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25 marzo 2012
Stanlieollio vive!

Non è che chi scherza dicendo assurdità abbia confidenza con l’assurdo. Mi è successo di restare a bocca aperta fino ad oggi, quando ho appreso la notizia dello straordinario episodio – non so se definire corruttivo – che ha inguaiato il sindaco Emiliano. Per un caso, in quel periodo, dopo il telegiornale di Rai Tre, davano brevi filmati di Stanlio e Ollio, roba di una volta eppure ancora divertente, con i due che, ubriachi di protossido d’azoto ovvero dell’anestesia di un dentista, partono con l’auto scoperta, a carrozza, e si infilano in un traffico primitivo di auto a carrozza scoperta, combinandone di tutti i colori. Perché il protossido d’azoto è il famoso “gas esilarante” e loro sono ancora sotto l’effetto dell’anestesia, quindi non riescono a smettere di ridere nemmeno di fronte ad un impermalito poliziotto che tenta di sbrogliare l’ingorgo provocato dalla guida drogata di Stanlio e Ollio.
Queste storie divertono ancora tanto, soprattutto per la simpatia naturale e la bravura mimica dei protagonisti, la vecchiezza fuori moda delle ambientazioni e la fantasia surreale degli episodi; Stanlio e Ollio sono operai che devono consegnare un pianoforte salendo una rampa di scale? Naturalmente consegneranno un pianoforte sbriciolato, e dunque non più un pianoforte; saranno un poco imbarazzati del risultato del loro lavoro, ma non più di tanto. E, se il cliente li prenderà a ceffoni, essi reagiranno tagliuzzandogli la cravatta, mettendogli in testa un secchio di vernice, mandandolo a gambe all’aria in qualche maniera; il tenero, infantile Stanlio ed il burbero e sfortunato Ollio, quando si incazzano, menano come fabbri.
Però menano sempre in modo divertente perché sempre attendono compassati che il loro avversario completi la sua aggressione, prima di rispondergli del pari, e perché la loro rissa è futile nella dinamica come lo è nella ragione: mai che ci si spieghi, mai che si cerchi di comporre il diverbio; il massimo che può fare Ollio per tentare un accordo è arricciarsi la cravatta tentennando la testa, e pare un cane tonto che scodinzola; tutto quello che può fare Stanlio è un sorriso da maschera mentre si stringe nelle spalle, come la caricatura di un bambino. Ma i loro avversari non sono diversi: il poliziotto si gonfierà d’importanza come un tacchino prima di finire a gambe in aria, il padrone del negozio dove loro sono entrati con la macchina per un errore di manovra si metterà in comiche posizioni di battaglia come un gatto furioso; il loro principale che li rincorre per punirli continuerà imperterrito l’inseguimento malgrado gli inciampi e le cadute in cui incorrerà per propria maldestrezza, dandone comunque colpa a loro; la vamp che passa di là riceverà l’omaggio di un baciamano e immediatamente dopo – neanche a dirlo – un volo di torte in faccia.
L’ingenuità, l’irrealtà, in alcuni casi della vita ci maldispongono, ma Stanlio e Ollio ce la presentano così pura da farcela apparire sublime; loro sono dei Cavalieri del Non Senso, come il Sindaco Emiliano.
Immaginate: voi siete, in una comica d’un tempo, un personaggio importante; siete giustamente grandi e grossi e barbuti, per sottolineare l’autorità della vostra posizione, e serissimi. Arriva un questuante che, per ingraziarsi i vostri favori, vi fa un regalo. Che regalo vi fa? Siete in una comica, non nella realtà, dunque sarà un regalo assurdo; ecco: vi fa una torta gigantesca, più alta della vostra casa e voi, per mangiarla, pensate di togliere il tetto e calarla direttamente in tavola dall’alto. Oppure il questuante fa il pescivendolo e allora vi regala del pesce. Moltissimo pesce (forse ha un grande favore da chiedervi ed allora, nella logica delle comiche, ci vuole almeno una balena, oppure un camion zeppo di pesce). E ve lo recapita a casa. Vostra moglie, elegante, in abito lungo e collana di perle, riceve l’omaggio e che fa? Non sapendo dove metterlo, ci riempie nientemeno che la vasca da bagno. Nella scenetta successiva voi tornate a casa a petto in fuori, ricevendo con degnazione la riverenza di qualche passante; entrate ed il maggiordomo vi ossequia, voi gli consegnate cilindro e bastone, baciate sulla testa i bambini e naturalmente andate a fare il bagno.
Cosa bisogna aspettarsi? Al minimo che un granchio gigante vi pizzichi le natiche, per cui voi, in jabot e ghette slacciate, scappate per la via con il granchio appeso al sedere tra la sorpresa dei passanti.
