerà che, in tutti questi secoli essendo lì rinchiuso, io abbia dovuto rimandare un mucchio di impegni…”
Io rimiro l’intruso: non pare pericoloso ed ha modi simpatici; iniziando a trovare in quella situazione un lato curioso, dico: “lei m’incuriosisce: non credevo che un ladro d’appartamenti sapesse essere così fantasioso” – poi, agitando le cose in mano: – “facciamo così: io non chiamo la polizia a patto che lei mi prometta di togliersi di torno prima che possa venirmi voglia di prendere quel machete amazzonico che mi ha regalato il mio amico giramondo; che ne dice: mi pare offerta ragionevole, no?”
– “…Ha fatto bene a dire ‘offerta’, amico mio" - risponde l'uomo - "altrimenti avrei dovuto considerarlo un desiderio sprecato. Vede, coi desideri espressi al Genio bisogna andarci cauti, ci sono mille trabocchetti: la contradditorietà del desiderio, la forma espressiva, la sequenza dei desideri… è facile cadere in inganno ed essere conseguentemente ingannati da un Genio malevolo; ed essere ingannati da un Genio, le assicuro, è un bel pasticcio”.
– “Va bene, ho capito”– replico – “lei è un ladro geniale. Mi scusi un attimo, vado a prendere il machete così tronchiamo, è il caso di dirlo, questa discussione”
– “Posso far qualcosa per convincerla?” – dice l’uomo mostrando le palme – “un miracolino gratis? Vuole che leviti, che so, oppure le faccia comparire caviale e Champagne e ci brindiamo sopra? A molti piace”
Io mi fermo e mi volto verso il ladro: – “vede, vecchio mio, io conosco un prestigiatore di professione e di questi trucchetti ne ho visti a centinaia; lei vuole dimostrarmi di essere non un cittadino qualunque ma nientemeno che un Genio? Benissimo” – e, guardandolo sardonicamente gli dico: – “risponda al quesito: ‘perché votare rènzi dovrebbe essere considerato qualcosa di inconcepibile?’”
L’uomo sorride con uno sbuffo e risponde calmo: – “beh... perché il fatto che egli sia un bugiardo lo si evince dalle bugie che ha detto finora; ma anche non ne avesse ancora dette, basta guardarlo mentre parla per capire che mente. Ed a chi mente, come si può consegnare non solo il proprio denaro, ma addirittura il destino del proprio Paese?” - mi guarda con espressione furba - "ho indovinato?" - dice ridendo.
Lascio cadere di mano la scopetta e tutti i cocci e cado fulminato in ginocchio, braccia al cielo: – “mio dìo, un Genio! Un Genio vero! Perdonami se ho dubitato di te, o Genio, ti credevo un elettore minchione e mi sbagliavo! Ecco perché stavi in una lampada del cazzo! Ecco perché rènzi è Presidente del Consiglio! Ecco perché…”
L’uomo ride aiutandomi a rialzarmi: – “su, su, amico mio, non faccia così, io sono un Genio democratico… e poi sono in debito con lei: quel vasetto fetente non lo sopportavo più, abbiamo anche gli stessi gusti! Ma ora, la prego, mi lasci fare il mio lavoro: tre desideri, orsù, e poi ci si saluta da buoni amici; eccomi a sua disposizione. Aspetto”
Asciugandomi le lacrime, al sommo dell’emozione, cerco di calmarmi e dico al Genio: “macché tre… me ne basta uno, uno solo; gli altri non mi servono”
– “Attenzione a quello che dice, caro Internet, ricordi quello che le ho detto sui desideri. Comunque, uno solo non si può fare; è la regola: tre o niente”.
– “Per forza tre?”
– “Per forza. E occhio alla forma ed alla sequenza, mi raccomando. È pronto?”
– “E va bene, pronto. Allora: come primo desiderio… vorrei mi aggiustasse quel fornello lì; è sempre difettoso e mi snerva. Un giorno o l’altro scaravento la cucina in cortile; ma visto che oggi lei è qui…”
Il Genio rimane incerto guardandomi con espressione attonita: – “lei vuole che le aggiusti un fornello? Ho capito bene?”
– “Ha capito magnificamente, egregio Genio; per lei sarà una bazzecola, spero. Non sa quanto mi girano nel continuare a tener d’occhio la fiamma perché non si spenga. Prego, mi stupisca”
– “Ma…”
– “Ehi, non comincerà a far subito problemi! Si tratta di un fornello! Diamine, è un Genio o cosa, lei? Non ho mai visto un idraulico in una lampada!”
Il Genio solleva le sopracciglia e china il capo: – “è la prima volta che mi capita, ma… e va bene: il fornello adesso funziona perfettamente. Contento lei…”
Accendo e spengo la fiamma più volte: – “accidenti, lei è davvero meglio di quello stronzo idraulico dell’ultima volta che mi ha fregato ottanta Euro e non ha aggiustato una fava! Complimenti!”
– “Sono davvero lieto di essere considerato meglio di un idraulico stronzo, mi creda. Ed ora, le restano due desideri”
– “Due ad ogni costo, eh?”
– “Due, sì, e… ma insomma, le sembrano troppi? Lei è il primo che ne vuole uno e non dieci!”
– “Dieci non servono a un cacchio. Uno, ne serve”
– “Ma le cose da volere sono moltissime! Donne, denaro, salute, potere, bellezza, giovinezza, vita eterna, pace nel Mondo, felicità per tutti, una bicicletta nuova…”
– “Uno, uno. Gli altri, tutte balle”
Il Genio allarga le braccia: – “allora mi dica. E mi permetta di consigliarle di scegliere con attenzione il meglio possibile: ha solo due desideri, lo rammenti”
Ora mi sento molto allegro e: – “qui mi ci vuole una sigaretta… oh cristo, le ho finite! Eh, ma già: può benissimo pensarci lei, che sciocco: un pacchetto di sigarette, grazie!”
Il genio resta immobile a guardarmi, poi, con aria impensierita e nervosa, mi dice: – “senta, l’emozione deve averle giocato un brutto tiro: io faccio finta di non aver sentito, si sieda un momento, beva un bicchier d’acqua e si prenda del tempo. Tra dieci minuti torno a vedere come sta”
– “Ma dove va?” – grido – “non vorrà sparirmi sotto il naso! Ho detto ‘un pacchetto di sigarette!’ non mi farà ripetere i desideri ogni volta eh? Dài che non è un gran sforzo: un pacchetto di sigarette, otto milligrammi di nicotina e senza intervalli, che sono in astinenza e tra un po’ mi fumo un pollice, su”
– “Oh santa Persia” – si lamenta il Genio guardando in alto – “e va bene: eccole il pacchetto di sigarette. E adesso si rende conto che le resta un unico desiderio? Non mi chiederà di tosarle il cane, spero, o di spostarle la poltrona!… la prego, si concentri, pensi alla cosa che vuole di più dalla vita, lei può avere quella cosa ora, in questo istante! Può avere tutto ciò che vuole e che si può esprimere in un unico desiderio, lo capisce?”
– “Spostare la poltrona… no no. Qualcosa di assai più semplice davvero. Molto meno impegnativo” – dico accendendomi una sigaretta
– “Che il suo dio la illumini, amico mio: tremo e aspetto; si sente pronto? Vuol fare una pausa?” – dice il Genio fissandomi con ansia
– “Prontissimo. Niente pausa”.
Il Genio sospira guardando a terra: – “sentiamo”
– “Il mio ultimo desiderio, caro il mio Genio, è che d’ora in poi ogni mio desiderio venga esaudito” – dico sbuffando una voluttuosa nuvola di fumo.
SCIENZA
7 aprile 2015
Pasqua inevitabile


In un articolo sul Fatto Quotidiano, un prete parla della Pasqua, ne parla – dice l’articolista – “a voce bassa e gentile che è da sola un balsamo”, il che, bisogna convenire, piace.
Cosa dice il prete? Quello che dicono i preti, naturalmente, e cioè che la Pasqua è… è… ed è… tutto quello che sappiamo (dunque non vale ripeterlo); poi l’articolista si lascia sfuggire la domanda illegale; illegale per la logica, intendo:
“e per chi non crede”, cosa rappresenta la Pasqua?
La domanda è illogica perché rivolta ad un prete, che, per assunto primo, crede; perciò non è formulata bene. La domanda formulata bene potrebbe essere: “e lei che crede, cosa pensa possa rappresentare la Pasqua di chi non crede?”.
Ora la domanda è corretta, però è contorta come il filo spinato; la risposta buona di un prete banalmente logico dovrebbe essere pressappoco: “boh, e che cazzo ne so, io sono un prete”, ma esiste un prete banalmente logico? Ovvero: la preterìa è compatibile con la logica? Non sviluppiamo la ricerca di una risposta; sta di fatto che – nel caso detto – lo sventurato prete, rispose.
E disse in sintesi che la Pasqua è la Pasqua anche per un laico, il quale non può evidentemente sottrarsi alla forza pasquale di codesta Pasqua perché dopotutto la Pasqua è la Pasqua, occrìsto.

