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satira, un punto di vista un po' storto
politica interna
28 dicembre 2011
Le scelte più difficili


Giorgio Bocca: hanno detto che era stato fascista e razzista prima di diventare partigiano; va bene, però...

  

In ogni occasione Giorgio Bocca, nato nel 1920, ha ricordato la sua militanza nelle brigate partigiane delle valli Maira e Varaita, nel basso Piemonte: per chi ha vissuto quei tempi che devono essere stati di massimi coraggio, rabbia, entusiasmo e terrore, probabilmente è impossibile prescinderne anche solo per un momento, poi, in tutta la vita.
E in uno dei suoi libri, Umberto Eco si è chiesto – per interposto personaggio – cosa avrebbe fatto lui, nato nel 1932, se il caso gli avesse invece dato un’età sufficiente per trovarsi dinanzi alla triplice scelta: di qua, di là o imboscato? E concludeva che è frustrante non poterlo sapere mai. Un pensiero così a noi, nati molto più tardi e ignari delle bombe, non viene, se non lo chiamiamo.
Però, volendo chiamarlo, arriva con qualche dubbio nuovo. Quanto possa essere spaventoso un combattimento a fuoco, lo racconta lo stesso Bocca: un suo compagno – dice – se la fece addosso. Ma questo può accadere a ciascuno di noi se, ad esempio, scopriamo in autostrada che i freni dell’auto non funzionano; il terrore del pericolo, voglio dire, non è esclusivo della guerra. Anche la fatica, il disagio, la preoccupazione e perfino la ferocia non sono estranee ad una vita borghese, sebbene in dosi inferiori e, per i più fortunati: omeopatiche; il sentore del rischio in tutte le sue accezioni è comunque noto a tutti: la guerra l’amplifica fino a renderlo gigantesco sì, ma la guerra partigiana ti dà un’altra cosa ancora; nuova questa.
Uno dei racconti di Bocca – che gli ho sentito fare solo una volta – riferiva di quando il gruppo di partigiani di cui lui era comandante catturò un tedesco. Le bande partigiane di montagna erano cellule molto mobili, fornite di armi leggere, tendevano agguati ed impegnavano il nemico in scambi di fucileria e di bombe a mano, dunque in conflitti sporadici e brevi che erano destinati a fiaccare lo spirito degli avversari con azioni di disturbo, più che a provocar loro seri danni. Per queste ragioni il gruppo di uomini armati che percorreva la montagna doveva essere dinamico, leggero e svelto, privo d’impedimenti.
E in questa situazione, un prigioniero non è gestibile: non si può saltare da monte a valle come un gruppo di stambecchi trascinandosi dietro un riottoso nemico legato e imbavagliato. Non si può pensare anche al suo sostentamento, e nemmeno ai turni di sorveglianza, in un gruppo così sparuto, quando, la notte, qualche ora di sonno deve precedere marce forzate ed un combattimento (a proposito: che si fa, durante il combattimento, lo si lega a una pianta ad aspettare, questo nemico preso? E se bisogna ritirarsi imprevedibilmente?)
La gestione di un prigioniero richiede una organizzazione ed una logistica che la banda partigiana non ha.
E allora che si fa?
E allora lo si deve uccidere.
Uccidere. Siamo in guerra, in guerra si uccide. Ma questo è un uomo vinto, catturato, inerme, affidato ai suoi carcerieri, solo ed innocuo ormai; quando un uomo smette di essere un nemico? – ci si potrebbe chiedere accorati. Ma la risposta è banale quanto la domanda: - quando finisce la guerra, che non è ancora finita.
Giorgio Bocca lo racconta col suo stile ed il suo volto contadini; poche frasi, un senso di ineluttabilità: il prigioniero non si può tenere ed ovviamente non si può liberare. Lui è il capo di quel gruppo di insorti, tocca a lui eliminarlo.
Giorgio Bocca è un ragazzo di vent’anni; si assume la responsabilità dell’atto, compie l’esecuzione così come bisogna.
C’è una scena simile nel film "I piccoli maestri" di Daniele Luchetti; qui l’esecutore viene scelto a sorte e, mentre il resto della banda si allontana, uccide angosciato il prigioniero con cui aveva legato un rapporto di simpatia, quella che spontaneamente viene tra due ragazzi, entrambi studenti d’università, che si ritrovano con la stessa faccia e gli stessi interessi, sia pur dentro temporanei abiti diversi.
