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satira, un punto di vista un po' storto
SCIENZA
7 aprile 2015
Pasqua inevitabile


In un articolo sul Fatto Quotidiano, un prete parla della Pasqua, ne parla – dice l’articolista – “a voce bassa e gentile che è da sola un balsamo”, il che, bisogna convenire, piace.
Cosa dice il prete? Quello che dicono i preti, naturalmente, e cioè che la Pasqua è… è… ed è… tutto quello che sappiamo (dunque non vale ripeterlo); poi l’articolista si lascia sfuggire la domanda illegale; illegale per la logica, intendo:
“e per chi non crede”, cosa rappresenta la Pasqua?
La domanda è illogica perché rivolta ad un prete, che, per assunto primo, crede; perciò non è formulata bene. La domanda formulata bene potrebbe essere: “e lei che crede, cosa pensa possa rappresentare la Pasqua di chi non crede?”.
Ora la domanda è corretta, però è contorta come il filo spinato; la risposta buona di un prete banalmente logico dovrebbe essere pressappoco: “boh, e che cazzo ne so, io sono un prete”, ma esiste un prete banalmente logico? Ovvero: la preterìa è compatibile con la logica? Non sviluppiamo la ricerca di una risposta; sta di fatto che – nel caso detto – lo sventurato prete, rispose.
E disse in sintesi che la Pasqua è la Pasqua anche per un laico, il quale non può evidentemente sottrarsi alla forza pasquale di codesta Pasqua perché dopotutto la Pasqua è la Pasqua, occrìsto.

Ma vediamo: questa domanda così ficcosa: “cos’è la Pasqua per un laico?” – potrebbe essere rivolta ad un laico?
E perché no, direi; basta accettarne la risposta.
La quale potrebbe essere: “una specie di Domenica”, oppure: “un giorno di festa in più, per fortuna”, od anche: “il giorno del compleanno di mio cognato”; tantissime possono essere le risposte del laico pasquale perché vi sono più cose in cielo ed in terra di quante ne contenga la tua teologia, ma il parere di un laico sulla Pasqua non fotte ad alcuno, ed infatti io, per esempio, non sono mai stato intervistato sulla Pasqua.

Comunque, dalla risposta del prete si capisce che siamo sempre là: tu sei cristiano anche se non credi perché non è che non credi, è che sei cieco, hai il cuore chiuso alla fede, ma apri il tuo cuore e vedrai che eccetera.
Non ce n’è, non ce n’è e non ce n’è che il credulon… il credente possa comprendere la scelta, anzi: la natura razionale del non credente; egli credente considera semplicemente impossibile che si possa non credere. Curiosamente, ritiene anche impossibile che si possa credere ai fantasmi, o ai dischi volanti, o ad una entità detta Sghiribiz che si manifesta con un fulgoreo buio, un peto assassino e crei esclusivamente le zanzare; tutte queste credenze sono favole anche per il credente, ma la credenza in Dio no: quella c’è per statuto, tanto evidente che non si può non credere.

Beh, porco Sghiribiz, vien da pensare: che i buoni credenti credano l’incredibile che credono di credere, ma insomma, almeno li si lasci tranquilli nella loro credenza senza far loro domande che rimandano alla logica di tutti i giorni, perché se poi il discorso si fa mondano, concreto, secolare, le regole del dialogo non sono “discorriamo pure, visto che io c’ho raggiòne”, bensì “discorriamo senza preconcetti illogici (cioè: si possono avere preconcetti qualora siano supportati da una logica poliapplicabile, soggetta peraltro ad analisi critica)”.

Anche perché, illogica per illogica, io devo ancora trovare un Pio Qualcosa che creda di dovermi mille Euro. Appena il discorso si fa pratico sugli interessi, infatti, ecco che vale esclusivamente la logica laica anche per i più pii toccati dalla fede.
E questo, per me, è illuminante, perché delle due l’una: o io credo alle cose illogiche, ed allora non riesco a fare distinzioni (perché non uso la logica, ovviamente) o, se faccio distinzioni, allora qui c’è qualcosina che proprio non va, non vi pare?

Comunque, in fondo: viva la Pasqua. E’ un giorno di festa in più, per fortuna.