Ma vediamo: questa domanda così ficcosa: “cos’è la Pasqua per un laico?” – potrebbe essere rivolta ad un laico?
E perché no, direi; basta accettarne la risposta.
La quale potrebbe essere: “una specie di Domenica”, oppure: “un giorno di festa in più, per fortuna”, od anche: “il giorno del compleanno di mio cognato”; tantissime possono essere le risposte del laico pasquale perché vi sono più cose in cielo ed in terra di quante ne contenga la tua teologia, ma il parere di un laico sulla Pasqua non fotte ad alcuno, ed infatti io, per esempio, non sono mai stato intervistato sulla Pasqua.

Comunque, dalla risposta del prete si capisce che siamo sempre là: tu sei cristiano anche se non credi perché non è che non credi, è che sei cieco, hai il cuore chiuso alla fede, ma apri il tuo cuore e vedrai che eccetera.
Non ce n’è, non ce n’è e non ce n’è che il credulon… il credente possa comprendere la scelta, anzi: la natura razionale del non credente; egli credente considera semplicemente impossibile che si possa non credere. Curiosamente, ritiene anche impossibile che si possa credere ai fantasmi, o ai dischi volanti, o ad una entità detta Sghiribiz che si manifesta con un fulgoreo buio, un peto assassino e crei esclusivamente le zanzare; tutte queste credenze sono favole anche per il credente, ma la credenza in Dio no: quella c’è per statuto, tanto evidente che non si può non credere.

Beh, porco Sghiribiz, vien da pensare: che i buoni credenti credano l’incredibile che credono di credere, ma insomma, almeno li si lasci tranquilli nella loro credenza senza far loro domande che rimandano alla logica di tutti i giorni, perché se poi il discorso si fa mondano, concreto, secolare, le regole del dialogo non sono “discorriamo pure, visto che io c’ho raggiòne”, bensì “discorriamo senza preconcetti illogici (cioè: si possono avere preconcetti qualora siano supportati da una logica poliapplicabile, soggetta peraltro ad analisi critica)”.

Anche perché, illogica per illogica, io devo ancora trovare un Pio Qualcosa che creda di dovermi mille Euro. Appena il discorso si fa pratico sugli interessi, infatti, ecco che vale esclusivamente la logica laica anche per i più pii toccati dalla fede.
E questo, per me, è illuminante, perché delle due l’una: o io credo alle cose illogiche, ed allora non riesco a fare distinzioni (perché non uso la logica, ovviamente) o, se faccio distinzioni, allora qui c’è qualcosina che proprio non va, non vi pare?

Comunque, in fondo: viva la Pasqua. E’ un giorno di festa in più, per fortuna.


SOCIETA'
30 marzo 2015
Fondamentali di passaggio


Crisi malgrado, c’è gente che ha ancora buon tempo; è una notizia rasserenante. Quando hai un saldo stipendio e molte ore per lo svago, d’altronde, è sciocco non approfittarne.

E così, la Presidenta Boldrini s’è incontrata coll’Accademia della Crusca – la qual vive per difendere la nostra bella lingua italiana e quindi ci si stupisce che esista: ma dove stan di sentinella questi accademici, alla Fortezza Bastiani? – per discutere di sessismo grammaticale. Che è forse un nuovo gioco di società fica, tipo il Whist.

Dice la Boldrini, alla Crusca, pressappoco: ‘scruscatemi un po’ ‘sto sessismo, ch’io non son certo un presidente dacché, per la chioma che porto, la curvosità del profilo in controluce e certe mancanze, ho da finire in “a” tutto il riferito. Indegno trovo, ed ostile, non mi venga riconosciuta tal valenza ed abbia io piegarmi obtorta colla all’uso incongruo d’un appellativo erroneo solo perché v’è di questo maldestra tradizione. Voi lo vedete: femmina sono XX garantita, specchio di Venere, luce di Luna, ed esigo la metà del Mondo che mi appartiene per genere e condizione. Cambiatemi orsù tosto la lingua’.

E subito deve aggiungere: ‘Ma non la mia, imbecilli, quella madre!’

Ora, io capisco vi siano casi in cui la noia, il fastidio della vita – specie trascorsa in certi ambienti – spinga alcuni verso piccole ossessioni; c’è chi non cammina sui bordi delle piastrelle temendo di precipitare negli interstizi; chi si mangia le unghie, talvolta dopo essersi scaccolato il naso; chi colleziona tappi di bottiglia. Però questi nostri fratelli (e sorelle, ci mancherebbe, e sorelle, sia detto) devono essere aiutati/e/o/a/k. L’ultima ce l’ho messa perché non si sa mai che altre richieste potrebbero arrivare.

Allo scopo, faccio del mio trasportando nei nuovi dettami boldrin-cruschici un breve resoconto che, siccome son io uomo, e di ciò serenamente conscio e soddisfatto, volgo al maschile ferreo, negandomi articoli e desinenze non pertinenti. E di che altro potrei parlar sì maschilmente, se non di servizio militare?


Son maschio, e ricordo dunque che servii qual militaro nel Trentino e tutto un anno feci senza mai montar di sentinello o di guardio, né scaricar pallottoli di mitraglio, fucilo o di pistolo, anzi: senza mai gli armi tenere negli mani, da cui ci si potrebbe dimandare che minchio di militaro feci mai, e anch’io, fratelli, me l’ dimando. Tant’è; ero ASO; esso è un siglo che dovrebbe terminare in un vocalo il qual non riconosco, tanto m’è estraneo; il siglo acronimo signìfico: “Aiutanto di SanitÒ”, che non è passato remoto.

Mentre gli altri si muovevano in camion o cogli autoblindo od i jeeppi, io mi sbracavo in ambulanzo, dove c’è pure il barello, apposto per dormirvici su nei trasferimenti. Non andavo in menso per mangiare perché eravamo esentati dagli obblighi dei soliti najoni e quando andavo in licenzo, manco detenevo sempre il firmo sul documento; a pensarvi bene, spesso nemmeno il documento avéo con me – anzi: con mu; no, con mo – scappavo, e morto lì; i sentinelli mi conoscevano e non mi rompevano i cabasisi, e così anche il sergento di guardio, come pure il tenento di picchetto. Così accadevo dal momento che io, come guardio sanitario, il facevo l’inieziono sullo culo a tutti, et essi temevano assai che il mio mano non fosse fermo bastante sicché gli forassi il chiappo errato con un medicino periglioso scelto o bello posto per vendicarmi.

Capìti ben, dunquo, quanto il mio militar sìo stato un barzelletto ancor più di ciò ch’ero esso un po’ per tutti. Però l’infermerìo del casermo è un potenzo malgrado non spiani degli armi da trinceo: i sottili aghi dei siringhi ed i ferri chirurgici in quel vallo eroico detenuti, son schermo bastante a respinger gli assalti de’ rompicoglioni.

Poi il najo mi finì, ed ora sto in congedo illimitato provvisorio. Però se riguardo quei tempi freschi, ancor rido al pensiero dei graduati a molti stelli coi facci spaventati davanti ad io con l’ago. E memorando ciò, sì, mi vien non dico tristezzo, dico un po’ di virilo, allegro nostalgìo.


Oh, come mi sento bene; sapete, quella femmina ha ragione: è tempo di scrivere ben sui muri anche “w il fico”.


SOCIETA'
28 marzo 2015
Chiediamolo al bar


La storia tragica del pilota che schianta volontariamente il proprio aereo sul fianco di una montagna uccidendo 150 passeggeri, ci fa capire che i severissimi controlli attitudinali previsti dalle compagnie aeree a garanzia della sicurezza dei voli, per ciò che riguarda gli esami psicologici non servono a un cacchio.

Come mai? Perché la psicologia non è una scienza, o meglio: dal punto di vista scientifico è un divertissement. Infatti se ne fa spettacolino in televisione, al contrario di quanto si fa, per esempio, con l’ingegneria o con la matematica. Due esempi:

L’altro giorno in tivvù c’era Lella Ravasi, una psicologa-scrittrice; dato che la prima caratteristica è considerata la principale, a lei veniva chiesto di prodursi in qualche numero di magia psicologica, cioè nel buttare lì qualche diagnosi utilité con la tecnica “a me gli occhi: a domanda qualsiasi, dò risposta scientìfica”. Si parlava di sogni e allora, vài di Barnum.

E dato che si tratta di spettacolo, costruiamo una gara tra l’abitudine a concionare a caso di scienza, e lo spirito scientifico:

Primo concorrente: Lella Ravasi

Domanda: Cosa vuol dire sognare di andare in tandem?
Ravasi: beh, indica l’importanza per ciascuno di imparare ad andare da sé.
Domanda: Cosa vuol dire non riuscire a ricordarsi i sogni?
Ravasi: eh… è meglio ricordarseli!…
Domanda: Io sogno serpenti, cosa vuol dire?
Ravasi: ah, sa, io sono junghiana, dunque il serpente è un simbolo di trasformazione; lei è in una fase di trasformazione.