Queste erano le comiche. Nella realtà, è evidente, nessuno potrebbe vivere episodi del genere perché è assurdo, se non per fare uno scherzo goliardico, regalare qualcosa che non si può utilizzare; chi potrebbe considerare un regalo un quintale di pesce? Il pesce va mangiato, o surgelato subito perché altrimenti infracidisce e la comica diventa un film dell’orrore. E chi, ricevendo in regalo un baule di pesce, lo piazzerebbe nella vasca da bagno? La vasca da bagno serve per fare il bagno, fa quasi imbarazzo ricordarlo, e non ci si mette del pesce puzzolente e lercio, neanche per un minuto. Dice: “ma non ci sta in frigo” – e certo: nelle comiche nulla funziona, altrimenti non si ride. Dice: “e cosa dovevo fare?” – nella realtà, chiamare il neurodeliri e un camion della nettezza urbana, nelle comiche scappare con un granchio attaccato al sedere, no?
E pensare che lo consideravo una Persona Seria; è proprio vero: più assurdità si dicono e più si dimostra di non capire niente dell’assurdo.
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28 dicembre 2011
Le scelte più difficili
In ogni occasione Giorgio Bocca, nato nel 1920, ha ricordato la sua militanza nelle brigate partigiane delle valli Maira e Varaita, nel basso Piemonte: per chi ha vissuto quei tempi che devono essere stati di massimi coraggio, rabbia, entusiasmo e terrore, probabilmente è impossibile prescinderne anche solo per un momento, poi, in tutta la vita.
E in uno dei suoi libri, Umberto Eco si è chiesto – per interposto personaggio – cosa avrebbe fatto lui, nato nel 1932, se il caso gli avesse invece dato un’età sufficiente per trovarsi dinanzi alla triplice scelta: di qua, di là o imboscato? E concludeva che è frustrante non poterlo sapere mai. Un pensiero così a noi, nati molto più tardi e ignari delle bombe, non viene, se non lo chiamiamo.
Però, volendo chiamarlo, arriva con qualche dubbio nuovo. Quanto possa essere spaventoso un combattimento a fuoco, lo racconta lo stesso Bocca: un suo compagno – dice – se la fece addosso. Ma questo può accadere a ciascuno di noi se, ad esempio, scopriamo in autostrada che i freni dell’auto non funzionano; il terrore del pericolo, voglio dire, non è esclusivo della guerra. Anche la fatica, il disagio, la preoccupazione e perfino la ferocia non sono estranee ad una vita borghese, sebbene in dosi inferiori e, per i più fortunati: omeopatiche; il sentore del rischio in tutte le sue accezioni è comunque noto a tutti: la guerra l’amplifica fino a renderlo gigantesco sì, ma la guerra partigiana ti dà un’altra cosa ancora; nuova questa.
Uno dei racconti di Bocca – che gli ho sentito fare solo una volta – riferiva di quando il gruppo di partigiani di cui lui era comandante catturò un tedesco. Le bande partigiane di montagna erano cellule molto mobili, fornite di armi leggere, tendevano agguati ed impegnavano il nemico in scambi di fucileria e di bombe a mano, dunque in conflitti sporadici e brevi che erano destinati a fiaccare lo spirito degli avversari con azioni di disturbo, più che a provocar loro seri danni. Per queste ragioni il gruppo di uomini armati che percorreva la montagna doveva essere dinamico, leggero e svelto, privo d’impedimenti.
E in questa situazione, un prigioniero non è gestibile: non si può saltare da monte a valle come un gruppo di stambecchi trascinandosi dietro un riottoso nemico legato e imbavagliato. Non si può pensare anche al suo sostentamento, e nemmeno ai turni di sorveglianza, in un gruppo così sparuto, quando, la notte, qualche ora di sonno deve precedere marce forzate ed un combattimento (a proposito: che si fa, durante il combattimento, lo si lega a una pianta ad aspettare, questo nemico preso? E se bisogna ritirarsi imprevedibilmente?)
La gestione di un prigioniero richiede una organizzazione ed una logistica che la banda partigiana non ha.
E allora che si fa?
E allora lo si deve uccidere.
Uccidere. Siamo in guerra, in guerra si uccide. Ma questo è un uomo vinto, catturato, inerme, affidato ai suoi carcerieri, solo ed innocuo ormai; quando un uomo smette di essere un nemico? – ci si potrebbe chiedere accorati. Ma la risposta è banale quanto la domanda: - quando finisce la guerra, che non è ancora finita.
Giorgio Bocca lo racconta col suo stile ed il suo volto contadini; poche frasi, un senso di ineluttabilità: il prigioniero non si può tenere ed ovviamente non si può liberare. Lui è il capo di quel gruppo di insorti, tocca a lui eliminarlo.
Giorgio Bocca è un ragazzo di vent’anni; si assume la responsabilità dell’atto, compie l’esecuzione così come bisogna.
C’è una scena simile nel film "I piccoli maestri" di Daniele Luchetti; qui l’esecutore viene scelto a sorte e, mentre il resto della banda si allontana, uccide angosciato il prigioniero con cui aveva legato un rapporto di simpatia, quella che spontaneamente viene tra due ragazzi, entrambi studenti d’università, che si ritrovano con la stessa faccia e gli stessi interessi, sia pur dentro temporanei abiti diversi.
Nel film, c’è l’accenno di risposta ad una domanda che io mi son sempre fatto: “e come ci si sente, dopo?”
