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satira, un punto di vista un po' storto
SPORT
15 ottobre 2014
Proviamo così

NON ESSENDO in tutta la vita mai riuscito a respirare sott’acqua infine me ne sono fatto una ragione ed ho frequentato un corso di apnea.
Da dove viene questo termine “apnea”, così strano? Sono certo che quando la mia maestra lo spiegava voi non c’eravate, e così vi passo gli appunti:
“Apnea” era un semidio greco che odiava il mare e mai vi s’era bagnato; ciò offese Nettuno che tosto gli inviò il Sacripante il quale pose al semidio tre indovinelli, ma Apnea lo mandò a cagare immantinente. Nettuno disse dunque al Bluberg di distruggergli quel che aveva di più caro ed il Bluberg obbedì finché Nettuno gridò: “ma non a me, cretino, a lui!…” – cosa ti fa, a volte, la sintassi. Finalmente Nettuno chiese alle sirene Euzinna, Eulecca ed Eugnocca di attirare Apnea in fondo al mare per annegarlo, ma il semidio, viste le sirene, prese una rincorsa della madonna dalla spiaggia e si gettò esultante tra i flutti, e sta ancora lì adesso, con quelle tre e tutte le loro amiche; in apnea, ovviamente.
L’apnea, in effetti, con una forte motivazione può essere divertente per quanto io, in piscina, più che qualche gelatinoso cispo di scaracchi non abbia mai visto; comunque, a penzoloni nell’acqua pisciata è sicuramente meglio stare in apnea ed in nessun posto lo svolgimento di un corso di apnea avrebbe avuto più senso che in quella piscina lì.
Fare apnea mi piace perché sono vestito come un ballerino; ho una tutina aderentissima che mi fa sembrare un ballerino incinto; poi ho una maschera nera come quella di Arlecchino, e i pesi per obbligarmi a stare sul fondo in apnea. Quando alla fine mi tirano su con il retino, sono paonazzo e felice.

L’apnea si fa così:
Ci avviciniamo al bordo della vasca; guardo i miei compagni, o meglio, li guarderei se vedessi qualcosa attraverso il vetro della maschera: esso s’appanna per obbligo contrattuale. Eppure ci avevo sputato dentro alcune scatarrate così ributtanti che per poco vomitavo mentre le spantegavo col dito medio, a realizzare una patina di moccio davanti agli occhi.
I miei compagni, come ombre di assassini, mi sono accanto. Sono assassini buffissimi e io gorgoglio di risate nel boccaglio da che li vedo snelliti, per quanto possibile, grazie alle tutine elastiche e gommose che indossano e li fanno apparire qualcosa di mezzo tra birilli sbilenchi e zombie spiritosi.
La riva, diciamo così, è fastidiosamente bagnata, e fredda e viscida da starci attenti per evitare di fracassarsi il naso sulle piastrelle di titanio in terra o, cadendo di culo, rimbalzare sulla tutina di gomma fino al soffitto irto di festoni a cui restare impiccati; ecco perché tutti noi ballerini camminiamo come portassimo un pannolone scacazzato, e non solo una maschera piena di moccio e le pinne ai piedi sozzi di chissà che. Ma tanto stiamo per saltare in un’acqua talmente abitata da stracciatella di oscure deiezioni, da condurre l’animo a un sano fatalismo.