Secondo concorrente: lo spirito scientifico

Domanda: Cosa vuol dire sognare di andare in tandem?
Psicologa: in tandem? Dipende. Lei ha un tandem? Conosce qualcuno che va in tandem? C’è un episodio della sua vita che riguarda questo cacchio di tandem? Cosa le viene in mente se dico “tandem”? Guardi, facciamo così: se lei ha dieci anni di tempo e svariate decine di migliaia di euro da dare a me, venga due volte la settimana nel mio studio e, ‘probabilmente’, al termine di questo iter clinico potremo scoprire cosa è ‘per lei’ andare in tandem.
Domanda: Ehm… e cosa vuol dire non ricordarsi i sogni?
Psicologa: mi ascolti: queste non sono domande, sono fuochi d’artificio: scoppiano e spariscono. Se vogliamo delle risposte, bisogna anche fare le domande. Dunque: sappia che NELLA SCIENZA NON C’È UNA RISPOSTA VALIDA SEMPRE, ma tutto deve adattarsi alla specifica circostanza. 
Due giorni la settimana, a cominciare da giovedì.
Domanda: Ah… eh… e se io sogno serpenti, cosa vuol dire?
Psicologa: …sì, lei ha proprio bisogno di uno psicologo. L’aspetto giovedì.


E poi, naturalmente, non poteva mancare Egli, lo psichiatra per antonomasia, colui il quale dello psichiatra ha tutto, compresa la faccia: il Professor Applauso Vittorino Andreoli.

Il Sommo, invitato a dir la sua nientemeno che sul nazismo, si è prodotto nel solito numero di funambolia da fermo. Mettiamo in gara pure lui; Egli, a domanda, ha illuminato:


Primo concorrente: Andreoli

Domanda: Professore, lei che è un grande psichiatra, ci dica: Hitler era un uomo lucido o un folle?
Andreoli: beh, Hitler dal 22 di aprile, si rende conto… 
Domanda: E se dovesse fare una diagnosi?
Andreoli: è un paranoico, diceva “mi hanno tradito i miei generali!”, aveva tre medici solo per lui, infatti si chiamavano tutti “medici personali”! Ad Hase chiede come fare a morire, Morel gli prescriveva gli psicofarmaci…
Domanda: Ma nel bunker, con lui, i suoi sodali erano folli drogati o prigionieri?
Andreoli: lei deve sapere che la paranoia ha un fascino perché si ha davanti uno che si crede Dio.

Secondo concorrente: lo spirito scientifico

Domanda: Professore, lei che è un grande psichiatra, ci dica: Hitler era un uomo lucido o un folle?
Psichiatra: Ascolti, buon uomo: non si possono fare le domande così, ad uno specialista; son mica il mago di Arcella. E’ come se lei chiedesse ad un ingegnere: “un ponte ad una campata sola reggerebbe il carico?” – evidentemente mancano dei dati e l’ingegnere direbbe: “mi faccia vedere il progetto e la previsione dei carichi d’esercizio”; analogamente io dico: “mi faccia vedere Hitler e mi dia qualche anno di tempo”, ma siccome non è più possibile visitare Hitler, una risposta scientifica a questa domanda non si può più dare. In via deduttiva, giusto per accennare ad una possibilità, le dirò che la diagnosi ‘presumibile’ ‘sembrerebbe essere’ quella di paranoia; ma dicendo così, dal punto di vista scientifico è come se le avessi detto niente. Grazie, arrivederci.
Domanda: E…
Psichiatra: ho detto “arrivederci”.

A me sembra chiaro perché gli aerei cadono, ragazzi.


SPORT
21 marzo 2015
Parliam di spòrt

Lo spòrt è tanto talmente utile e bello che i Greci antichi ne veneravano i campioni indicando un anno passato come “l’anno in cui tizio vinse quella cosa”. Beh, dico: se i padri della cultura occidentale la pensavano così, dobbiamo seguirne l’esempio: 

Pugilato:
Sul quadrato di combattimento, due uomini in braghe si picchiano cattivamente; un terzo uomo colla cravatta gira attorno a loro avendo autorevole funzione d’impedire che il litigio dei due trascenda in morsi cavallini, calci ai testicoli e sputi in faccia, perché i cazzotti in bocca van bene, ma, per Giove, con stile.
Attorno, un pubblico sempre più misto esulta della zuffa; nessuno tenta di comporre il diverbio dei litiganti, giacché non esiste diverbio alcuno, ed essi se le dànno per una specie di disperato piacere cui fa eco il sadicoso tifo degli astanti.
Lo scopo del pugilato è quello di ridurre almeno uno degli atleti in condizioni tali che l’altro appaia un tantino meno concio e possa perciò essere considerato vittorioso; il fatto si rende palese nel caso un litigante crolli improvvisamente a pavimento e non riesca più a mettersi in piedi. Si descrive l’evento con il termine “knock out”, che ha il pregio di essere dinamicamente onomatopeico, echeggiando sia il colpo che il lamento del disgraziato.
Si definisce “knock out tecnico” l’evenienza nella quale uno degli atleti, pur restando in piedi, appaia così sfinito e sderenato da non farcela più a sostenere il tempo di nuove sberle. È chiaro che solo un tecnico può comprendere quando un pugile gonfio come un pesce palla, colle ginocchia tremolanti e grondante sudore e sangue sia arrivato allo stremo delle forze talché una continuazione dell’incontro diventerebbe una variante dell’introspezione anatomica.
Si tratta di uno sport un tempo chiamato “la nobile arte”, il che suscita nelle menti giovani alcune interessanti domande sulla nobiltà e sull’arte.
È meglio tentare di non rispondere a questo genere di domande.

Sci alpino
Si definisce “alpino” questo sport per differenziarlo dallo sci d’acqua, forse, sebbene le Alpi ospitino diversi laghetti. La disciplina prevede una salita su un versante molto freddo, quindi una discesa lungo lo stesso versante per mezzo di una scarligata su strisce di legno, seguita da una risalita ed una consecutiva ridiscesa. Lo sport dello Sci Alpino è una metafora del Mito di Sisifo che è a sua volta una metafora, probabilmente dello Sci Alpino.

Atletica leggera
Ottimo e variegato gruppo di discipline che comprende vari tipi di salto (in lungo, in largo, con l’asta, triplo, ripetuto, trattenuto e con uno schizzo di seltz) di corsa (furiosa, strategica, buffa, a staffetta, egoista, con salti e fine a se stessa) e di lanci di oggetti: martello (in realtà una palla legata ad una catenella), disco (specie quelli brutti), peso (tipo una palla, però pesa) e giavellotto (detto “zagaglia” nel caso l’atleta faccia anche gli anelli col naso).
Poi comunque la disciplina dell’Atletica Leggera richiede una super-specializzazione, risultando che dopo aver passato anni a imparare a tirare un giavellotto (dai cinque agli otto secondi di esecuzione) l’atleta passa il resto della vita a guardare gli altri che saltano, lanciano e corrono qui e là.

Nuoto
Il nuoto nasce come tentativo di non annegare e si sviluppa nel diciannovesimo secolo come disciplina ricreativa e poi agonistica. Da questo periodo, il nuotatore salta da un bordo di terraferma fin dentro l'acqua (“tuffo”) e poi inizia a sbracciarsi e sgambettare per raggiungere il bordo opposto della riva. Segue ritorno e riandata e ritorno e riandata e ritorno e riandata e ritorno e riandata. È per questo motivo, cioè per il fatto che sia previsto il raggiungimento più e più volte ripetuto del bordo opposto, che lo sport non si pratica nell’oceano e risulti invece confinato in vasche (“piscine”) di ampiezza assai limitata. La ripetitività del gesto potrebbe assimilarlo alla sciata di Sisifo, ma questa somiglianza è solo apparente, grazie al fatto storicamente certo che il fine ultimo del nuoto rimane senza alcun dubbio, per l’atleta, quello di non annegare.

Tiro a Volo
Da una antichissima tecnica di caccia detta “bastardo, m’è scappato ancora”, un tempo effettuata con vari corpi contundenti lanciati in aria a scopo ilare (per gli uccelli), dopo l’invenzione della polvere da sparo ad opera dei Cinesi i quali se ne servivano a scopo ilare (per i cinesi), il Tiro a Volo è divenuta disciplina sportiva.
Per praticare questo sport non sono richieste particolari doti fisiche: fa tutto il fucile, adeguatamente direzionato; mai più che l’atleta si trovi costretto a seguire in volo l’oggetto da cogliere al volo: allo scopo conseguiscono i proietti (“pallini”) che fanno perciò tutta la fatica necessaria alla pratica del Tiro a Volo. Nel tempo che intercorre tra lo sparo e la cilecca, voi potete dunque rilassarvi, per esempio aprendo un blog.

Curling
Il Curling, secondo alcune fonti, nasce dalla quotidiana frequentazione tra i degenti e gli addetti alle pulizie degli ospedali psichiatrici; non altrimenti si spiega questa metodica d’esecuzione nella quale su tre persone che rischiano di cadere su una superficie scivolosa (pavimenti delle corsie lucidati a cera) uno tira in terra un pitale mentre altri due ripuliscono febbrilmente la zona.
Nello spirito di inclusione nella società degli individui gravemente svantaggiati, il Curling è stato ammesso tra le specialità olimpiche. Da cui si deduce che il cristianesimo ha fatto anche dei danni all’Occidente.