Lo chiesi – durante il servizio militare – anche ad una sentinella che sparò contro delle figure (forse bravacci incoscienti del paese) le quali – a suo dire – non avevano risposto all’altolà e avevano perfino esploso “colpi di pistola” (probabilmente una scacciacani con la quale volevano fare un folle scherzo). Richiamato dagli spari, il corpo di guardia ci mise mezz’ora ad avvicinarsi alla sentinella che, riversa a terra in crisi di panico, si sgolava minacciando di morte tutto l’orbe e i pianeti vicini. Io ero rimasto esterrefatto: il mio compagno era uno studente di economia gentile e timido, ma vent’anni fa quella notte sparò contro degli uomini. E fece fuori il tetto di un hangar, con la sua raffica di mitra.
Solo l’hangar, per fortuna, ne patì; e certo lui non lo fecero tiratore scelto, semplicemente, lo congedarono. Ma cosa mi rispose? Ancora tremante mi disse che in quel momento avrebbe sparato anche a sua madre. Tanto fa, la paura.
Nel film invece la risposta è quella che mi aspettavo: il ragazzo, assassino per tener fede ad una scelta morale, sbarella un po’: durante una pausa tra le operazioni, mentre idealisticamente i compagni discutono su come pianificare il futuro (si portano avanti, come si fa da ragazzi, facendo progettoni) lui candidamente propone di passare per le armi tutti gli iscritti al partito fascista, insomma quasi tutti gli Italiani. Non lo dice con ferocia, ma con ovvietà, e guarda con faccia attonita da bimbo ferito i suoi compagni che lo fissano, capendo raggelati che in lui qualcosa non va più.
Perché l’uccisione di un prigioniero in questo modo è diversa dall’esecuzione con tanto di plotone: l’attore Giorgio Albertazzi, dopo l’8 Settembre ufficialetto della R.S.I., è stato accusato di aver all’epoca comandato l’esecuzione, appunto, di partigiani; ma lui, a sua volta, era stato comandato, “riceveva ordini”. Aveva il lusso di scaricare la responsabilità.
Quando invece sei giovane componente di un gruppo d’insorti arrampicato sulle montagne, chi ti comanda? Chi davvero ti ordina? Puoi pure andartene; sei davanti al tuo proprio senso di responsabilità. Hai dunque la possibilità di voltare la testa, di dire io non lo faccio, di toglierti dalla scelta favorendo il prigioniero, puoi fare mille cose sbagliate (sei in guerra) per non sentire il peso di una responsabilità orrenda e non vivere, da quel momento, con il fantasma di un uomo inerme che continua a rantolare a terra dopo il tuo colpo. Dopotutto hai solo vent’anni.
Ma se malgrado ciò sai sentire il Dovere e accetti di portare insieme al terrore delle battaglie anche l’orrore di qualcosa che suona ancora più disumano, e poi riesci anche ad avere la forza di progredire nella vita, perbacco, il quadro si fa così imbrogliato che mi viene un senso di rispetto per chi ne trova il bandolo.
Perché anche la depressione da senso di colpa è un lusso, nelle situazioni estreme; una vita con la testa tra le mani non ti fa migliore e non migliora nessuno. Se invece vivi bene, qualche miglioramento lo puoi ancora portare; hai solo vent’anni.
Ecco allora quella cosa nuova che la guerra partigiana, e forse poche altre evenienze drammatiche, ti possono dare: la richiesta di una scelta senza rimedio in una assunzione totale di responsabilità fino alla fine dei tuoi giorni. Una scelta così quando hai solo vent’anni.
Non sapremo mai noi che avremmo fatto, in quei frangenti; è una fortuna? In un certo senso sì, ma è anche un bel limite nella conoscenza di sé. Che dovrebbe metter limite anche al desiderio di sermonare – quando ogni tanto viene ad indice ritto.
Bocca era stato un combattente fascista, prima del ’43, un sostenitore della “difesa della razza” e della tesi della “congiura ebraica” e questi fatti gravi vengono giustamente ricordati a completamento della sua biografia.
Comunque sia possibile metter ordine in queste cose, un così giovane uomo che sceglie e passa per vie difficili senza nascondersi, e rimane uomo finché vive (“Senza perdere la tenerezza” – diceva “Che” Guevara) merita rispetto, no? Un composto rispetto, fuori.
E dentro: occhi sgranati.
| inviato da internet il 28/12/2011 alle 10:57 | |
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20 dicembre 2011
Liber librorum et omnia vanitas
Come molti mortali, vorrei non morire e così mi son letto la Bibbia dove pensavo avrei trovato il modo, appunto. Beh, che devo dirvi: non l’ho trovato. Forse la mia copia mancava di quella pagina, ma piuttosto che scartabellarne un’altra mi faccio frate. Perché ho fatto gran brutti sogni per troppo tempo, dopo quella lettura: intanto, mi ha confuso; ma come: è composta di differenti libri e a me hanno dato un libro solo? Lo credo che mi mancavano delle pagine. E poi non si capisce niente: comincia con la creazione del mondo, e va bene ed è pure bello, con Dio che si dà da fare e poi si stanca (Dio si stanca?) e si riposa. E mi è venuto sonno pure a me, che infatti sono stato battezzato. Poi arrivano gli ebrei, che a Dio piacevano un mucchio ed infatti li scarrozza per tutto il deserto a prendere botte dai faraoni. Ma, mi son detto: non poteva dare un calcio a ‘sto faraone e basta? Si vede che non poteva. E qui comincia una lista di gente che fa delle cose di cui forse si è perso un po’ il senso, come quella volta che mi è capitato di leggere una lettera del mio bisnonno: “bisnonno” – ho pensato – “ma di che cacchio stai parlando?” e lui: zitto come Dio.