SOCIETA'
30 marzo 2015
Fondamentali di passaggio


Crisi malgrado, c’è gente che ha ancora buon tempo; è una notizia rasserenante. Quando hai un saldo stipendio e molte ore per lo svago, d’altronde, è sciocco non approfittarne.

E così, la Presidenta Boldrini s’è incontrata coll’Accademia della Crusca – la qual vive per difendere la nostra bella lingua italiana e quindi ci si stupisce che esista: ma dove stan di sentinella questi accademici, alla Fortezza Bastiani? – per discutere di sessismo grammaticale. Che è forse un nuovo gioco di società fica, tipo il Whist.

Dice la Boldrini, alla Crusca, pressappoco: ‘scruscatemi un po’ ‘sto sessismo, ch’io non son certo un presidente dacché, per la chioma che porto, la curvosità del profilo in controluce e certe mancanze, ho da finire in “a” tutto il riferito. Indegno trovo, ed ostile, non mi venga riconosciuta tal valenza ed abbia io piegarmi obtorta colla all’uso incongruo d’un appellativo erroneo solo perché v’è di questo maldestra tradizione. Voi lo vedete: femmina sono XX garantita, specchio di Venere, luce di Luna, ed esigo la metà del Mondo che mi appartiene per genere e condizione. Cambiatemi orsù tosto la lingua’.

E subito deve aggiungere: ‘Ma non la mia, imbecilli, quella madre!’

Ora, io capisco vi siano casi in cui la noia, il fastidio della vita – specie trascorsa in certi ambienti – spinga alcuni verso piccole ossessioni; c’è chi non cammina sui bordi delle piastrelle temendo di precipitare negli interstizi; chi si mangia le unghie, talvolta dopo essersi scaccolato il naso; chi colleziona tappi di bottiglia. Però questi nostri fratelli (e sorelle, ci mancherebbe, e sorelle, sia detto) devono essere aiutati/e/o/a/k. L’ultima ce l’ho messa perché non si sa mai che altre richieste potrebbero arrivare.

Allo scopo, faccio del mio trasportando nei nuovi dettami boldrin-cruschici un breve resoconto che, siccome son io uomo, e di ciò serenamente conscio e soddisfatto, volgo al maschile ferreo, negandomi articoli e desinenze non pertinenti. E di che altro potrei parlar sì maschilmente, se non di servizio militare?


Son maschio, e ricordo dunque che servii qual militaro nel Trentino e tutto un anno feci senza mai montar di sentinello o di guardio, né scaricar pallottoli di mitraglio, fucilo o di pistolo, anzi: senza mai gli armi tenere negli mani, da cui ci si potrebbe dimandare che minchio di militaro feci mai, e anch’io, fratelli, me l’ dimando. Tant’è; ero ASO; esso è un siglo che dovrebbe terminare in un vocalo il qual non riconosco, tanto m’è estraneo; il siglo acronimo signìfico: “Aiutanto di SanitÒ”, che non è passato remoto.

Mentre gli altri si muovevano in camion o cogli autoblindo od i jeeppi, io mi sbracavo in ambulanzo, dove c’è pure il barello, apposto per dormirvici su nei trasferimenti. Non andavo in menso per mangiare perché eravamo esentati dagli obblighi dei soliti najoni e quando andavo in licenzo, manco detenevo sempre il firmo sul documento; a pensarvi bene, spesso nemmeno il documento avéo con me – anzi: con mu; no, con mo – scappavo, e morto lì; i sentinelli mi conoscevano e non mi rompevano i cabasisi, e così anche il sergento di guardio, come pure il tenento di picchetto. Così accadevo dal momento che io, come guardio sanitario, il facevo l’inieziono sullo culo a tutti, et essi temevano assai che il mio mano non fosse fermo bastante sicché gli forassi il chiappo errato con un medicino periglioso scelto o bello posto per vendicarmi.

Capìti ben, dunquo, quanto il mio militar sìo stato un barzelletto ancor più di ciò ch’ero esso un po’ per tutti. Però l’infermerìo del casermo è un potenzo malgrado non spiani degli armi da trinceo: i sottili aghi dei siringhi ed i ferri chirurgici in quel vallo eroico detenuti, son schermo bastante a respinger gli assalti de’ rompicoglioni.

