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satira, un punto di vista un po' storto
DIARI
16 novembre 2009
Famose terre incognite


Si potrà sorridere dell'ingenuità, lo si fa sempre; dunque sorridiamone insieme

 


  Cari utenti, vi scrivo perché sono seduto alla scrivania; sono seduto alla scrivania perché fuori piove; piove perché gli scienziati han detto che avremo un futuro di siccità. Io sono molto più ottimista: finirà di piovere, ecco tutto.

Visto che però qua piove da una vita, mi ritrovo spesso alla scrivania e, per ingannare il tempo (ingannarlo? Mah, licenza) navigo – come si dice – su internet; ma sapete che ho scoperto finalmente internet? Dice: ti c’è voluto trent’anni; sì, ma finalmente mi ci diverto; il computer, questo bidoncino qua che ho sotto il tavolo e l'interfaccia che ha (interfaccia: ma chi li inventa questi nomi: ma si chiama schermo, no, si chiamerà video, visore, al limite; ma non ce l’hanno il dizionario dei sinonimi e contrari, quegli sconsiderati?) questo coso che ronza davanti a me dunque, il computer, l’élaborateur, il calcolatore (come si diceva nei film di James Bond) mi fa compagnia ora, manco fossi al moritòrio vecchio di cent’anni.

Non è assai che l’informatica sociale ha svelato i suoi segreti a noi gnoranti; accadde quando, un bel dì di questo mentre, ci fornirono un portentoso motore grazie al quale ciò che prima era un veliero sciaguattante divenne un off shore che balzava tra i flutti come un marlin; con la spinta dell’addiesselle subito ci demmo alla scoperta dei sette mari e, tra le tante meraviglie, scoprimmo quel sito che tante te ne dice e te ne fa vedere.

Ma esso, a tutta prima, ci apparve terra incognita e misteriosa, e perfino infida. Racconto:

 

navigavo dunque senza rotta ‘sto bel dì, quando m’apparse una lingua di terra: Terra! - Disse il coffiere tossendo da lassù ed io diedi ràpido piglio al cannocchiale e vi guardai:

“Yu tu” – lessi nel fosco della bruma che da quella battigia si levava.

- Affè mia, corpo d’una balena, per mille tonni, ‘cazzo significa? - Gridai al nostromo che alto si levava dal bompresso.

- Sui miei coglioni, capitano – egli rispose con le mani a valve di tridacna – non ne so guari.

- Avanti sulla dritta! Pronti i pezzi di babordo! – ordinai e mi feci accanto al timoniere.

Egli mi guardò con le mani salde sulle razze: - pronti alla strambata capitano; solo un cenno vostro -. Mi somigliava il timoniere, da sempre a me vicino sui quei mari senza una sosta, fedele come una remora al suo squalo; tanto mi riproduce nelle forme e ne’ pensieri che potrei esservi io a quel timone, e lo stesso direi del bravo nostromo, se richiesto. – Avanti sulla dritta! – ripetei, pronti al reset - (termine questo de’ naviganti per fuggire le secche piene di spam, i virusberg vaganti ed altre minacce) – vedi niente tu lassù? – chiesi al coffiere che sol si dondolava in cima all’albero maestro.

- La terra, l’ho già detto, capitano! – mi rispose, lesso come una triglia

- La terra che t’areni, pesce sega! – (era un soprannome datogli per certa sua licenza ed abbandono, a causa dello lungo star di solo) – di periglioso, intendo! –

- Nulla assai, capitano, il ciel m’è testimone! –

- Sì buonanotte… - pensai, ché, se il ciel avea da esser testimone, lo processo sarìa durato d’avanzo la mia vita ed oltre ancora. Guardai il coffiere, per tutto il poco che lo tenessi in valsa quanto mi somigliava; da sempre a me vicino…

- Video, capitano! – fece stentoreo un di babordo che fissava quella piatta schiera all’orizzonte. Era, costui, qualcun che mi simigliava e per animo e per complessione, ed era nomato Occhio d’albàtro, poiché vedeva lungo quanto l’uccello, sia detto senza derisione.

- Video di che? – chiesi allarmato, e puntai il cannocchiale: - pronti al fuoco e alla strambata! –

- Pronti al fuoco e alla strambata! – ripeterono più voci costruendo un’eco che non c’è nel mare, se non per l’umano obbedire.

La nave procedea lenta quanto si potea a quell’ora, malgrado l’addiesselle.

- “You tube!” – lesse Occhio d’albàtro e disse, prima d’ognuno; - tu tubo! – anco voltò in lingua nostra, vanamente.

- Su questi mari, Occhio d’albàtro – gli spiegai – non è tenzone di tradurvi i connotati; essi son lì per pura imago e di null’altro che di suono hanno figura; ma non vi prender parte – aggiunsi da che lo vidi per ciò umiliato – ché è del forte strafottersi ad errori codesti. E riderne come un capodoglio -.

- Il capodoglio ride? – mi domandò il bravo marinaio

- Non saprei – risposi lui, dandogli di mano sulla spalla. – Ai vostri posti –

- Musiche e canti di laggiù, musiche e canti, capitano! – e la voce veniva stavolta dalla coffa che sovra noi a dritta ed a babordo s’inclinava e a poppa e verso prua veniva, seco la nave che le onde accompagnava.

- Musiche e canti? – dissi – allora non si tema, uomini, ché non v’è periglio alcuno! Giù una scialuppa: parteciperemo della festa, che dopo lungo andare ben lo meritate! –

- Viva il capitano! – sì eruppe dalle lor gorge l’entusiasmo; ed è de’ comandanti ravveduti (anco siglai sul Registro di bordo) il saver portare animo tremendo e di buon padre insieme, e premiare la valentìa de’ sottoposti quando essi non s’attendono, sì che venga come un dono di sorpresa. Tale è l’animo umano, che la sopresa grata è più felice e l’ingrata più dura a sostenersi. E noi navigammo fino a costa. Gli uomini cantavano del pari quei di terra.

 
Mi son visto Davey Graham suonar Angie in tempi così remoti, cari miei, che me ne manca perfino la nostalgia; mi son visto un tizio tale che si chiama Tommy Emmanuel e che non conoscevo e che suona la chitarra come un’arpa piena di echi e d’armonici così tanti che, da vecchio chitarrista, mi faceva venire la moratoria (credo sia voglia di morire); mi son visto e cani e gatti che dicevano ‘Hallo’ e ‘I love you’ in cambio d’un biscotto, ma i cani, che son più intelligenti, facevan fatica a vincere l'imbarazzo e roteavano gli occhi per lo sforzo di dir ‘Mama’ alla padrona che ne rideva assai; mi son visto facce di fantasmi ripresi dai loro posseduti, perché si vede che nell’era in cui o sei ripreso o non ci sei, i fantasmi ci sono davvero, almeno in tivvù.

E tante altre cose si vedono in quel voluminoso archivio di follie e di protocolli (c’è pure il c.e.o. di azienda che fa la sua prolusione al congresso) che manca il tempo (e per fortuna) di girarli tutti.

Tu tubo, si chiama, ma in italiano non vien bene. Eppoi, come dice il capitano, queste cose non si traducono. You tube invece si dice e si capisce; vuol dire Tu tubo.

 


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