Certo, poi arriva l’Ecclesiaste e lì, ragazzi, non si scherza: mettete a letto i bambini, e con le mani fuori dalle lenzuola; ò, lì è roba forte, per maggiorenni, si parla di sesso spinto, e non scherzo: leggetela, se poi non dovete star soli, e ne riparliamo.
I “libri” deuterocanonici, sono un guazzabuglio; intanto, i protestanti non ci credono e, secondo me, fanno bene. No, dico, c’è di tutto: Nabucodonosor e Babilonia, un tal Tobìa che va dai parenti mentre un demonio ammazza i mariti a Sara, nientemeno, i Seleucidi se la prendono con Antioco, e che dire di Artaserse? Non lo so, perché proprio lì ho preso sonno.
Al risveglio, mi si presenta l’Ecclesiatico: “urca” – ho detto – “ancora porno, qua!” – ma stavolta era una finta: l’Ecclesiastico non è l’Ecclesiaste e si vede che lo fanno per scherzo: tu ti butti a leggere con gli occhi sgranati ed invece ti becchi una fila di raccomandazioni e proverbietti che neanche mia nonna. Scherzi da profeta.
Poi arriva Baruc. Baruc doveva essere un depresso: andava tutto male, per Baruc. L’avessero invitato a bere qualcosa. Forse l’hanno anche fatto, ma Baruc ti rovinava la serata: c’aveva una faccia che metteva tristezza anche ad uno spettacolo di lap dance; “e dài Baruc, su con la vita!” – gli dicevano gli amici, ma Baruc, niente.
Poi ci sono tre giovani in una fornace che si danno al canto; gente strana, a quei tempi. Due vecchi zozzoni, nel frattempo, ricattano una tal Susanna cercando di portarsela in qualche talamo lì intorno e vedete che i vecchi zozzoni son sempre esistiti, e pure le Susanne. Il solito Daniele intanto combina i suoi casini: non contento di quello che aveva imbrogliato prima, eccolo ammazzare un drago sacro; “Daniele, ma perché non ti fai mai i cazzi tuoi?” – gli disse pazientemente un arcangelo, e daniele ridendo dispettoso: “tiè!” – e ammazza il drago. Anche i ragazzini discoli son sempre esistiti.
Dopo alcune scene tanto per riempire, arriva uno che sembra americano: sapete no, gli americani che gli piace sempre fare quelli che son deboli, le prendono, hanno tutti contro e poi invece vincono. Nella realtà non è così: loro son grossi e forti, gli altri son piccoli e sfigati, ma intanto gliele danno; ma sto parlando di favole. Insomma questo giovane americano incontra un gigante che gli dice ti spiezzo in due, ma lui lo abbatte stile Ringo. E fine del gigante. Viva Davide (che è l’americano) e vince un reame, e qui la storia si lega forse a quella di Cenerentola.
Chiudendo il libro, riappare Baruc, che ne sentivamo la mancanza per finire in bellezza.
Ecco letto il Vecchio Testamento. Dopo qualche ora di sonno, mi son letto il nuovo. Ragazzi, il nuovo è un pacco, ve lo dico subito: ti ripetono lo stesso racconto quattro volte! Sono andato dal libraio, gli faccio: “Ohé, quella copia qui è stampata male, si ripetono le pagine!” - “No, guardi che è così” – mi fa lui, e io non ci volevo credere e rivolevo i soldi, o almeno un’altra copia, e tira e molla abbiamo telefonato al Vescovo e gli dico: “Vescovo, beh?” – “No, guardi che è così” – mi risponde lui, e io: “Insomma, ciavete sempre ragione voi!” – e sono uscito arrabbiatissimo.
Vabè, ‘sto racconto in quadricopia lo conosciamo tutti: e da mo’ che ce ne fanno una testa così: la capannuccia, Maria e Giuseppe, il bambino che non si capisce da dove viene ma pare c’entri il solito arcangelo, poi un po’ di buio e via di miracolo in miracolo fino a botte, tortura, sangue (che ai biblisti evidentemente piaceva tanto) e assassinio plurimo e scenografico. Con resurrezione selettiva (i ladroni, no). Fine del racconto.