Carving
Quasi omofono del precedente, gli è affatto diverso: nel Carving voi sciate, fingendo ad ogni curva di esservi rotta una gamba. Essendo una mescolanza di sci alpino e mimica teatrale, il Carving può essere divertente da guardare, per tre o quattro curve.

Arti Marziali
Judo, Karate, Taekwondo, Full Contact, Aikido e poi tutti i nomignoli orientàbili che possano venirvi in mente, come Nim-Nam, Chu Ping, Traebàk, Sinturòng, le Arti Marziali sono innumerevoli; fondamentalmente dovete accoppare qualcuno, ma, per non apparire solo degli scimmioni assassini come un camorrista qualunque, la fate lunga con discorsi sull’”energia”, la “coscienza di sé”, il “rispetto per l’avversario” e tutto ciò che vi salta in testa di fantastico od ovvio: “la sfera”, “l’unione degli opposti”, “il movimento della gru canadese che canta nel sole del mattino mentre la scimmia gatta ruggisce nella palude”, e via così.
E poi, se ci riuscite, accoppate qualcuno.
Una informazione importante: di solito non ci riuscite, e vi fanno un culo così.

Sport di palla:

Gli “sport di palla” sono giocati in gruppi detti “squadre” contrapposti, per il motivo che giocandoli da soli si dovrebbe essere troppo veloci per ribattersi la palla efficacemente, e giocandoli in gruppo ma senza un avversario toccherebbe a ciascuno a turno andare a riprendere la palla, cosa che comporterebbe continui litigi tra i giocatori. Gli Sport di Palla si giocano con una palla (mai due) di varia foggia e dimensione a seconda dello sport. La palla raffigura di volta in volta simbolicamente una preda (ed in questo caso si dice al giocatore: “bloccalo, prendigli la palla!”) oppure un’arma (“gli ho infilato la palla sotto la traversa”). Il giocatore di palla non si chiama mai “pallista” o “pallonaro”, e mantiene la propria riconoscibilità umana per mezzo di un nome proprio.

Pallacanestro:
Detta anche “basket” (cesto), consiste nel mettere la palla in un cesto (basket) mentre altri non vogliono. Mettendosi d’accordo sarebbe facile farlo, ma non si intavolano mai trattative, in modo da poter passare del tempo a giocare la partita. Al termine della partita, i giocatori sono più ricchi mentre il pubblico è più scemo: una mirabile alchimia oggi allo studio delle menti maggiormente inadeguate della società.
Calcio:
Come sopra.
Rugby:
Come sopra.
Pallavolo:
Più o meno come sopra
Tennis e Ping Pong:
Come sopra, con l’importante differenza della maggiore evoluzione intellettiva dei giocatori: questi mostrano infatti di saper eseguire l’analisi dimensionale avendo compreso che una palla piccola su un campo piccolo rotola come una palla grande su un campo grande, e dunque non occorre fare tutta quella bestiale fatica.

Automobilismo:
Che l’automobilismo possa essere considerato uno sport, alcuni negano. Come io. Ma comunque, diversi miliardi di viventi, vissuti ed ancor da nascere, tale son convinti esso sia. Che gli vuoi dire.
Nell’automobilismo, un’automobilina porta un omino per una stradina e ogni tanto c’è una curvettina. Mantenendo questa riduzione, avrete la Policar; io l’ho aspettata per anni, poi mi son stufato e mi son fatto la fidanzata.

Biciclettismo:
La bicicletta è un mezzo di trasporto sul quale quel mezzo matto di Cesare Lombroso scrisse addirittura un trattatello dove sosteneva che quel mezzo di trasporto propendesse al delitto (C. Lombroso - Il ciclismo nel delitto - La coda di paglia ed.). Per lui, tutto propendeva al delitto. La bicicletta è un mezzo faticoso in salita e pericoloso in discesa, dunque le gare si svolgono perlopiù in salita e in discesa. Vogliamo vedere le lacrime ed il sangue. E magari anche qualche delitto. Poi, chi arriva prima, ha vinto. Tutto qua.

Scacchi:
Qualche buontempone vorrebbe che il gioco degli scacchi fosse classificato come “sport”. Uno sport seduto. Ma lo sport è fisica attività, perdinci; bene: volendo movimentarlo un poco, si potrebbero creare degli scacchi che se ne vanno in giro a cazzo, obbligando il giocatore a rimetterli continuamente a posto. Non è venuto ancora in mente a nessuno, ma non disperiamo: un giorno qualcuno leggerà questa mia e la farà passar per sua, ci si può giurare. Mica perché il Mondo sia ladro: solo perché è pieno di gente che crede a fònzi e provenzoni; vorrete mica che non creda alla bontà dell’idea degli scacchi sportivi in moto arbitrario.

SOCIETA'
17 marzo 2015
Novità dal mondo della droga

Immer unter alles
Rènzi: “faremo vedere all’Europa di cosa è capace l’Italia!”
Uh ragazzi, preparatevi ad un’altra guerra mondiale.

T’ho beccato eh? Stavi facendo politica!...
Hai visto, eh? Lo dicevo io che quel Landini lì, altro che sindacato… stava facendo politica, il furbetto!
Sì, stava facendo politica. Per due motivi: il primo, perché la politica è l’organizzazione della società e quindi qualsiasi attività organizzativa sociale, è politica. Il secondo perché la politica non è mica qualcosa di peccaminoso che si venga colti in fallo a fare: è servizio meritorio, invece, spirito societario, e Landini certo non è privo di questo.
Rènzi al contrario, credo di sì. Lui non fa certo politica.

Il presagio
Il Papa ha detto che “sente” la fine vicina del suo pontificato.
Scusi, sa, Francesco, ma che minchia vuol dire? È malato? È stufo? È minacciato di morte, ha le visioni, è depresso? Dobbiamo considerare queste parole un avviso, un allarme, un suggerimento, una richiesta d’aiuto, un tentativo di impietosirci? Od era così, tanto per parlare a cavolo?
Una cosa che questa gente non impara e forse non capisce, perfino quando sembra di buona coscienza, è il rispetto per gli altri; soprattutto gli altri che stan lì a sentire ed intanto gli pagano la chiacchiera.

Exitus
L’epatite C ammazza come poche altre cose. Ma c’è un farmaco che risolve il 90% dei casi. Allora evviva? Evviva una minchia. Costa 37mila Euro; ce l’avete 37mila Euro? Se non ce l’avete morite, prego.
C’è qualcuno in grado di dare anche solo un poco di torto al Dottor Strada?

Indignasiùn!
Che è successo? Che la prestigiosa caserma dei bersaglieri più decorati d’Italia è stata venduta alla Cassa Depositi e Prestiti.
Abbastanza indignante, ma non si tratta di questo.
L’edificio milanese, di 100mila metri quadrati, era stato lasciato incustodito in modo che, nel tempo, vari razziatori ne avevano fatto scempio fregandosi i cavi di rame, i pezzi di ottone e quanto poteva esserci di miserevole valore, e barattando i prelievi con merda e spazzatura.
Be’ è indignevole, ma non si tratta di questo.
Un edificio è, tecnicamente, una struttura stabile atta ad ospitare esseri viventi, di solito umani, mentre quello, che rappresentava oltre ad un bel capitale finanziario anche un pezzo di gloriorissima storia militare del Paese, ospitava niente e nessuno eccettuati saltuari miserabili ladri zozzoni; può, per sua natura, un edificio, sia esso glorioso o meno, essere adibito al niente?
Certo è molto indignoso, ma non si tratta di questo.
Si tratta che un gruppo di irregolari con tendenze artistiche e fricchettone, chissà perché detti “squatter” dal termine inglisc che significa più o meno “accovacciati”, ne ne ha preso possesso. Del casermone immerdato, dico, e invece che starvi accovacciato s’è tirato su le maniche, lo ha ripulito un po’ ed ha pensato di adibirlo a centro sociale.
Questo, questo sì è sommamente indegno! E infatti, dai bersaglieri alla Lega ai Fratelli d’Italia (povera canzone!) alla Cassa Depositi e Prestiti che malgrado tutti quei depositi e prestiti aveva lasciato marcire il prestigio di un luogo tanto medagliato, a questo punto sì che tutti son – come un sol uomo – insorti: non passa lo straniero! – hanno più o meno detto. Cioè, i ladri merdaioli, sì, passino, ma gli squatter, perdìo, no!
Anche perché vogliono ripulire, quelli. E come si permettono, gli eretici, di spolverare la Storia d’Italia?
Io direi di fucilarli. Alla schiena, come meritano i traditori. E che Alalà ne abbia pietà.