L’istruttore sta parlando: è il briefing; nessuno lo sente, ma tutti lo ascoltano disciplinatamente. Nessuno lo sente perché:
  A) - nelle ultime due vasche c’è il corso di nuoto, che consiste essenzialmente nel berciare come porci scannati mentre si agita l’acqua così da formare vere onde anomale le quali, non frenate dalle mura opportunamente messe a barriera, travolgerebbero i passanti nella strada fuori.
  B) – tutti noi birilli abbiamo la capoccia serrata da una cuffia in caucciù deformante (deformante la capoccia) e la cinghia della maschera – che deve essere ben stretta – passa esattamente sul buco dell’orecchia con l’effetto insonorizzante di una parete di piombo.
  C) – già sappiamo cosa si deve fare (è la centesima volta che ce lo dice) ed in fondo ciò che dobbiamo fare è buttarci in acqua e trattenere il fiato. Questo è, il corso di apnea.
Uno dopo l’altro, marciando al passo dell’oca, ci lasciamo precipitare nel brodo di coltura. Ecco, siamo in acqua; stiamo facendo l’”apnea statica” ovvero, in posa da morto annegato, tratteniamo il fiato per due minuti. Qualcuno bara tirando brevi respiri dal boccaglio e fomentando così gelosie viscerali, altri dimenticano indosso la cintura dei pesi, per il che affondano tristemente agitando una mano e c’è chi, sereno, si addormenta. Io guardo il fondo della piscina e godo nell’inventariare, per forma natura ed originalità, i coacervi di schifezze che seguono la corrente; sorrido commosso dalla varietà dell’esistenza, poi piscio.
Nell’apnea statica, la parte più divertente è che viaggi. Misteriose correnti ti trasportano facendoti incontrare altri apneisti congesti che urti come palloncini, facendoli scomparire negli abissi; se hai animo da geometra invece, puoi divertirti a contare le piastrelle per misurare l’ampiezza della vasca od ancora, puoi tentare il calcolo della cubatura fino a ricavare, con uno sforzo, l’effettiva quantità di H2O sottraendo dal totale le sospensioni, la concentrazione di Cl2, i nitrati degli acidi urici, albumine, creatinina, potassio ed una varietà così sorprendente di microorganismi patogeni da farti restare senza fiato.

Un’altra cosa che impari, nel corso di apnea, è il recupero di un apneista sul fondo. Questa qui, ragazzi, oéh, è fon-da-men-ta-le.
Perché un apneista debba restare fermo sul fondo, è cosa comprensibile anche da un bambino: sta facendo apnea.
Perché debba essere recuperato, è la parte oscura del corso, ma, essendo tutti cattolici, obbediamo alla volontà dell’istruttore senza pretendere nemmeno la Prova Ontologica.
Ci avviciniamo dunque al nostro compagno che se la gode riverso a tre metri sott’acqua, lo ghermiamo per la testa e lo trasciniamo verso la superficie mentre lui finge (o, se si ha fortuna, non finge) di essere esanime, poi lo obblighiamo a respirare (e ciò mi appare in netto contrasto con la logica del corso), lo avviciniamo al bordo della piscina e quindi lo abbandoniamo al suo destino che, solitamente, è quello di riaffondare.
Durante il tragitto è prevista l’assistenza respiratoria che consiste, mentre nuoti tra i marosi avvinghiato ad un corpaccione molliccio e francamente repellente, di avere gana di baciarlo, ma ciò è scontatamente escluso, come chiunque può capire. Invece è divertente turargli il naso e mettergli la testa sott’acqua appena si azzarda a respirare o, mentre lo si trascina nuotando a rana, colpirlo ripetutamente col ginocchio nei testicoli per verificare l’integrità dell’arco riflesso.
Una volta espletata questa importante formalità del salvataggio, c’è la fase di rilassamento. Rilassamento da che? Boh. Ci disponiamo lungo il bordo della vasca, la testa fuor d’acqua, chiudiamo gli occhi e, finalmente, respiriamo. E ci rilassiamo pensando ai volti ormai lontani, all’infanzia tenera e veloce, ai mille e mille sogni da ragazzi, a ciò che poteva essere, e non è stato. I più piangono silenziosamente, alcuni predaci ne approfittano per sfilare i portafogli e poi ci sono i soliti burloni che fanno le bolle dal sedere e ridono.
Mentre tutto ciò accade, un coso che sembra un piccolo aspirapolvere si muove solenne sul fondo della piscina; è esso il pulizzante e deve garantire dell’acqua la nettezza azzurra e cristallina che tutti ci s’aspetta; se non che, l’azzurro è dato dal colore delle piastrelle, la nettezza è pari a quella urbana e la cristallinità ce la possiamo scordare, cosicché il piccolo robot starnuta, ansima e si ferma, non si sa se per sciopero o fatale exitus.
Rimontiamo la scaletta e lo salutiamo militarmente. Egli è l’eroe che s’immolò contro un nemico superiore nel numero e nella potenza, non certo nel valore.
Ci rivestiamo pensosi.