Mah. Ho chiuso il libro dei libri e l’ho infilato tra gli altri libri nella libreria. Devo dire non c’ho capito molto. Intanto, ho capito che la vita eterna me la posso scordare e pure un allungo significativo, che mi avrebbe fatto comodo, con tutto quello che c’ho da fare, ma pure come baedeker di comportamento non mi pare paragonabile al galateo di Monsignor Della Casa, e nemmeno a quello di Lina Sotis. Provatevi voi a maledire vostro figlio e i figli dei suoi figli, insomma i vostri nipoti, solo perché quel poveretto è entrato in bagno mentre uscivate dalla doccia. Intanto chiudete la porta, no? E poi state un po’ calmi, che diamine, andate più spesso in piscina! Povero bambino! E se il vostro capufficio vi dice che il piccino non gli è simpatico, non correte a scannarlo, andate dai sindacati! (non dalla CISL perché altrimenti per vostro figlio è finita, ma insomma vedete voi).
Ecco. Lettura impegnativa; anche troppo. Mi ha lasciato l'impressione di qualcosa che non va. Incongruenze, smagliature, iàti di senso. Cerchiamo di recuperare. .

| inviato da internet il 20/12/2011 alle 20:25 | |
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24 novembre 2011
Venditori e Camicie brune
Arrivò tempo fa un venditore, che vendeva e vendeva – diceva – a ogni porta di imprenditore un sistema per curare il patema che tutti agghiaccia alla schiena lorquando, di notte, si scatena – o con ragione o per combinazione – quel cacchio d’allarme del capannone.
- Buongiorno, lei ha mai subìto furti?
- Grazie a me, no.
- Grazie a lei?
- Sa, sono ateo.
- Ah, capisco. Bene: allora, grazie al calcolo combinatorio, starà per subìrne uno.
- Dunque lei è ladro statistico?
- Venditore.
- Ahi!...
- Eh sì. Pensi: giovedì la Cipputi Spà non mi ha voluto comprare l’antifurto…
- E venerdì…
- E venerdì gli hanno arrubbàto pure la mutanda d’emergenza. Vede che mondo brutto che ci troviam qui sotto?
Allude o minaccia il fetente; gli faccio ora il ghigno cattivo o metto su un’aria piangente e sbroffo che di euro son privo?
- Mi piacerebbe assai comprarle l’intero stock, oh, se mi piacerebbe, lo giuro sulla sua famosa mamma, qualunque mestiere faccia. E poi, ma che bell’articolo, ma che bella idea ha avuto venendo a trovarci, ma come veste con gusto, ma come le casca bene la giacca, peccato per la pistola.
- No, è l’agenda (estrae l’agenda e me la punta alla tempia). Dunque affare fatto?
Laddove non passan le tasse, seqquando non arriva i’IVA, ti svuotano bene le casse la crisi, le banche e...
- L’agenda.
- Ma non fa la rima
- E chi se ne frega. Sa che facciamo? Mi dia tempo quei dieci-quindici anni per pensarci e poi ci rivediamo per l’acquisto, eh? Contento?
- Eh? Contento?!
- Che fa, mi copia?
- Ma via: un grande industriale come lei, con questa po’ po’ di topaia, con tutto questo unipersonale, con il suo giro d’affari pluricentesimale…
- Ha dimenticato: un uomo bellissimo…
- Beh insomma… ma che c’entra?
- Già, perché il resto…
- Insomma: le offro un affare fantastico!
- Troppe effe.
- Pensi: tre telecamere a circuito chiuso e registrazione 24 ore su 24 in tutti i suoi ambienti (questa stanza) a soli eur…
- Ah! Ma lei vende intercettazioni ambientali!
- (pavoneggiandosi) Modestamente!...
- Bene, bene, bene: stia un attimo in linea seduto comodo, che faccio una telefonata!
È Legge da ventiquattr’ore e son cacchi tuoi, venditore; tu vendi sbignàte all’interno? E io piglio e ti chiamo il Governo:
- Tu-tuu… tu-tuu… click: (musica d’attesa) …’e sempre allegri bisogna staree, ché il vostro piangere fa male al re…’ (risposta): Uéh, sseghè, pronto!
- Viva la figa e la Padania!
- Sempre evviva. Chi è, il Benito?
- Il Benito? No, sono l’Internet… vabbè, damm’a tra’ a mi: ciò qui uno che vende intercettazioni ambientali
- È il Benito?
- E dàgliela con questo Benito. No, (al venditore) com’è che ti chiami?
- Alfredo
- (al telefono) È l’Alfredo.
- Cosa l’è che intercetta, questo Alfredo.
- I ladri.
- Va be’, dài, poveri ladri!
- È quel che dico anch’io.
- Non si possono mica fare, quelle intercetasioni lì!
- È mezz’ora che glielo ripeto!
La Legge Porcellum-Maiale èccòme la donna fatale: ce n’importa assai la morale, importa se la puoi abusare, perché mica la devi sposare: è un sogno e ti puoi svegliare, aspettando la prossima notte che puoi tornare a mignotte.
- Sarà mica un terùn, quell’Alfredo lì!
- Secondo me, a l’è ‘n terùn
- Fagli la prova della cadrega!
- Bravo! - uehi, Alfredo: cos’è la cadrega?
- La sedia.
- Cos’è che ha detto?
- Ha detto la mela
- L’è un terùn!
- L’è un terùn!
- L’è un terùn comunista blecbloc drogato e negro!
- E culattone!
- Sparaci, Benito!
- Sono Internet, vacca boia.