Poi il najo mi finì, ed ora sto in congedo illimitato provvisorio. Però se riguardo quei tempi freschi, ancor rido al pensiero dei graduati a molti stelli coi facci spaventati davanti ad io con l’ago. E memorando ciò, sì, mi vien non dico tristezzo, dico un po’ di virilo, allegro nostalgìo.


Oh, come mi sento bene; sapete, quella femmina ha ragione: è tempo di scrivere ben sui muri anche “w il fico”.


SOCIETA'
17 marzo 2015
Novità dal mondo della droga

Immer unter alles
Rènzi: “faremo vedere all’Europa di cosa è capace l’Italia!”
Uh ragazzi, preparatevi ad un’altra guerra mondiale.

T’ho beccato eh? Stavi facendo politica!...
Hai visto, eh? Lo dicevo io che quel Landini lì, altro che sindacato… stava facendo politica, il furbetto!
Sì, stava facendo politica. Per due motivi: il primo, perché la politica è l’organizzazione della società e quindi qualsiasi attività organizzativa sociale, è politica. Il secondo perché la politica non è mica qualcosa di peccaminoso che si venga colti in fallo a fare: è servizio meritorio, invece, spirito societario, e Landini certo non è privo di questo.
Rènzi al contrario, credo di sì. Lui non fa certo politica.

Il presagio
Il Papa ha detto che “sente” la fine vicina del suo pontificato.
Scusi, sa, Francesco, ma che minchia vuol dire? È malato? È stufo? È minacciato di morte, ha le visioni, è depresso? Dobbiamo considerare queste parole un avviso, un allarme, un suggerimento, una richiesta d’aiuto, un tentativo di impietosirci? Od era così, tanto per parlare a cavolo?
Una cosa che questa gente non impara e forse non capisce, perfino quando sembra di buona coscienza, è il rispetto per gli altri; soprattutto gli altri che stan lì a sentire ed intanto gli pagano la chiacchiera.

Exitus
L’epatite C ammazza come poche altre cose. Ma c’è un farmaco che risolve il 90% dei casi. Allora evviva? Evviva una minchia. Costa 37mila Euro; ce l’avete 37mila Euro? Se non ce l’avete morite, prego.
C’è qualcuno in grado di dare anche solo un poco di torto al Dottor Strada?

Indignasiùn!
Che è successo? Che la prestigiosa caserma dei bersaglieri più decorati d’Italia è stata venduta alla Cassa Depositi e Prestiti.
Abbastanza indignante, ma non si tratta di questo.
L’edificio milanese, di 100mila metri quadrati, era stato lasciato incustodito in modo che, nel tempo, vari razziatori ne avevano fatto scempio fregandosi i cavi di rame, i pezzi di ottone e quanto poteva esserci di miserevole valore, e barattando i prelievi con merda e spazzatura.
Be’ è indignevole, ma non si tratta di questo.
Un edificio è, tecnicamente, una struttura stabile atta ad ospitare esseri viventi, di solito umani, mentre quello, che rappresentava oltre ad un bel capitale finanziario anche un pezzo di gloriorissima storia militare del Paese, ospitava niente e nessuno eccettuati saltuari miserabili ladri zozzoni; può, per sua natura, un edificio, sia esso glorioso o meno, essere adibito al niente?
Certo è molto indignoso, ma non si tratta di questo.
Si tratta che un gruppo di irregolari con tendenze artistiche e fricchettone, chissà perché detti “squatter” dal termine inglisc che significa più o meno “accovacciati”, ne ne ha preso possesso. Del casermone immerdato, dico, e invece che starvi accovacciato s’è tirato su le maniche, lo ha ripulito un po’ ed ha pensato di adibirlo a centro sociale.
Questo, questo sì è sommamente indegno! E infatti, dai bersaglieri alla Lega ai Fratelli d’Italia (povera canzone!) alla Cassa Depositi e Prestiti che malgrado tutti quei depositi e prestiti aveva lasciato marcire il prestigio di un luogo tanto medagliato, a questo punto sì che tutti son – come un sol uomo – insorti: non passa lo straniero! – hanno più o meno detto. Cioè, i ladri merdaioli, sì, passino, ma gli squatter, perdìo, no!
Anche perché vogliono ripulire, quelli. E come si permettono, gli eretici, di spolverare la Storia d’Italia?
Io direi di fucilarli. Alla schiena, come meritano i traditori. E che Alalà ne abbia pietà.