Curiosità e lessico degli sport subacquei

Anche nella apnea, come nella attività di immersione con bombole, si utilizzano i segni per comunicare sott’acqua, ma, se nel nuoto con le bombole l’immersione può durare più di mezz’ora, nell’apnea l’individuo si immerge solo per pochi minuti; l’interpretazione dei segni sarà dunque da contestualizzare ed essi dovranno essere sintetici, ma soprattutto frenetici.
Ad esempio, il segno ok fatto semplicemente con l’indice ed il pollice che si toccano, a seconda dei casi può voler dire:
- ok?
- ok!
- ok.
- va bene
- tutto bene
- tutto va bene
- sì
- ma sì, sì, uff, okay, d’accordo
- mi è di conforto comunicarti che, mentre son lieto di essere edotto sul tuo stato di attuale benessere, parimenti ti manifesto il mio eguale perché anche tu goda di esso siccome io faccio osservando il tuo segnale di ok.
- hai un buco nelle calze.

Se invece il vostro compagno seguita a fare il gesto ok a celenterati, anfiossi e telline, significa che è in narcosi oppure è un imbecille ed abbisogna di ossigeno oppure di uno scuffione sulla nuca.

Il compagno di immersione è, dopo l’orca marina ed il pescecane, la figura più importante per il subacqueo; egli vi accompagna per tutta la durata del percorso, condivide con voi le mirabolanti scoperte che fate e gioisce del vostro benessere, fingendo di soffrire dei vostri crampi; il compagno di immersione non deve mai essere abbandonato e lui non vi abbandonerà mai, nella buona e nella cattiva sorte. Questa straordinaria intesa tra compagni di immersione può indurre in alcuni delle errate aspettative ed è per questo che la maggior parte degli apneisti e dei subacquei portano legato al polpaccio un grosso coltello affilato. Per lo stesso motivo, i palombari preferiscono invece indossare un pesante scafandro d’acciaio a chiusura ermetica.

L’attrezzatura dell’apneista è semplice: un paio di braghini che lo coprano quel tanto che serve ad evitare di fare da esca ai barracuda, le pinne, la maschera e l’acqua. L’apnea ha comunque un primato tra le attività sportive: è l’unico sport che si possa fare, senza limite della prestazione, anche in assenza di tutte le parti della attrezzatura e financo della vita.

Concludiamo questa breve disamina degli sport subacquei con lefàc.


LEFÀC

Un subacqueo ed un apneista possono immergersi insieme?
Certamente. Il subacqueo con le sue bombole piene d’aria e l’apneista con quelle vuote, da apnea.

Quanto tempo si può restare immersi in apnea?
Ciò dipende da molti fattori: la dieta, lo stato di salute, l’allenamento, l’età e volgari trucchi da prestigiatore. Mediamente, se il lunedì non si rientra in ufficio questo può voler significare che si è entrati a pieno titolo nella fase di apnea perenne.

Quali particolari caratteristiche od abilità bisogna possedere per intraprendere un corso di apnea?
E’ imperativo essere in grado di trattenere il fiato.

In caso di sincope del compagno di immersione, quali manovre si attuano per garantirne la sicurezza?
Prima che sia morto?
Lo si mette in condizione di respirare con i mezzi più fantasiosi come, per esempio, riportandolo in superficie, Nel caso si tratti di un fanatico apneista che rifiuta di respirare in ogni occasione, lo si blandisce inizialmente con delle caramelle, poi si tenta di farlo sganasciare raccontandogli barzellette; se il metodo non sortisce effetto si passa al solletico, poi alle minacce, quindi ai cazzotti nello stomaco ed infine alle scariche elettriche sui genitali, ad oltranza finché accetta di riprendere a respirare, quello scemo.