- Sparaci uguale, che poi lo mettiamo in galera per falso in bilancio!
- Ma non è depenalisàto?
- Per lui no!
- Giusto! Bravi! Orca l’oca, che bel governo! (colpi di fucile)
Questo accadeva un tempo fa, nei giorni felici in cui il Governo diceva in faccia alla Guardia di finanza che era morale evadere un po’ le tasse (e la Guardia di finanza, lì sull’attenti: uno spasso) e anche quando aveva detto di voler sparare ai barconi degli immigrati (i barconi con su donne e bambini, ma negri uéh, mica tedeschi) o quando voleva riservare i vagoni della metropolitana di Milano ai soli milanesi (ai milanesi bruni – quasi tutti – veniva fatto il test del DNA: col cinque per cento di sangue spagnolo, andavi a piedi).
Ma adesso forse quei bei tempi sono finiti; che dite, saranno davvero finiti? Mi toccherà rifiutare le offerte pelose con aplomb signorile e compassato, senza contare sull’aiuto delle Camicie brune?
Aspetto il prossimo ospite per saper che fare; pare che adesso verrà a trovarmi la banca. E io non ho neppure l’antifurto.

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29 ottobre 2011
Nel wild
Me ne vo per il nostro wild, sentendomi come London sulla slitta e Chatwin in Patagonia, me ne vo in albergo però, perché io sono meno inquieto, ma so che sui monti d’Abruzzo anche un borghese panzuto può sognare avventure di lupi secolari.
E io voglio sognare, anche se siamo nel duemila e pure i lupi si saranno ben evoluti, dico, e poi magari non saranno più così selvaggi quei monti, da che la Luna a cui ululare esibisce, anche sugli atlanti scolastici, perfino la sua faccia tenebrosa; una Luna da tinello, oramai. Vo dunque a sognar pacatamente, credo bene.
Non è la Patagonia, qua, e voglio dire che l’Abruzzo dei boschi non ha l’aspetto d’una vecchia soffitta dove stanno accatastati i ricordi di tutti. Per che altro vorreste andare in Patagonia? Per ricordare cose lontanissime, non necessariamente vostre, e guardare sognanti in quel vecchio cassettone mille evocazioni polverose e perdute; no, non è così in questo anfiteatro di foreste;

piuttosto richiama memorie più recenti e meno universali; ma ecco un cervo.
Sull’asfalto di un verde misterioso (come mai è verde? È stato fatto appositamente per uniformarsi al grande Verde intorno o forse la esuberante polluzione di tutta quella natura lì tale lo colora, tanto che se dormissi all’aperto, verde mi sveglierei un mattino anch’io, come un elfo?) su tale asfalto insomma, un cervo senza corna sta, si gira, ci vede, salta improvviso e leggero sulla scarpata, volta ancora la testa a noi con atto di sorpresa (“ma chi sono? Di solito qua non passa nessuno!”) e volatile come un merlo se ne va. Non l’avevo mai visto, io, un cervo così da vicino, e con quella faccia.

A Civitella Alfedena, un nome mezzo latino e mezzo chissà, la foresta è vicina; vicina tanto che la notte risuona delle grida degli orchi, e tanto blando è il limes che l’orso viene in paese quasi ogni sera a far spesa d’immondizie o di pollai, e talvolta provoca coccoloni ai turisti ignari, ma – mi assicura il guardaparco, compassato come ogni buon abruzzese – non è pericoloso.
- Ma se lo incontro cosa devo fare?
- E cosa vuole fare: gli può dire “pussa via!” – sorride l’uomo in verde e, forse, con le orecchie a punta.

Fumo la mia sigaretta in uno slargo del paesino, la notte, ascoltando le grida del buio, ma non mi avventuro a quel limitare perché qualcosa sulla storia della belva bonaria ed elusiva non mi torna: carnivoro lui, di carne io. M’arrampico sulla mia stanza, un ultimo orecchio a quei richiami, e m’intàno nel giaciglio.
In questo paese di Biancaneve, un recinto a doppia, distanziata rete metallica alta quattro metri con appesi cartelli d’allarme: “attenzione, non avvicinarsi, animali pericolosi” sembra rinchiudere il Tirannosauro di Jurassic Park, ma è lo spazio dei lupi; è uno spazio gigantesco, una intera collina con bosco e radura, e le belve dentro sono un piccolo gruppo. I lupi però stanno via, via da quelle maglie di confine e non si vedono se non, talvolta, saltare fra loro sullo sfondo, ma appena vengono scorti svaniscono e la collina resta immobile, come ad attendere di esser sola.
M’avvicino una mattina presto, sono solo come Cappuccetto; nell’angusto sentierino che costeggia la rete sfilo, senza sperare di vedere Il Lupo, come si pronuncia qua, in grassetto, con la maiuscola. Ma ecco che.
E’ li, tu agghiacci, il cuore non regge
come ti muovi, lui scatta e ti punta
tu speri di non somigliare a un gregge
ma hai gambe molli e la faccia smunta
Lui viene avanti con gli occhi gialli
tu dici ecco che mi si magna
se corro adesso, malgrado i calli
pochi minuti, e sono in Spagna
Ma ecco, sorpresa e stupefazione
la belva rotola come un gattone,
vuole le coccole, fa il cucciolone,
che commozione, che delusione.