Sotto la bandiera dell’incoerenza
Ancora guerra per le strade delle teorie. Oggi la campagna prevede la distruzione di Dolce & Gabbana, la coppia (in tutti i sensi) di stilisti che ha avuto l’ardire di pronunciarsi contro le adozioni di bimbi da parte delle coppie omosessuali.
L’annuncio dei due – annuncio per la verità poco sòccially corrètt e dunque forse per questo apprezzabìlly – ha suscitato un vespaio – oh scusate, stavo scrivendo come un giornalista – ha suscitato un mucchio di proteste da tutto il mondo di freaks dello spettacolo e pure da buona parte di quello intellettuale, a guardar bene, spesso non meno freak.
Elton John, coerente con il suo senso di equilibrio, ha lanciato l’idea di boicottare la produzione di Dolce & Gabbana. Capace perciò che uno di questi giorni lo vedremo finalmente vestito fuori ordinanza. Di un’altra importante figura di riferimento per i giovani di tutto l’Universo, la moglie bizzarra del suicida tanto per fare Kurt Cobain, è l’idea di bruciare gli abiti di quella casa di mode (e, se ne avessero scritti, anche dei loro libri, naturalmente). Il rogo viene sempre in mente anche a chi non conosce la Storia; è il pregio degli archetipi universali.
L’indice della Santa Inquisizione si è poi via via arricchito di figure prestigiosissime per il pensiero di tutti noi come Paris Hilton e Ricky Martin, i quali hanno bollato gli incauti stilisti come “fascisti”; e perché no: certo non saranno maoisti, quei due costumisti di Scaramacai.
Altri hanno definito Dolce & Gabbana, con una volée di ossimori: “omosessuali bigotti di regime”, e se nessuno ha ancora detto “fàmoje er culo” è solo per una residua capacità di associazione.
Sfortunatamente non ci è pervenuta l’attesa illuminata riflessione di Jerry Calà e Bombolo, di quest’ultimo per cause naturali.

Ma un momento:
il problema delle adozioni per tutti eccetera è un problema di eguali libertà, no? Dunque se io sono un eguaglista delle libertà so riconoscere il valore delle libertà, prima fra tutte la libertà, no? E allora si può sapere che cazzo vogliono i freaks? Tutti possono dire quello che gli pare: anche i sarti sono liberi.
E invece no. Perché? Tentiamo un ragionamento, sapendo che così sfidiamo i crociati delle libertà occidentali:

l’omosessualità non è una malattia”; questo asserto muove la nostra sensibilità verso il problema. È un asserto rassicurante. E perché è rassicurante? Forse che una malattia ci preoccuperebbe? Cos’è la “malattia”?
“La malattia è la deviazione da uno stato di salute”. E grazie; allora cos’è la salute?
“La salute è l’esplicarsi delle funzioni vitali, nell’ambiente proprio della specie, nel modo che maggiormente consente la perpetuazione della vita di quell’organismo e la sua riproduzione” (le definizioni sono mie: se qualche prof si spettina, dopo essersi ricomposto mi dica dove è l’errore, che ne parliamo).

Detta così, l’omosessualità risulterebbe chiaramente una malattia. Ma questo non ci piace affatto. No no e no. Perché?

Per due ragioni, una principale e l’altra derivata dalla prima:
La principale è che noi evidentemente attribuiamo alla malattia una valenza etica, cioè la giudichiamo moralmente.
Facile verificare che è davvero così: basta fare un giro negli ospedali o ricordarsi di un proprio ricovero; il malato, il paziente (cioè il sofferente) viene percepito come un minus valens; lo è, ovviamente, dal punto di vista fisico proprio, e sociale nel senso che un cardiopatico non può validamente giocare a “ce l’hai” senza rischiare la morte sul campo, ma il problema è che questa condizione genera un giudizio di minor valore generico, dunque anche etico, del malato secondo il processo mentale istintivo: “egli non è più alla pari, perciò è meno, perciò noi siamo di più”.
E allora ecco il comico risarcimento sociale di paglia: da “storpio” ad “handicappato” a (bellissimo) “diversamente abile”, come dire che uno, quand’è storpio, è abile in una cosa che uno sano non saprebbe proprio fare; e quale può essere questa diversa ed esclusiva abilità? Mah, non se ne vede altra che quella di essere, appunto, storpio.
Vedete: l’importante è attribuire a chi ha perso una abilità, un’altra abilità; non ce la facciamo proprio a rispettare una mancanza: in vista di una mancanza sentiamo mancarci il rispetto, e allora suppliamo con la fantasia, che è meglio della verità sentita inconfessabile.
Dunque: la malattia degrada socialmente il malato; fuori dalla etimologia, non è lui il “paziente”, ma gli altri, i sani, i quali portano pazienza con lui, attingono alla compassione, alla comprensione e tutta questa serie di sentimenti di forzata benevolenza, perché in realtà lo de-prezzano. Non ammalatevi mai, signori.

