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satira, un punto di vista un po' storto
politica interna
15 dicembre 2009
Atto di dolore milanese

La mia mamma, e don Alfio, mi avevano detto che, col battesimo, io stavo a posto.

Da piccino – mi dicono – io ho strillato assai quando il pretone mi ha agguantato a mezzo busto rovesciandomi nell’acquasantiera; non ho gradito. Una foto dell’episodio riporta l’immagine di un involto dal quale fuoriesce la testa tutta bocca d’un infante tradito nelle sue comprensibili aspettative di dolcezza, d’una giovane donna dal sembiante sgranato come per una sottile angoscia e di un figuro che forse era un bandito il quale, inseguito come certo meritava, s’era infilato di soppiatto in quella chiesa e, sconfitto il prete facilmente, come quello s’era bardato, occupandosi poi di me per mimési mentre gli agenti inutilmente lo cercavano tra le panche della navata.

Anni più tardi, col catechismo, capii; ero – mi dissero – un soldato di Cristo. ‘Sto fatto del soldato m’inorgogliva molto; a carnevale, con due pistole a fianco, speravo d’incontrare Satana per fargliela vedere io, mai però m’accadde di riconoscerlo tra i passanti, ché forse si era mascherato meglio di me. Io comunque capii in quel tempo che nel giorno che passai in braccio al bandito non m’era stato fatto un torto crudele, bensì la mamma, il babbo, i nonni ed il figuro da spavento così avevano agito per darmi nientemeno che la Felicità Eterna.

(Fino adesso: bah, insomma; ma dunque spero nel futuro).

Il pretigno secco che c’indottrinava, me e gli altri disgraziati minorenni nel tempo che impari l’Atto di dolore (voglio proprio vedere chi se lo ricorda, avanti) disse che il battesimo ci aveva salvato dal ‘peccato originale’ ed a quelle parole ognuno di noi, nel suo segreto, fremette pensando: “orca, mi ha visto!” - ma quell’esile canna di prete ci disse che le nostre marachelle erano veniali rispetto al mangiare una tal mela che doveva rimanere là a marcire intonsa; quella mela – spiegò il reverendo quasi piangente e coronato da noi pargoli a bocca aperta – fu foriera della più grande incazzatura dell’universo e della dannazione del genere umano.

Non capimmo, ma ci adeguammo.

Negli anni a venire, la vita proseguì e tanto si mosse lungo sentieri diramati al punto che ora don Alfio più non ci racconta le trame di quei romanzi del terrore da chissà quanto tempo, ma in me era rimasta fino ad oggi almeno una certezza: ero salvo; il peccato originale non mi riguardava più, in modo assoluto: con quella doccia infantile benedetta avevo preso le lunghe dal gesto sconsiderato di quel fesso d’Adamo e di quella sua moglie sventatella; ero a posto, ero, nei secoli dei secoli.

Chi m’ammazza a me – mi dicevo soddisfatto – sto in una botte di ferro – e passeggiavo felice per la mia città, salutando i conoscenti sulla via, guardando le vetrine che espongono scintillanti carburatori, corteggiando con fiori le belle donne, guardando le rondini dicembrine che imbeccano il loro pulcini sotto le grondaie e in fondo ringraziando in cuor mio quel tetro figuro di tanti anni fa, che forse poi così bandito non era veramente, ma al contrario il mio angelo custode, brutto come un pugile menato, e dal cuore grande così.

Questo fino ad oggi.

Ma oggi vivo nel terrore.

Ed è colpa mia.

Così sento dire, e ci credo perché questa Gente Importante e di grande responsabilità, che pensa solo al bene del Paese, anzi: “di Questo Nostro Grande Paese” non sa mentire, ohibò, cosa andiamo pensando. Essi Importanti ci dicono che il nostro amato Presidente, che Dio l’abbia in Gloria senza indugio, è stato ferito non già da un uomo sfortunato e triste al quale il consueto giramento di testa aveva provocato un momentaneo giramento di balle, ma da tutti noi.

Dice: - “màsse io quel giorno non ero nemmeno a Milano!”

Non fa differenza. Anche tu, benevolo lettore, tu che ti reputi un mansueto e civile amante del dialogo, sappi ch’è in realtà il diavolo al quale ti modelli! Si trattava d’un banale refuso di stampa.

Ed anche tu, e tu, e tu, e tu lettore (mi sa che sto esagerando, forse siete di meno) sappiatevi egualmente colpevoli! E se vi chiedete ma perché cacchio vi do del tu, guardate l’indice ammonitore: non è il mio, modesto, ma quello – nientemeno – di cicchitto!

Oggi, in questo infausto giorno, siamo tutti colpevoli. Il sangue che corre dalle ferite del nostro amato Premier, rimàcchia la nostra anima in tale guisa che alcun detersivo contro le macchie più ostinate può nulla: siamo dannati; stracciatevi le vesti, digrignate i denti, o incauti! Se mai avete pensato di far male ad alcuno, nemico che fosse, se vi ritenete portatori di pace, se mai alzereste il vostro palmo a sberlare la cocuzza manco d’un mafioso conclamato, ebbene guardatevi ora quel palmo: esso è lordo della colpa e del misfatto, e bruno del sangue raggrumato di quel delitto milanese. Vergogna, vergogna a noi, miseri infelici: Cristo ha lavorato per nulla, lì sulla croce del suo supplizio; gli tocca di rifare tutto da capo.

Insieme alla Digos.

 

 




permalink | inviato da internet il 15/12/2009 alle 20:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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