Sotto la bandiera dell’incoerenza
Ancora guerra per le strade delle teorie. Oggi la campagna prevede la distruzione di Dolce & Gabbana, la coppia (in tutti i sensi) di stilisti che ha avuto l’ardire di pronunciarsi contro le adozioni di bimbi da parte delle coppie omosessuali.
L’annuncio dei due – annuncio per la verità poco sòccially corrètt e dunque forse per questo apprezzabìlly – ha suscitato un vespaio – oh scusate, stavo scrivendo come un giornalista – ha suscitato un mucchio di proteste da tutto il mondo di freaks dello spettacolo e pure da buona parte di quello intellettuale, a guardar bene, spesso non meno freak.
Elton John, coerente con il suo senso di equilibrio, ha lanciato l’idea di boicottare la produzione di Dolce & Gabbana. Capace perciò che uno di questi giorni lo vedremo finalmente vestito fuori ordinanza. Di un’altra importante figura di riferimento per i giovani di tutto l’Universo, la moglie bizzarra del suicida tanto per fare Kurt Cobain, è l’idea di bruciare gli abiti di quella casa di mode (e, se ne avessero scritti, anche dei loro libri, naturalmente). Il rogo viene sempre in mente anche a chi non conosce la Storia; è il pregio degli archetipi universali.
L’indice della Santa Inquisizione si è poi via via arricchito di figure prestigiosissime per il pensiero di tutti noi come Paris Hilton e Ricky Martin, i quali hanno bollato gli incauti stilisti come “fascisti”; e perché no: certo non saranno maoisti, quei due costumisti di Scaramacai.
Altri hanno definito Dolce & Gabbana, con una volée di ossimori: “omosessuali bigotti di regime”, e se nessuno ha ancora detto “fàmoje er culo” è solo per una residua capacità di associazione.
Sfortunatamente non ci è pervenuta l’attesa illuminata riflessione di Jerry Calà e Bombolo, di quest’ultimo per cause naturali.

Ma un momento:
il problema delle adozioni per tutti eccetera è un problema di eguali libertà, no? Dunque se io sono un eguaglista delle libertà so riconoscere il valore delle libertà, prima fra tutte la libertà, no? E allora si può sapere che cazzo vogliono i freaks? Tutti possono dire quello che gli pare: anche i sarti sono liberi.
E invece no. Perché? Tentiamo un ragionamento, sapendo che così sfidiamo i crociati delle libertà occidentali:

l’omosessualità non è una malattia”; questo asserto muove la nostra sensibilità verso il problema. È un asserto rassicurante. E perché è rassicurante? Forse che una malattia ci preoccuperebbe? Cos’è la “malattia”?
“La malattia è la deviazione da uno stato di salute”. E grazie; allora cos’è la salute?
“La salute è l’esplicarsi delle funzioni vitali, nell’ambiente proprio della specie, nel modo che maggiormente consente la perpetuazione della vita di quell’organismo e la sua riproduzione” (le definizioni sono mie: se qualche prof si spettina, dopo essersi ricomposto mi dica dove è l’errore, che ne parliamo).

Detta così, l’omosessualità risulterebbe chiaramente una malattia. Ma questo non ci piace affatto. No no e no. Perché?

Per due ragioni, una principale e l’altra derivata dalla prima:
La principale è che noi evidentemente attribuiamo alla malattia una valenza etica, cioè la giudichiamo moralmente.
Facile verificare che è davvero così: basta fare un giro negli ospedali o ricordarsi di un proprio ricovero; il malato, il paziente (cioè il sofferente) viene percepito come un minus valens; lo è, ovviamente, dal punto di vista fisico proprio, e sociale nel senso che un cardiopatico non può validamente giocare a “ce l’hai” senza rischiare la morte sul campo, ma il problema è che questa condizione genera un giudizio di minor valore generico, dunque anche etico, del malato secondo il processo mentale istintivo: “egli non è più alla pari, perciò è meno, perciò noi siamo di più”.
E allora ecco il comico risarcimento sociale di paglia: da “storpio” ad “handicappato” a (bellissimo) “diversamente abile”, come dire che uno, quand’è storpio, è abile in una cosa che uno sano non saprebbe proprio fare; e quale può essere questa diversa ed esclusiva abilità? Mah, non se ne vede altra che quella di essere, appunto, storpio.
Vedete: l’importante è attribuire a chi ha perso una abilità, un’altra abilità; non ce la facciamo proprio a rispettare una mancanza: in vista di una mancanza sentiamo mancarci il rispetto, e allora suppliamo con la fantasia, che è meglio della verità sentita inconfessabile.
Dunque: la malattia degrada socialmente il malato; fuori dalla etimologia, non è lui il “paziente”, ma gli altri, i sani, i quali portano pazienza con lui, attingono alla compassione, alla comprensione e tutta questa serie di sentimenti di forzata benevolenza, perché in realtà lo de-prezzano. Non ammalatevi mai, signori.

La seconda ragione sta nell’ordine della paura di ciò che non si capisce. Un cardiopatico, è chiaro di cosa soffra: una stenosi della mitrale, una inefficienza del nodo seno-atriale, una cardiomegalia, sono descrivibili e ne sono prevedibili i sintomi; è chiaro, soprattutto, quali condizioni della vita del malato possano provocare degli aggravamenti: il malato (e tutti gli altri che lo guardano compassionevolmente) sa (sanno) cosa può e non può fare.
Ma un epilettico, uno schizofrenico, un autistico, un paranoico, ci fanno paura per l’oscurità delle cause che ne generano la malattia e sommamente per la loro imprevedibilità. Le malattie cosiddette “mentali”, insomma, sono la malattia al quadrato, nel comune sentire e giudicare la mancanza di salute come mancanza totalizzante, pura e semplice. Si pensi non solo all’epilessia come malattia anticamente “sacra”, ma anche alla giustificata ancor oggi terapia dell’”elettroshock” dove, nella assoluta imponderabilità del processo che la giustifichi, ci si produce nella medesima tecnica che i possessori di vecchie televisioni a tubo catodico ricorderanno bene: lo schiaffo a due mani sui lati dell’apparecchio quando la sintonia andava inspiegabilmente a perdersi. Sia nel vecchio televisore come pure nell’ammalato psichiatrico, sempre inspiegabilmente, lo schiaffone ai relée spesso dà frutti. È la medicina del boh, proviamo e speriamo, una variante della danza della pioggia che mostra quanto duri ancor oggi la concezione superstizioso-magica della “malattia mentale”.

Ora, se io dico di percepire me stesso come un cane e pretendo di essere portato in giro al guinzaglio tre volte al giorno, non vi sarà alcuno disposto a derubricare la mia condizione da quella di malato psichiatrico.
Ma se io dico di percepirmi donna e pretendo di avere il seno e di far pipì da seduto, molti di quelli di prima acconsentiranno a dire che ho il diritto di scegliere cosa essere nella mia vita e saranno dispostissimi a riconoscermi sano come un pesce che non ha inghiottito la plastica.

Questo approccio differenziato manca di coerenza logica. Perché? Perché esiste qualcosa di più potente della realtà osservata (e del conseguente ragionarvi): la convenzione del momento.
Ovvero: con procedimento affine a quello religioso, la società chiede ai propri componenti di non chiamare più genericamente “negri” gli africani, ma “neri”. La ragione, non detta ma ovvia, è che comanda la lingua inglese nella variante americana, nella quale “nigger”, simile a “negro”, è spregiativo ed il vocabolo di rispetto è “black”, cioè “nero”.
Nella nostra più complessa lingua, però, è più spregiativo “nero”, perché è un aggettivo e noi usiamo appellare nessuno come “foruncoloso”, “pelato” o “chiappone”; d’altra parte nemmeno gli americani chiamano i cinesi “yellow”, da cui si vede che una logica dell’aggettivo come spregiativo c’è anche da loro, ma poiché gli americani percepiscono il termine “black” come rispettoso, a noi tocca adattarci a chiamare un uomo per aggettivo:


Ci adattiamo in quanto percepiamo l’affanno di non essere contro, di non sentirci disorganici al gruppo. Ma siamo anche pronti alla benevolenza verso quelli che sono “contro”, ammesso che siano sufficientemente aggressivi e che la loro aggressività non venga censurata dai media; si pensi a Ferrara, Sgarbi, Brunetta, Calderoli e compagnia di giro. Se invece a quella aggressività si fa opposizione sui media, allora essa non basta; si pensi a Landini.
E se non vi è aggressività, manca l’elemento principale per generare il fenomeno di accodamento; si pensi a Vittorio Agnoletto (se qualcuno si ricorda chi è). In conclusione: sulle nostre convinzioni comanda la società dai suoi media, come Cristo a suon di parabole i suoi discepoli.

Ma non basta: la società comanda anche sulla scienza:
(la società): anche se nessuna prova scientifica può avvalorare il cambio di concezione, basta coll’insinuare che l’omosessualità possa essere una malattia, perché così facendo la scienza suscita diffidenza nei confronti di questi individui, gli omosessuali, ed in nome del progresso delle idee teso verso l’egualitarismo nella società, non possiamo più accettare teorie divisive; dunque gli omosessuali sono sani punto e basta.
(la scienza): signorsì.