La seconda ragione sta nell’ordine della paura di ciò che non si capisce. Un cardiopatico, è chiaro di cosa soffra: una stenosi della mitrale, una inefficienza del nodo seno-atriale, una cardiomegalia, sono descrivibili e ne sono prevedibili i sintomi; è chiaro, soprattutto, quali condizioni della vita del malato possano provocare degli aggravamenti: il malato (e tutti gli altri che lo guardano compassionevolmente) sa (sanno) cosa può e non può fare.
Ma un epilettico, uno schizofrenico, un autistico, un paranoico, ci fanno paura per l’oscurità delle cause che ne generano la malattia e sommamente per la loro imprevedibilità. Le malattie cosiddette “mentali”, insomma, sono la malattia al quadrato, nel comune sentire e giudicare la mancanza di salute come mancanza totalizzante, pura e semplice. Si pensi non solo all’epilessia come malattia anticamente “sacra”, ma anche alla giustificata ancor oggi terapia dell’”elettroshock” dove, nella assoluta imponderabilità del processo che la giustifichi, ci si produce nella medesima tecnica che i possessori di vecchie televisioni a tubo catodico ricorderanno bene: lo schiaffo a due mani sui lati dell’apparecchio quando la sintonia andava inspiegabilmente a perdersi. Sia nel vecchio televisore come pure nell’ammalato psichiatrico, sempre inspiegabilmente, lo schiaffone ai relée spesso dà frutti. È la medicina del boh, proviamo e speriamo, una variante della danza della pioggia che mostra quanto duri ancor oggi la concezione superstizioso-magica della “malattia mentale”.

Ora, se io dico di percepire me stesso come un cane e pretendo di essere portato in giro al guinzaglio tre volte al giorno, non vi sarà alcuno disposto a derubricare la mia condizione da quella di malato psichiatrico.
Ma se io dico di percepirmi donna e pretendo di avere il seno e di far pipì da seduto, molti di quelli di prima acconsentiranno a dire che ho il diritto di scegliere cosa essere nella mia vita e saranno dispostissimi a riconoscermi sano come un pesce che non ha inghiottito la plastica.

Questo approccio differenziato manca di coerenza logica. Perché? Perché esiste qualcosa di più potente della realtà osservata (e del conseguente ragionarvi): la convenzione del momento.
Ovvero: con procedimento affine a quello religioso, la società chiede ai propri componenti di non chiamare più genericamente “negri” gli africani, ma “neri”. La ragione, non detta ma ovvia, è che comanda la lingua inglese nella variante americana, nella quale “nigger”, simile a “negro”, è spregiativo ed il vocabolo di rispetto è “black”, cioè “nero”.
Nella nostra più complessa lingua, però, è più spregiativo “nero”, perché è un aggettivo e noi usiamo appellare nessuno come “foruncoloso”, “pelato” o “chiappone”; d’altra parte nemmeno gli americani chiamano i cinesi “yellow”, da cui si vede che una logica dell’aggettivo come spregiativo c’è anche da loro, ma poiché gli americani percepiscono il termine “black” come rispettoso, a noi tocca adattarci a chiamare un uomo per aggettivo:


Ci adattiamo in quanto percepiamo l’affanno di non essere contro, di non sentirci disorganici al gruppo. Ma siamo anche pronti alla benevolenza verso quelli che sono “contro”, ammesso che siano sufficientemente aggressivi e che la loro aggressività non venga censurata dai media; si pensi a Ferrara, Sgarbi, Brunetta, Calderoli e compagnia di giro. Se invece a quella aggressività si fa opposizione sui media, allora essa non basta; si pensi a Landini.
E se non vi è aggressività, manca l’elemento principale per generare il fenomeno di accodamento; si pensi a Vittorio Agnoletto (se qualcuno si ricorda chi è). In conclusione: sulle nostre convinzioni comanda la società dai suoi media, come Cristo a suon di parabole i suoi discepoli.