Siam separati da reti in ferro
e il mostro si struscia ai diti miei;
io leggo l’allarme di quel cartello:
se fossi pecora, oh, riderei

Dopo l’incontro col lupo cattivo
la belva feroce, il sogno nero,
torno pensoso lungo il sentiero
un poco deluso di essere vivo.
Non bisogna credere alle favole. E nemmeno ai miracoli, naturalmente, ma al lupo di Dubbio ora ci credo sì. Eccolo là.
Il sentiero che va nel bosco porta verso una fonte, così promette il cartello. E io ci vado, a quella fonte, spensierato come Pollicino. Cammina, cammina, cammina, son passate due ore, della fonte nemmeno una goccia ed io sono al buio. Son le tre d’un pomeriggio d’estate, è vero, ma le fronde degli olmi (o sono querce? O ontani? Mai capito una ceppa di botanica; son frassini, via, e che il Signore s’accontenti) son tanto fitte che la luce non vien giù. Improvviso mi viene un pensiero: e se incontro un cinghiale? Due cinghiali? Due cinghiali, un orso e un tirècs? Una ombra repentina scivola fra i tronchi: m’arresto e mi fo frassino pur’io, con poca fatica. Guato la direzione di quello sgusciare e te la vedo, la volpe fluida scivolar via come una serpe; ah, be’: memento il tipo di lupo e, rassicurato, le fischio spavaldo come fo al mio cane.
Si ferma, mi guarda e rapida viene; o cacchio: perché non mi teme? – penso; perché non fugge l’uomo dominatore del creato, il primo predatore, l’angelo sterminatore che io rappresento? Che, non lo rappresento?
Un dubbio mi trafigge: rabbia silvestre! È certo rabbiosa e i suoi istinti devastati dalla follia del male sono travolti da un unico imperativo: mordere mordere mordere, ché è così che il virus ràbico s’impossessa degli infetti, come un sortilegio, per disseminarsi ovunque. Il piccolo zombie masticatore viene verso di me, corre, sta arrivando, è qui.

E mi si siede davanti, in fin troppo evidente attesa.

Non solo non ha paura, questa svergognata bestia, ma vuole proprio qualcosa da me; un panino da turista andrebbe benissimo, suppongo. Purtroppo ne sono sprovvisto e tutto ciò che ho è la macchina fotografica.

Mi guarda come vedete; ed io, solo su un sentiero oscuro in un bosco delle fiabe, ad una volpe selvatica seduta porgo scuse e giustificazioni. Se ne va, poco convinta.
Riprendo il viaggio e la trovo infine, quella fonte della malagloria; stiam lì un poco presso d’essa in tre, gli altri essendo stranieri con zaini tali da potervi contener l’Abruzzo e un poco del Molise. Io son privo di tutto e ho pure finito, con la volpe, il rullino di tre pose. Fingo quella compunzione liturgica di cui, nella natura, son maestri i nordici e così mi mimetizzo.
E rieccomi per la via; m’infiltro tra le fratte, sulla strada del paese; attorno a me tronchi centenari ritti al cielo o riversi in terra: nel parco più antico d’Italia, i cadaveri degli alberi sono rispettati come da vivi e si dissolvono nella stessa terra che li ha nutriti, in compagnia di tutto. Chissà cosa sta accadendo sopra quelle fronde; so che oggi c’è il sole. Arrivo ad una radura ed è come uscire da una camera oscura; sono sopreso di tanto spazio fulgente; passeggio nella luce piena carezzato dal prato, frusciato di farfalle, deliziato di forme e colori, bucolico come il dio Pan.
Quand’ecco che, quand’ecco che inattesi sgorgano dal sentiero tre grossi figuri.
Conoscete il mastino abruzzese?
È così che qui chiamano il pastore maremmano, e non vi fate sentire a chiamarlo in quel modo perché questa bestia è una gloria regionale che, a sentir la gente del luogo, è una loro esclusiva magica chimera di differenti specie, a comporre un essere forte come un orso, incurante del freddo come una foca, coraggioso come un leone, fedele come un cane e spietato ed inesorabile come un marchionne; sembra una palla di neve di ottanta chili, ma non fidatevi delle apparenze: è invece micidiale quanto uno shogun e ha pure l’intelligenza di un Nobel; c’è chi dice sia uno spirito dei boschi che Mercurio regalò agli uomini insieme a quel vaso; altri pensano si tratti di Marte in persona (canina), sopravvissuto alla caduta degli dèi.
Ma a me quei tre botoloni giganti paiono semplici orsi bianchi incazzati: abbaiano e ringhiano mostrando denti lunghi così e corrono verso di me. Mi vogliono mangiare.
La radura è corniciata da alberi di varia misura; un babbuino potrebbe avere una crisi depressiva a vedere con quanta rapidità e sicurezza io ne raggiungo la cima più svettante.