Chiaro? Se io fossi malato mi de-prezzereste e l’unica mia chance per avere riconosciuti dei diritti sta nell’essere considerato sano.

È evidente dunque quanto si abbia ancora da fare per mettere il becco fuori dal naturalismo animale che ci fa considerare il malato come un individuo a perdere. Fino a quel momento diamoci pure regole surreali su basi di ragionamenti illogici, ma sapendo quello che facciamo. Almeno sapere, è umano.

E lo sarebbe anche saper rispettare, senza bisogno di scuse da bambini.


(Sulle adozioni, poi, un’altra volta, o questa stessa se vi fossero commenti)

televisione
28 febbraio 2015
Ille dixit, sed...

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-ba3bfab8-4153-476f-baa5-8c1e7f6f6754.html#p=0


Oggi mi son visto in tivvù Concita De Gregorio (che a me ricorda Paolo Mieli: stessa aria tesa a mimare l’espressione da prìncipe rinascimentale, che suggerisce invece uno stato di noia profonda) nell’intervista a Vittorino Andreoli, lo psichiatra con l’aureola, e non solo in senso fisico.
Ascoltando l’Andreoli, uno si fa delle domande, poi subito si dà delle risposte, perché sono domandine facili facili, tipo: ma bisogna studiare tanto per arrivare a così poco? – o, a dirla con Churchill: raramente, nella storia umana, così tanto espresse tanto poco, non vi pare?
Ma poiché criticare è facile (su internet, poi) metto lì qualche motivo:

Lo psichiatra eminente ha scritto – e te pareva – un libro per l’indòtto mondo, cioè noi; l’argomento è “Ma siamo matti? – un Paese sospeso tra normalità e follia”, e già dal titolo appare subito lo scoop scientifico: non son matte solo le persone, ma anche i Paesi, il che detto al bar va anche bene, ma se a dirlo è uno specialista del ramo, non può che impensierire molto.

Secondo lo specialista, gli italiani (solo gli italiani, pare di capire) sono masochisti; perché? Perché – ci spiega – quando vanno all’estero godono nel criticare l’Italia e si compiacciono che qui le cose vadano male.
Oh bella: io avevo sempre creduto che non di masochismo si trattasse, con questi sintomi, bensì di complesso di inferiorità, che porta il bischerone complessato ad astrarsi dalla propria natura di fronte agli stranieri, uniformandosi all’atteggiamento critico di quelli per mimetizzarsi tra essi. Sembra quindi un aspetto del conformismo, dove il masochismo non c’entra perché il complessato non vuole assolutamente soffrire; lo vorrebbe se dicesse agli stranieri: “sì sono italiano, piscio nelle aree di servizio, sono mafioso, non pago le tasse e voto berlusconi che è un gran figo; sputatemi addosso!” – e invece no, dice il contrario, vedi un po’.

Il professor Andreoli svela che i popoli manifestano in alcuni momenti caratteristiche di identità nazionale; la giornalista, normalmente in letargo, scocca una domanda ficcante: “e in questo momento, quali?”
Il dottore, oéh, non se l’aspettava, ma da par suo, còglie la diagnosi al volo:
“la paura! Vista da uno psichiatra, la crisi [economica-ndr] è paura acuta!”
oh cacchio, ecco cosa fa la crisi: paura; chi l’avrebbe capito se non uno psichiatra, effettivamente. Ma la paura durante una crisi può essere caratteristica degli italiani? Da che si capisce? Mi si dirà: lo capisce lui, mica tu, ignorante. Sarà, ma per me la paura davanti al pericolo resta una reazione comune alla cerchia dei viventi, infatti persino la giornalista risponde “ma la paura non è una patologia psichiatrica in questo caso!”.
Ed ha ragione, per il fatto che è sempre questione di misura: se vedessimo gruppi di italiani correre per le strade strappandosi i capelli, laddove, ad esempio, gli spagnoli di fronte alla stessa crisi manifestassero maggior aplomb, potremmo avere il sospetto che gli italiani sono paurosi in modo clinicamente significativo, ma io, che non mi drogo da tempo, non vedo mai scene tanto rivelatrici. Forse Andreoli voleva dire: “la paura di attribuire responsabilità”, per esempio chiamando i ladri, “ladri”, e magari non votandoli più.
Un lapsus (di prudenza), forse, del dottore (per inciso, in ambiente medico c’è una bella barzelletta sui lapsus: convegno di psichiatri, durante una pausa di rinfresco, vari capannelli di professionisti parlano col bicchiere in mano; in uno di questi capannelli si discute proprio dei lapsus, con vari esempi; mangiando una tartina, un medico si avvicina e dice: “sapete, io stesso ieri ho avuto un eccellente esempio di lapsus: ero a cena da mia madre, volevo chiederle  'passami il sale' e invece le ho detto ‘puttana, mi hai rovinato la vita!’’”).

Per lo psichiatra poi, il denaro “è diventato il punto di riferimento” ed è “il male assoluto”; ora, gli si potrebbe chiedere: “occhei, aboliamo il denaro. Abbiamo abolito il male assoluto?”
La risposta, alla portata di chiunque, sarebbe “no, perché è il desiderio, non il denaro, che muove alla voglia di accumulo; il denaro è solo lo strumento del desiderio, e non è diventato un bel niente, poiché – lo dicono anche i testi di psichiatria – il desiderio è connaturato all’uomo e non può esserci stata dunque un’era felix, dopo la quale qualcosa è diventato. Certo però il desiderio può essere regolato dall’educazione, ma questo lo psichiatra non lo dice, quindi non possiamo sapere se lo sa.

La parte più esaltante, per chi fosse davvero un italiano masochista, è quella dove il professore viene invitato al gioco di fare una “microdiagnosi” davanti alle immagini di alcuni politici. Davanti al faccione di rènzi, egli borbotta: “ecco… qui è un eroe… questi personaggi bisognerebbe lasciarli fare e, se poi fanno male, mandarli a casa… ha tutti contro, ma vuole fare a tutti i costi, è comprensibile”.
Dunque non bisogna analizzare la situazione, capite, va atteso, così, tutti fermi, finché non dà frutti; lo dice lo psichiatra esimio: bisogna lasciar fare e, se il sintomo poi rivelasse una sindrome, beh, boh, prenderemo la medicina. Un bel consiglio, no? – detto da un medico. Domani andate dal medico e gli dite: ho male qui. E lui, serafico, leggendo l’Andreoli: lasci fare; se poi s’ammala, la opero. Voi vi allarmate: e se poi mi aggravo? Non sarebbe meglio fare qualche esame in tempo?… ma il dottore, consultando l’indice di tanto testo: macché, qui dice di star fermi.

Alla fine, uno dei ragazzi del pubblico, invitato a chiedere qualcosa, recita una captatio con bella cantilena: – “cosa consiglia per guarire questa società matta?”
E il cavasógni, a sprezzo del ridicolo: – “io dico: ma perché non guardiamo al lato positivo!… bisogna voler bene all’Italia, siamo il Paese più bello del Mondo!…”
Ora, uno psichiatra dovrebbe sapere che per “guardare il lato positivo” ci vogliono buone ragioni, in assenza delle quali l’insistenza a voler considerare le cose positivamente è irragionevolezza e dunque probabile sintomo di malattia mentale. Altro è, in una situazione difficile, tentare di costruire soluzioni: qui il “positivo” ed il “negativo” parrocchiali non c’entrano un beato, e c’entra bene invece l’istinto di sopravvivenza, comune anche nei batteri.
E poi, “la cosa più bella del Mondo” è, per ognuno, differente perché direttamente collegata al suo ambiente di formazione: differenti gli ambienti, differenti i gusti. Solo un religioso può credere nell’unicità delle differenze, ad esempio nell’Uno e Trino, ma, dal punto di vista di uno psichiatra, la religione è solo un segno di paura del nulla che genera il suo rovesciamento, e cioè la speranza di eternità. Quindi, Andreoli, ci faccia il piacere di rispondere un po’ a tono almeno una volta su cinque.
Una risposta migliore poteva essere: “ma che cazzo ne so, ragazzi miei, io faccio lo psichiatra, mica il sociologo”, oppure: “cari ragazzi, noto dalla vostra cantilena che avete mandato a memoria le domande. Gesù Cristo, non fate così perché con un copione in mano si perdono gli sviluppi imprevisti del dialogo, che possono aprire nuove idee; e poi, ricordare a memoria significa non avere ‘in proprio’ quell’idea, non esserne gli autori; dunque vuol dire essere conformisti. Non lo siate, perché è limitativo. E per rispondere alla domanda: che cazzo ne so, son mica un sociologo”.

Bene, ho finito. Ho scritto questa pappardella per dire che quando uno passa per “specialista” e dunque viene accreditato di una autorevolezza che possa creare seguito, deve, “deve” obbligatoriamente, non essere banale come una sciurapìna, sennò è più che banale: è pericoloso; davanti a dei ragazzi, poi, è esiziale. Ci pensi su, accidenti, e faccia esame di sé, questo psichiatra, come anche la giornalista che lo presenta faro di saggezza.
Perché, a parte Gesù Cristo cui alcuni dan fiducia a gratis, noi mortali il valore lo dobbiamo dimostrare sul campo, è benino ricordarlo soprattutto ai giovanissimi; sennò penseranno che il successo sia il dire quattro balle storte in tivvù, e non il trovare soluzioni scientifiche.