Ma non basta: la società comanda anche sulla scienza:
(la società): anche se nessuna prova scientifica può avvalorare il cambio di concezione, basta coll’insinuare che l’omosessualità possa essere una malattia, perché così facendo la scienza suscita diffidenza nei confronti di questi individui, gli omosessuali, ed in nome del progresso delle idee teso verso l’egualitarismo nella società, non possiamo più accettare teorie divisive; dunque gli omosessuali sono sani punto e basta.
(la scienza): signorsì.

Chiaro? Se io fossi malato mi de-prezzereste e l’unica mia chance per avere riconosciuti dei diritti sta nell’essere considerato sano.

È evidente dunque quanto si abbia ancora da fare per mettere il becco fuori dal naturalismo animale che ci fa considerare il malato come un individuo a perdere. Fino a quel momento diamoci pure regole surreali su basi di ragionamenti illogici, ma sapendo quello che facciamo. Almeno sapere, è umano.

E lo sarebbe anche saper rispettare, senza bisogno di scuse da bambini.


(Sulle adozioni, poi, un’altra volta, o questa stessa se vi fossero commenti)

televisione
28 febbraio 2015
Ille dixit, sed...

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-ba3bfab8-4153-476f-baa5-8c1e7f6f6754.html#p=0


Oggi mi son visto in tivvù Concita De Gregorio (che a me ricorda Paolo Mieli: stessa aria tesa a mimare l’espressione da prìncipe rinascimentale, che suggerisce invece uno stato di noia profonda) nell’intervista a Vittorino Andreoli, lo psichiatra con l’aureola, e non solo in senso fisico.
Ascoltando l’Andreoli, uno si fa delle domande, poi subito si dà delle risposte, perché sono domandine facili facili, tipo: ma bisogna studiare tanto per arrivare a così poco? – o, a dirla con Churchill: raramente, nella storia umana, così tanto espresse tanto poco, non vi pare?
Ma poiché criticare è facile (su internet, poi) metto lì qualche motivo:

Lo psichiatra eminente ha scritto – e te pareva – un libro per l’indòtto mondo, cioè noi; l’argomento è “Ma siamo matti? – un Paese sospeso tra normalità e follia”, e già dal titolo appare subito lo scoop scientifico: non son matte solo le persone, ma anche i Paesi, il che detto al bar va anche bene, ma se a dirlo è uno specialista del ramo, non può che impensierire molto.

Secondo lo specialista, gli italiani (solo gli italiani, pare di capire) sono masochisti; perché? Perché – ci spiega – quando vanno all’estero godono nel criticare l’Italia e si compiacciono che qui le cose vadano male.
Oh bella: io avevo sempre creduto che non di masochismo si trattasse, con questi sintomi, bensì di complesso di inferiorità, che porta il bischerone complessato ad astrarsi dalla propria natura di fronte agli stranieri, uniformandosi all’atteggiamento critico di quelli per mimetizzarsi tra essi. Sembra quindi un aspetto del conformismo, dove il masochismo non c’entra perché il complessato non vuole assolutamente soffrire; lo vorrebbe se dicesse agli stranieri: “sì sono italiano, piscio nelle aree di servizio, sono mafioso, non pago le tasse e voto berlusconi che è un gran figo; sputatemi addosso!” – e invece no, dice il contrario, vedi un po’.