Nel film, c’è l’accenno di risposta ad una domanda che io mi son sempre fatto: “e come ci si sente, dopo?”
Lo chiesi – durante il servizio militare – anche ad una sentinella che sparò contro delle figure (forse bravacci incoscienti del paese) le quali – a suo dire – non avevano risposto all’altolà e avevano perfino esploso “colpi di pistola” (probabilmente una scacciacani con la quale volevano fare un folle scherzo). Richiamato dagli spari, il corpo di guardia ci mise mezz’ora ad avvicinarsi alla sentinella che, riversa a terra in crisi di panico, si sgolava minacciando di morte tutto l’orbe e i pianeti vicini. Io ero rimasto esterrefatto: il mio compagno era uno studente di economia gentile e timido, ma vent’anni fa quella notte sparò contro degli uomini. E fece fuori il tetto di un hangar, con la sua raffica di mitra.
Solo l’hangar, per fortuna, ne patì; e certo lui non lo fecero tiratore scelto, semplicemente, lo congedarono. Ma cosa mi rispose? Ancora tremante mi disse che in quel momento avrebbe sparato anche a sua madre. Tanto fa, la paura.
Nel film invece la risposta è quella che mi aspettavo: il ragazzo, assassino per tener fede ad una scelta morale, sbarella un po’: durante una pausa tra le operazioni, mentre idealisticamente i compagni discutono su come pianificare il futuro (si portano avanti, come si fa da ragazzi, facendo progettoni) lui candidamente propone di passare per le armi tutti gli iscritti al partito fascista, insomma quasi tutti gli Italiani. Non lo dice con ferocia, ma con ovvietà, e guarda con faccia attonita da bimbo ferito i suoi compagni che lo fissano, capendo raggelati che in lui qualcosa non va più.
Perché l’uccisione di un prigioniero in questo modo è diversa dall’esecuzione con tanto di plotone: l’attore Giorgio Albertazzi, dopo l’8 Settembre ufficialetto della R.S.I., è stato accusato di aver all’epoca comandato l’esecuzione, appunto, di partigiani; ma lui, a sua volta, era stato comandato, “riceveva ordini”. Aveva il lusso di scaricare la responsabilità.
Quando invece sei giovane componente di un gruppo d’insorti arrampicato sulle montagne, chi ti comanda? Chi davvero ti ordina? Puoi pure andartene; sei davanti al tuo proprio senso di responsabilità. Ti è dunque possibile voltare la testa, dire io non lo faccio, toglierti dalla scelta favorendo il prigioniero; puoi fare mille cose sbagliate (sei in guerra) per non sentire il peso di una responsabilità orrenda e non vivere, da quel momento, con il fantasma di un uomo inerme che continua a rantolare a terra dopo il tuo colpo. Dopotutto hai solo vent’anni.
Ma se malgrado ciò sai sentire il Dovere e accetti di portare insieme al terrore delle battaglie anche l’orrore di qualcosa che suona ancora più disumano, e poi riesci anche ad avere la forza di progredire nella vita, perbacco, il quadro si fa così imbrogliato che mi viene un senso di rispetto per chi ne trova il bandolo.
Perché anche la depressione da senso di colpa è un lusso, nelle situazioni estreme; una vita con la testa tra le mani non ti fa migliore e non migliora nessuno. Se invece vivi bene, qualche miglioramento lo puoi ancora portare; hai solo vent’anni.
Ecco allora quella cosa nuova che la guerra partigiana, e forse poche altre evenienze drammatiche, ti possono dare: la richiesta di una scelta senza rimedio in una assunzione totale di responsabilità fino alla fine dei tuoi giorni. Una scelta così quando hai solo vent’anni.
Non sapremo mai noi che avremmo fatto, in quei frangenti; è una fortuna? In un certo senso sì, ma è anche un bel limite nella conoscenza di sé. Che dovrebbe metter limite anche al desiderio di sermonare – quando ogni tanto viene ad indice ritto.
Bocca era stato un combattente fascista, prima del ’43, un sostenitore della “difesa della razza” e della tesi della “congiura ebraica” e questi fatti gravi vengono giustamente ricordati a completamento della sua biografia.
Comunque sia possibile metter ordine in queste cose, un così giovane uomo che sceglie e passa per vie difficili senza nascondersi, e rimane uomo finché vive (“Senza perdere la tenerezza” – diceva “Che” Guevara) merita rispetto, no? Un composto rispetto, fuori.

E dentro: occhi sgranati.


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