Notina: il mio commento critico (edulcorato rispetto a questo) inviato al programma, è vissuto quanto una farfalla, sparendo subito dal sito. E' la ristampa, bellezze.
SOCIETA'
23 febbraio 2015
Quotidianesimo

Dice rènzi: “il governo ha tolto gli alibi a chi dice che assumere in Italia non è conveniente: è la volta buona, ora o mai più”. “Bene: mai più” – ha risposto Confindustria.

Boldrini critica il Governo, passando dalla parte del torto di chi non fa niente alla parte del torto di chi fa quello che non gli compete fare.

Grillo non capisce i tempi teatrali; è strano, perché è un comico, ed esserlo significa avere particolare sensibilità per il giusto momento. Significa pure avere il senso del ridicolo e quindi risultare immune alle adulazioni, perché cosa c’è di più ridicolo di un adulatore? Ed infine significa vedere non solo la nudità del re (un belino che sbatacchia sotto un mento alzato è irresistibilmente comico, ad un occhio comico), ma anche il suo abbigliamento fuori contesto; infatti è esattamente il “fuori contesto” che il comico denuncia con il suo proprio essere fuori contesto. E allora, Grillo dovrebbe sapere che il suo socio, con la sua apparenza superbizzarra, rende debole qualunque argomentazione egli possa sostenere, anche dicesse verità bibliche (e non gli capita). Non lo esponga.
E’ successo così perfino ad un grand’uomo come il Dottor Strada, da quando egli si espone sciamannato; in un vecchio tiggì, il Dottor Strada appariva in giacca e cravatta, coi capelli corti, composto e posato, e l’intervistatore lo chiamava “Dottore” e lo ascoltava rispettosamente, comunicando ai telespettatori il valore rispettabile di ciò che il medico diceva. Ma oggi, tutti i presentatori di avanspettacolo chiamano il Dottor Strada con un “ciao, Gino!” – come fosse uno di loro, e si può scommettere che quando l’ormai Gino venisse meritoriamente candidato al Nobel, la più parte della Nazione sbotterebbe sorpresa: “ma chi, il Gino?!”. E’ evidente dunque che il mezzo sia il messaggio, e chi ha praticato la pubblicità, come Grillo, dovrebbe saperlo benissimo.
Santo Grillo: ma possibile che tra tutte le persone di vaglia con le quali lei è a contatto non ci sia uno che conosce il marketing meglio di me che non mi ci sono mai dedicato? Mi assuma, dài, che le faccio vincere le elezioni; però su, svélto che sennò famo notte!

Non gira non gira il Mondo, dicono il contrario pure i bambini. Che però credono a Babbo Natale. Invece Galileo diceva che Babbo Natale non esiste finché non è provato che esista; era anche spiritoso, Galileo: affermava che dire una cosa senza poterla provare equivaleva a dire qualsiasi cosa, così lui poteva anche credere tranquillamente che la Luna sia fatta di formaggio.
Ora, tutti a stupire perché l’islamico ha detto, con la bella logica di un Athanasius Kircher, che la Terra non gira. Nisba. 
E cosa doveva dire? Che non solo gira, ma pure che la scienza è superiore alla religione? Si potrà pensare che non è necessario dire incongruità scientifiche per praticare la fede, ed è vero: si può essere fedeli e scienziati; Sir John Eccles lo era. Anche se poi, chissà come mai, è morto lo stesso.
Ma se io credo più in una liturgia che nella matematica, devo comunque riconoscere la superiorità della scienza? Provare, per credere, a chiederlo al vostro parroco.

Questa storia del segreto bancario mi sollazza tanto. Mi figuro la Svizzera e tutti i suoi sei abitanti, che si vedono volar via verso forzieri più granitici i quattrini di mezzo mondo. Quando tra poco li vedremo qua al semaforo, mentre gli compreremo per due euro una rosellina spenta, sarà divertente chiedergli: “sfìzzero?”.

Dite un po' se non è buffa la reazione al problema dei tifosi olandesi che hanno scassicchiato la fontana di Roma; si son sentite cose così: "ecco, però, uffa, vedi, quando si tratta di criticarci, i nordici son subito pronti; poi quando son loro a dover pagare, nemmeno ci rispondono. E' un'ingiustizia, però...". 
I "nordici", oéh, gli olandesi son "nordici". Sono anche quattro gatti che abitano una nazioncella che sta llà e ha di buono che l'erba si compra dal droghiere (o almeno una volta era così), ma questo non vien detto perché, nell'immaginario dei sudici, più a nord di Como son tutti nordici, pure quando pisciano sul Bernini ed hanno la testa a palla. E il nordico, si sa, non caga proprio i sudici; siamo troppo al di sotto di esso.
Ma con questo spirito qui, ci aspettiamo davvero una risposta? Ma nemmeno Gheddafi buonanima, ci rispondeva; era nordico lui anche più di questi qua, perché non doveva nemmeno correre appresso alla squadretta del palloncino, per esserlo. E poi lui non si limitava a sbertucciare le fontane: ci sparava proprio sulle isole. Altra razza, dimolto superiore, dico.

Un decreto del governo prevede una nuova carrettata di macchinette da gioco; per gli anglofoni: “machinet for gioc”. C’è chi protesta: "ma come, si fa un regalo alla lobbi dell’azzardo (lobbi of hazzard)!", but io credo che anche se non si volesse fare un regalo a quella lobbi lì, ci sia un problem (sto parlando inglès perché l’artìcul l’era pieno di parole inglès).
La questione mi pare essere che il denaro non è lo “sterco del demonio” come dice qualche borghese in ansia di benedizione facile; è invece il corrispettivo di una vendita, dunque il valore di un bene, dunque un valore. E ancora dunque: non è di sua natura, l’esser dato in cambio di nulla.
Per nulla, si scambia il nulla; per una speranza si barattano speranze (si chieda alla Chiesa, come si fa) così come, insomma, tutti gli insiemi devono essere composti da elementi omogenei nella natura, altrimenti non ha senso la categoria di “insieme”. Quale storto senso ha, eleggere l’elemento “denaro” a simbolo della categoria “bene” (“oggetto”) e poi farne uso di “speranza”? Si chieda alla Chiesa, se non è logico quello che ho detto, porco Videolòttery.

sentimenti
18 febbraio 2015
Permutazioni
SOCIETA'
11 febbraio 2015
Incidenti

SOCIETA'
5 febbraio 2015
L'uomo come mezzo

Così, è stata uccisa la terrorista irakena che doveva essere scambiata col pilota giordano rapito dall'ISIS. Sentendo la notizia, dovrebbe colpire l'ineluttabilità con la quale vien detto che la terrorista detenuta ha avuto la morte dato che il pilota giordano è stato ucciso, e barbaramente.
Dunque, la terrorista irakena è stata il mezzo attraverso il quale ha potuto consumarsi una vendetta. Poiché tu mi hai fatto questo, ora ti accomodo io, guarda come: ecco, ti ammazzo l'amico; contento?
Ma ci vogliamo almeno stupire un po' anche di questo? Non certo del fatto, dico, ma di come viene annunciato.

Sennò la celebrata cultura occidentale non serve proprio a nulla; ma che studiamo a fare.

politica interna
31 gennaio 2015
On punto
Discreto, riservato, schivo, controllato, ritroso, moderato, parco, temperato, modesto, sobrio, frugale, parsimonioso, riluttante, misurato, restìo, contenuto, il nuovo Presidente della Repubblica ha dichiarato: "grunt".
letteratura
27 gennaio 2015
A proposito