Il professor Andreoli svela che i popoli manifestano in alcuni momenti caratteristiche di identità nazionale; la giornalista, normalmente in letargo, scocca una domanda ficcante: “e in questo momento, quali?”
Il dottore, oéh, non se l’aspettava, ma da par suo, còglie la diagnosi al volo:
“la paura! Vista da uno psichiatra, la crisi [economica-ndr] è paura acuta!”
oh cacchio, ecco cosa fa la crisi: paura; chi l’avrebbe capito se non uno psichiatra, effettivamente. Ma la paura durante una crisi può essere caratteristica degli italiani? Da che si capisce? Mi si dirà: lo capisce lui, mica tu, ignorante. Sarà, ma per me la paura davanti al pericolo resta una reazione comune alla cerchia dei viventi, infatti persino la giornalista risponde “ma la paura non è una patologia psichiatrica in questo caso!”.
Ed ha ragione, per il fatto che è sempre questione di misura: se vedessimo gruppi di italiani correre per le strade strappandosi i capelli, laddove, ad esempio, gli spagnoli di fronte alla stessa crisi manifestassero maggior aplomb, potremmo avere il sospetto che gli italiani sono paurosi in modo clinicamente significativo, ma io, che non mi drogo da tempo, non vedo mai scene tanto rivelatrici. Forse Andreoli voleva dire: “la paura di attribuire responsabilità”, per esempio chiamando i ladri, “ladri”, e magari non votandoli più.
Un lapsus (di prudenza), forse, del dottore (per inciso, in ambiente medico c’è una bella barzelletta sui lapsus: convegno di psichiatri, durante una pausa di rinfresco, vari capannelli di professionisti parlano col bicchiere in mano; in uno di questi capannelli si discute proprio dei lapsus, con vari esempi; mangiando una tartina, un medico si avvicina e dice: “sapete, io stesso ieri ho avuto un eccellente esempio di lapsus: ero a cena da mia madre, volevo chiederle  'passami il sale' e invece le ho detto ‘puttana, mi hai rovinato la vita!’’”).

Per lo psichiatra poi, il denaro “è diventato il punto di riferimento” ed è “il male assoluto”; ora, gli si potrebbe chiedere: “occhei, aboliamo il denaro. Abbiamo abolito il male assoluto?”
La risposta, alla portata di chiunque, sarebbe “no, perché è il desiderio, non il denaro, che muove alla voglia di accumulo; il denaro è solo lo strumento del desiderio, e non è diventato un bel niente, poiché – lo dicono anche i testi di psichiatria – il desiderio è connaturato all’uomo e non può esserci stata dunque un’era felix, dopo la quale qualcosa è diventato. Certo però il desiderio può essere regolato dall’educazione, ma questo lo psichiatra non lo dice, quindi non possiamo sapere se lo sa.

La parte più esaltante, per chi fosse davvero un italiano masochista, è quella dove il professore viene invitato al gioco di fare una “microdiagnosi” davanti alle immagini di alcuni politici. Davanti al faccione di rènzi, egli borbotta: “ecco… qui è un eroe… questi personaggi bisognerebbe lasciarli fare e, se poi fanno male, mandarli a casa… ha tutti contro, ma vuole fare a tutti i costi, è comprensibile”.
Dunque non bisogna analizzare la situazione, capite, va atteso, così, tutti fermi, finché non dà frutti; lo dice lo psichiatra esimio: bisogna lasciar fare e, se il sintomo poi rivelasse una sindrome, beh, boh, prenderemo la medicina. Un bel consiglio, no? – detto da un medico. Domani andate dal medico e gli dite: ho male qui. E lui, serafico, leggendo l’Andreoli: lasci fare; se poi s’ammala, la opero. Voi vi allarmate: e se poi mi aggravo? Non sarebbe meglio fare qualche esame in tempo?… ma il dottore, consultando l’indice di tanto testo: macché, qui dice di star fermi.

Alla fine, uno dei ragazzi del pubblico, invitato a chiedere qualcosa, recita una captatio con bella cantilena: – “cosa consiglia per guarire questa società matta?”
E il cavasógni, a sprezzo del ridicolo: – “io dico: ma perché non guardiamo al lato positivo!… bisogna voler bene all’Italia, siamo il Paese più bello del Mondo!…”
Ora, uno psichiatra dovrebbe sapere che per “guardare il lato positivo” ci vogliono buone ragioni, in assenza delle quali l’insistenza a voler considerare le cose positivamente è irragionevolezza e dunque probabile sintomo di malattia mentale. Altro è, in una situazione difficile, tentare di costruire soluzioni: qui il “positivo” ed il “negativo” parrocchiali non c’entrano un beato, e c’entra bene invece l’istinto di sopravvivenza, comune anche nei batteri.
E poi, “la cosa più bella del Mondo” è, per ognuno, differente perché direttamente collegata al suo ambiente di formazione: differenti gli ambienti, differenti i gusti. Solo un religioso può credere nell’unicità delle differenze, ad esempio nell’Uno e Trino, ma, dal punto di vista di uno psichiatra, la religione è solo un segno di paura del nulla che genera il suo rovesciamento, e cioè la speranza di eternità. Quindi, Andreoli, ci faccia il piacere di rispondere un po’ a tono almeno una volta su cinque.
Una risposta migliore poteva essere: “ma che cazzo ne so, ragazzi miei, io faccio lo psichiatra, mica il sociologo”, oppure: “cari ragazzi, noto dalla vostra cantilena che avete mandato a memoria le domande. Gesù Cristo, non fate così perché con un copione in mano si perdono gli sviluppi imprevisti del dialogo, che possono aprire nuove idee; e poi, ricordare a memoria significa non avere ‘in proprio’ quell’idea, non esserne gli autori; dunque vuol dire essere conformisti. Non lo siate, perché è limitativo. E per rispondere alla domanda: che cazzo ne so, son mica un sociologo”.