L’apnea può essere dannosa per la salute?
L’ozono, è dannoso per la salute. Non respirando si evita di immettere ozono nelle vie aeree e dunque ci si preserva dall’avvelenamento da ozono e, nel caso l’aria fosse inquinata da diossina, dalla diossina. Stessa cosa per le fughe di gas.

L’apnea può essere considerata uno sport estremo?
Sì, se la si pratica nella Fossa delle Marianne allo scopo di procurarsi un kraken per la frittura.

Per praticare l’apnea occorre essere buoni nuotatori?
Assolutamente no. Un buon nuotatore, una volta cascato in acqua, cercherà immediatamente di raggiungere la riva restando a galla per nuotare e respirare. Un pessimo nuotatore invece andrà a fondo molto più facilmente e potrà dunque praticare meglio, gli piaccia o meno, l’apnea.

Quali sono i luoghi migliori per praticare l’apnea?
Gli edifici che stanno andando a fuoco, i campi di battaglia durante gli attacchi con gas nervino e gli autobus affollati.

C’è molta differenza tra l’apnea praticata in piscina e quella fatta al mare?
No. In mare, al lago, in piscina, nella vasca da bagno, in ascensore o prima di uno starnuto, si pratica l’apnea con la stessa efficienza.

Perché la pesca sportiva è permessa solo facendo apnea?
Per ragioni appunto sportive; sarebbe troppo facile praticarla con le bombole: il pesce non ha le bombole; avesse le bombole, e magari il fucile e la maschera, saremmo ad armi pari. Siccome però è impossibile prendere un pesce senza il fucile, e d’altra parte senza la maschera non vedremmo un cazzo, ecco che ci priviamo delle bombole che comunque a noi ci avanzano perché facciamo apnea. Logico, no?

Come dobbiamo comunicare al nostro compagno di immersione che siamo in difficoltà?
Sarebbe meglio telefonare, ma difficilmente si trova campo; abbiamo comunque una vasta scelta di segni i quali possono far intendere al compagno di immersione il nostro tipo di difficoltà. Naturalmente, se egli in quel momento ci sta guardando; in caso contrario si potrebbe provare ad attirare la sua attenzione, ad esempio pugnalandolo ad un polpaccio o, se è troppo distante e siamo sprovvisti di fucile, fissandogli intensamente la nuca. Non sempre però si riesce a mettersi in vera comunicazione telepatica con il compagno di immersione; in tale evenienza si attuerà una tecnica yoga che consiste nel focalizzare l’attenzione sul proprio ombelico, contrarre il plesso solare, richiamare l’energia orgonica dei chakra, e crepare serenamente.

I segni: quanti sono e cosa possono indicare?
I segni sono un numero imprecisato perché alcuni apneisti stronzi ne inventano ogni giorno di nuovi; mediamente bisogna fare attenzione a non considerare ogni gesto un segnale: se il subacqueo si gratta le natiche probabilmente sta solo indicando che gli prudono, una informazione di scarsa utilità. I segni convenzionali normalmente sono molto schematici, ma alcuni possono descrivere concetti complessi come nel famoso segnale: “scappa, c’è un dromedario!” che è uno scherzo rivolto ai neofiti. I migliori subacquei sono in grado di segnalare la presenza di uno squalo distinguendo un mako da un punte nere, azzannandovi in modo diverso una caviglia.

Che profondità si può raggiungere durante l’apnea?
Non c’è un vero limite; i capodogli – che fanno apnea come noi – raggiungono centinaia di metri mentre, per esempio, i colibrì non riescono a scendere neppure di un palmo; il canguro, al momento, non saprei. Vi sono poi indivdui che, barando un po’ tanto i pesci son muti, possono raccontarla su come gli pare e parlarvi di settimane passate a tremila metri sotto per recuperare l’anellino della moglie, che ve lo mostrerà subito come prova. Ognuno deve cercare il suo limite, iniziando col lavarsi la faccia in bagno per arrivare alla raccolta oceanica di pesci abissali. L’apnea è un mondo vasto ed ancora inesplorato.

Grazie.
Ma le pare.

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