Ora, sull’albero come un bel gufo spettinato, considero la situazione: sono a chilometri dall’abitato, il pomeriggio è ormai vecchio ed il cellulare (ecco che controllo) non prende. I tre bastardi di superrazza sotto circondano il tronco e principiano un coro lugubre: ululano insieme, ma basso, sottovoce. Mai sentito, prima, un coro tanto suggestivo tutto per me.
Suggestivo, sì, però il tempo passa e, digiuna, la canaglia infine s’annoia; allora slunga dal tronco e poi, al passo vago, si distrae. È il momento: scendo stile scoiattolo indemoniato ed aro a traverso il campo, come fa Mi-mip; gabbate, le belve candide m’inseguono in ritardo; brucio il tracciato in discesa verso valle mentre il sole cala, inseguito dai fantasmi, uguale a Pinocchio. Non so quanto quel supercane del malanno sia veloce (dicono che fili come un ghepardo in piena forma) ma io li stacco di chilometri e arrivo in paese alla carica come un esercito invasore, in una nuvola di pulviscolo e ramoscelli.
L’ineffabile guardacaccia a cui la sera racconto l’accaduto, placido mi conferma: “non sono pericolosi”.
- Allora sono molto spiritosi – replico tra le extrasistole. Non capisce. Ci beviamo un Centerbe, che brucia, smèmora e carbura.
E me ne vo a veder la lince.
Ma sì, perché qua abbiamo anche la lince, il gattopardo; un felinone macchiato dalle orecchie cespugliose, le basette come un Agnelli e zampe lunghe da qui a lì. È il nostro leopardo, un’altra gloria di qui; solo la lince può competere con Il Lupo, forse, ma sta a lui come la tigre sta al leone: per quanto forte e bella l’una, il Re è l’altro.
Il guardaparco, complice, mi dà la dritta: se voglio vederla davvero devo andare di lì e di là per stretti vicoli e sentieri finché trovo una rete di recinzione immersa tra i cespugli, ed attendere immobile: quello è il luogo ove la lince riceve cibo e fatalmente arriverà aspettandosi il pranzo, certo non aspettandoselo così sostanzioso.
Cappellaccio alla dottor Jones, parto verso nuove avventure.
Sono alla rete. Se quella dei lupi sembrava contenere il mostro degli incubi, questa è recinzione da polli. Ma la lince non salta cinque metri in alto, senz’asta? Mah. Osservo perplesso la scarsa struttura che mi separa dal wild e capisco che la zona non è destinata all’osservazione turistica, perché il turista, con una recinzione così, si farebbe subito mangiar la nikon, insieme alle mani, con entusiasmo. Il suggerimento del guardaparco era un segreto soffiato nell’orecchio; qui, la lince viene e se vuoi e sei pazzo riesci anche a toccarla e se non vuole, come ti accorgerai, te mena.
Pure qui non c’è nessuno, e lo credo: io, il guardaparco e la lince conosciamo questo posto. Attendo. Gli steli altissimi dell’erba oscillano, sullo sfondo; sembra di percepire un fruscìo intermittente. Improvviso, un uccello invisibile grida acutissimo; io e il mondo siamo fermi a guardare.
Come fosse stata sempre lì, ecco la lince:

un gatto smisurato dalla coda mozza, magro e dinoccolato, con occhi enormi e le orecchie come un mulo; viene avanti rigida come fosse malata. Capisco che non le torna la mia immagine, ché s’attendeva l’uomo del pranzo; non mi conosce, e la tensione di questo incontro inatteso la tiene sul bilico delle decisioni di venire e scappare, ingroppandole i muscoli.
Evita di guardarmi ed avanza con una cautela fantastica, come se in terra ci fossero delle spine; resta ad un metro da me e poi mi dà un’occhiata d’indagine, finalmente: quegli occhi bistrati, da pittura egizia, e così oblunghi, vividi ed esagerati sulla testa troppo tonda, troppo piccola e montata su un corpo così alto e corto da gatto malformato, mi fanno girare la testa. Rabbrividisco. La lince lo sente, gira lentissima su se stessa, torna nel wild; allora voglio trattenerla, mentre armeggio con la macchina fotografica: come si chiama una lince? – PST! – sibilo; l’animale, che si reggeva per miracolo a causa della tensione, quasi casca in terra, poi si scioglie all’istante nell’erba e raggiunge il suo dovunque.
Torno a casa senza una buona immagine di quel gatto malandato, così come non ho fermato su carta altre meraviglie: l’aquila Serafina, l’orso Giuseppe, il gufo Gennaro, Roberto il tasso e Pasquale il cinghiale, per non dire del camoscio di cui non ricordo il nome; ma insomma, bisognerà che dopo essermene tornato, ritorni, perché le mille altre bestie di questi monti d’una volta, le voglio vedere. Ad ognuna di esse i guardaparco danno un nome, e così dev’essere perché è impossibile che qualcuno che vive così vicino a te non ce l’abbia, un nome. Io, per esempio, a casa ne conosco un sacco, di nomi: Gigio, il mio cane, e poi Luisa, ma anche Silvia, Teresa, Armida, Claudia, Elisabetta e tutte le altre pulci.
Tornerò.
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satira, un punto di vista un po' storto
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