Una sera tornando a casa, mio padre ci raccontò una storia:
erano giorni in cui avevamo perduto tragicamente il nostro cagnolino, un trovatello di can da caccia che anni prima aveva bussato all’ingresso della nostra casa con mille cautele, venendo infine adottato. Morto lui, i miei genitori in carenza bestiale si misero alla cerca di un sosia che potesse parere lo stesso. Un bel dì di quei dì mio padre, durante uno spostamento di lavoro si trovò tra le campagne e presso una di quelle trattorie leccorniose che vi si trovano infrattate; decise di fermarsi lì a pranzo. 
Mangia che ti bevi, gli si sciolse la lingua e così raccontò all'oste chiacchierone della sua ricerca di un cane vivo che paresse un cane morto; l'oste ascoltava rapito.
E non era il solo: un anziano commensale udì quelle parole, si alzò dal tavolo e si avvicinò col bicchiere in mano; “ecco, chieda a lui” – disse l’oste cui non pareva vero di togliersi da un ginepraio di consigli da dare che non riguardavano la ribollita.
“Lei cerca un cane?” – chiese l’uomo a mio padre.
“Sì” – rispose lui sincero – “un cane così e così, e deve aver questa coda e quelle orecchie, un color beige chiaro con una sfumatura di rosso turchino e l’occhio glauco e vivace, e raccomando si chiami Terry” – mio padre leggeva da un foglio che teneva in mano – “sennò mia moglie non la finisce più” – concluse ripiegando il foglio e guardando in modo commovente l’interlocutore.
“Posso sedermi?” – disse questi
“prego” – rispose mio padre
“io ho cento cani” – mormorò il tizio
“davvero?” – disse incredulo il papà, guardandolo come si può immaginare
“nella mia terra, qui vicino; ho molta campagna, sa?” – dettagliò l’uomo
“e ne avrebbe uno come quello che cerco io?” – domandò mio padre
L’uomo fece una pausa, abbassò il capo e si tirò indietro: - “se anche l’avessi, non glielo darei mai” – rispose
“è crudele, lei” – piagnucolò papà, pensando al suo ritorno infruttuoso a casa.
“Mi ascolti” – gli disse l’uomo chinandosi verso di lui confidenzialmente – “i miei cani sono miei fratelli; lei darebbe via un fratello? I cacciatori sì. E se li perdono o gli abbandonano ovunque. Così io li trovo; e quando li trovo, le assicuro, sono in gran brutte condizioni; allora li faccio curare e li porto da me. Lei non sa che bello sia quando mi siedo sul prato in mezzo a loro tutti e li vedo felici che vengono a farmi festa”
“tutti e cento?” – tremò mio padre
“sicuro” – rispose l’uomo – “tutti quanti”
“ma non è pericoloso?” – disse babbo, che amava i cani singoli ma diffidava dei branchi di lupi, di licaoni e di cani selvaggi e cominciava a pensare l’uomo fosse un po’ matto. L’uomo lo guardò con incredulità: 
“pericoloso? È vero, lei non mi conosce: vede, io sono vivo grazie ad un cane; un cane che era molto più umano del suo padrone, mi creda”
“la solita storia che i cani sono meglio delle persone?..." – bofonchiò sorridendo papà, mentre beveva un gotto di vino
“però questa è una storia vera” – disse l’uomo – “una storia di guerra. Lei è giovane e non è ebreo, la guerra l’avrà vista da casa quand’era bambino, ma io l’ho vista da adulto, nel posto più brutto che si possa immaginare: in campo di concentramento”.

E allora l’uomo raccontò a mio padre la sua storia di prigioniero dei lager. Era una storia tremenda quanto quelle che quasi tutti conosciamo dai libri e dalle parole dei protagonisti sopravvissuti: il tradimento di un conoscente, l’arresto e la tradotta bestiale, la tortura della detenzione, la fame atroce, la violenza e la morte intorno.
Narrò una storia conosciuta che aveva questo svolgimento inusuale: 
mentre il prigioniero tentava giorno per giorno di salvarsi la vita mantenendosi forte abbastanza da non essere inviato ai camini, e perciò si sforzava di lavorare e di avere una apparenza utile, la denutrizione che si pativa in quel luogo, lentamente gli consumava le forze. Giorno per giorno egli si sentiva sempre più debole e sapeva cosa ciò avrebbe significato: ad una delle prossime visite sarebbe stato diretto verso la fila nera. E sarebbe morto. Sarebbe morto ucciso perché troppo debole per essere utile.
Ma in quei giorni venne assegnato ad un lavoro presso la baracca di un ufficiale tedesco. L’ufficiale aveva un grosso cane cattivo che portava sempre assicurato ad una cinghia vicino a sé e col quale spaventava i prigionieri. Al cane, legato fuori dalla baracca nei momenti di ozio, venivano serviti dei pastoni di carne enormi, in una ciotola; stava lì fuori a mangiare da solo, e perché era solo e perché nessun altro che passasse aveva da mangiare; e la bestia era così grande e feroce che nessuno di quei disgraziati detenuti mezzi morti si sarebbe azzardato a contendergli un cibo da sogno.
Il nostro uomo guardava il cane mangiare: l’avidità dell’animale sul suo pasto da re, gli dava le vertigini: solo avesse potuto avere una manciata di quella carne, appena un pugno al giorno, non sarebbe morto, pensava; avrebbe superato la visita.
Il prigioniero girava sempre lì presso, ed il cane – così l’uomo raccontò – prese a guardarlo; lo puntava fisso a collo teso come fanno le belve, acquattato in terra che pareva una molla; era legato alla catena, ma la ciotola del cibo era sempre accanto a lui ed il tempo che trascorreva da quando veniva riempita a quando il cane la svuotava completamente era di pochi secondi. L’uomo si tormentava nell’angoscia, nel desiderio e nel dolore; il cane mangiava ogni volta come fosse digiuno da sempre, così furiosamente che la ciotola si capovolgeva; finiva il suo pasto e poi tornava a fissare, nella sua posizione da belva, l’uomo che lo stava guardando.
Nei giorni che passarono, l’uomo ed il cane feroce sempre si guardavano, finché un giorno – disse il narratore – il cane non mangiò tutta la sua razione di cibo; dopo averne trangugiata una parte, si spostò e si sedette e guardò l’uomo.
L’uomo vedeva quella mezza porzione di pasto del cane come la promessa di vita; guardava la ciotola come per attrarla a sé, perché andare fino lì era impossibile: il cane lo avrebbe ucciso in un minuto, grande ed in forze come era, mentre l’uomo sembrava già un cadavere; avvicinarsi alla ciotola della vita, avrebbe significato certo la morte; il prigioniero vedeva il cibo e piangeva dallo strazio, e il cane, seduto, lo guardava; poi l’animale ad un certo punto guardò di lato e quindi si voltò. E gli diede le spalle.
L’animale sembrava disinteressarsi a lui, sembrava disinteressarsi anche al cibo, a quella carne di cui rimaneva mezza abbondante porzione nella ciotola; l’uomo tremò di desiderio e di paura, sentì insieme la voglia di osare ed il terrore del cane feroce, ed infine si fece forza, e angosciato strisciò, strisciò cercando di non fare il minimo rumore, terrorizzato e famelico strisciò disperatamente verso il cibo. Il cane non si muoveva, la lunga catena rimaneva come un serpente fermo in terra. L’uomo arrivò alla ciotola, il cane restava di spalle immobile; e l’uomo mangiò come un cane, mangiò tutta la porzione rimasta guardando con occhi sgranati la belva ferma. Poi strisciò indietro lentamente, vincendo la voglia che aveva di fuggire a rompicollo, sempre fissando il grande cane che ancora non aveva fatto neppure un movimento. Quel giorno benedetto, l'uomo aveva mangiato, davvero, la carne che sognava.
E così il narratore, davanti a mio padre che lo ascoltava a bocca aperta, continuò a raccontare piangendo e disse che tutti i giorni il cane feroce del nazista lo guardava, e mangiava solo mezza porzione del suo pasto, poi si metteva da parte e si voltava di spalle, cosi che l’uomo poteva avvicinarsi e cibarsi del resto, e fu in questo modo che l’uomo si salvò. 
Il narratore disse che il cane tedesco di un tedesco aveva capito la sua condizione ed avuto per lui la pietà e il rispetto che in quel luogo gli era negata dagli uomini, così aveva scelto di privarsi di parte del suo cibo perché l'uomo avesse di che nutrirsi; gli aveva salvato la vita. E lui non aveva mai dimenticato quella storia tremenda e grande, perciò da allora raccoglieva ogni cane disperso, spaventato, affamato e malato che gli capitasse di incontrare, e se ne prendeva cura. Pensava che mio padre avesse smarrito il suo cane e si era avvicinato per capire dove questo fosse accaduto, ma dal momento che invece il cane era morto, lui non poteva fare nulla; tantomeno dar via uno dei suoi cani.
.
Mio padre cercò con imbarazzo di aggirare la commozione di quell’uomo anziano e gli chiese:
“...e come fu il ritorno a casa? Ritrovò i suoi cari?”
l’uomo rispose: - “il primo che ho ritrovato è stato quello che mi aveva denunciato” – e mio padre, considerando quel vecchio signore pieno di cuore: - “chissà cosa avrà provato; sarà stata dura riuscire a non vendicarsi” - e l’uomo, ringhiando:
“non ho avuto il tempo di pensarci: l’ho ammazzato a calci in mezzo alla strada come un… come la canaglia che era, quel bastardo”.

Storie. Storie di uomini e di animali; quanto ci somigliamo.
SOCIETA'
17 gennaio 2015
Consigli per gli acquisti di crocefissi
- Santità:  "se qualcuno offende la mia mamma, è normale che gli arrivi un pugno!"
- Cristo:  due, Francesco, due: ricordati l'altra guancia.
politica interna
16 gennaio 2015
Gliùto (ultimo atto)



- L'Incubo: -   Zzz...

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atti precedenti:
-primo atto:       
http://banditore.ilcannocchiale.it/2009/10/07/atto_ripetuto.html
-secondo atto:  
http://banditore.ilcannocchiale.it/2013/04/22/atto_ribaltatato.html
-terzo atto:       
http://banditore.ilcannocchiale.it/2015/01/01/o_conzunt%C3%ACve_atto_terzo.html

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