Bene, ho finito. Ho scritto questa pappardella per dire che quando uno passa per “specialista” e dunque viene accreditato di una autorevolezza che possa creare seguito, deve, “deve” obbligatoriamente, non essere banale come una sciurapìna, sennò è più che banale: è pericoloso; davanti a dei ragazzi, poi, è esiziale. Ci pensi su, accidenti, e faccia esame di sé, questo psichiatra, come anche la giornalista che lo presenta faro di saggezza.
Perché, a parte Gesù Cristo cui alcuni dan fiducia a gratis, noi mortali il valore lo dobbiamo dimostrare sul campo, è benino ricordarlo soprattutto ai giovanissimi; sennò penseranno che il successo sia il dire quattro balle storte in tivvù, e non il trovare soluzioni scientifiche.

Notina: il mio commento critico (edulcorato rispetto a questo) inviato al programma, è vissuto quanto una farfalla, sparendo subito dal sito. E' la ristampa, bellezze.
SOCIETA'
23 febbraio 2015
Quotidianesimo

Dice rènzi: “il governo ha tolto gli alibi a chi dice che assumere in Italia non è conveniente: è la volta buona, ora o mai più”. “Bene: mai più” – ha risposto Confindustria.

Boldrini critica il Governo, passando dalla parte del torto di chi non fa niente alla parte del torto di chi fa quello che non gli compete fare.

Grillo non capisce i tempi teatrali; è strano, perché è un comico, ed esserlo significa avere particolare sensibilità per il giusto momento. Significa pure avere il senso del ridicolo e quindi risultare immune alle adulazioni, perché cosa c’è di più ridicolo di un adulatore? Ed infine significa vedere non solo la nudità del re (un belino che sbatacchia sotto un mento alzato è irresistibilmente comico, ad un occhio comico), ma anche il suo abbigliamento fuori contesto; infatti è esattamente il “fuori contesto” che il comico denuncia con il suo proprio essere fuori contesto. E allora, Grillo dovrebbe sapere che il suo socio, con la sua apparenza superbizzarra, rende debole qualunque argomentazione egli possa sostenere, anche dicesse verità bibliche (e non gli capita). Non lo esponga.
E’ successo così perfino ad un grand’uomo come il Dottor Strada, da quando egli si espone sciamannato; in un vecchio tiggì, il Dottor Strada appariva in giacca e cravatta, coi capelli corti, composto e posato, e l’intervistatore lo chiamava “Dottore” e lo ascoltava rispettosamente, comunicando ai telespettatori il valore rispettabile di ciò che il medico diceva. Ma oggi, tutti i presentatori di avanspettacolo chiamano il Dottor Strada con un “ciao, Gino!” – come fosse uno di loro, e si può scommettere che quando l’ormai Gino venisse meritoriamente candidato al Nobel, la più parte della Nazione sbotterebbe sorpresa: “ma chi, il Gino?!”. E’ evidente dunque che il mezzo sia il messaggio, e chi ha praticato la pubblicità, come Grillo, dovrebbe saperlo benissimo.
Santo Grillo: ma possibile che tra tutte le persone di vaglia con le quali lei è a contatto non ci sia uno che conosce il marketing meglio di me che non mi ci sono mai dedicato? Mi assuma, dài, che le faccio vincere le elezioni; però su, svélto che sennò famo notte!

Non gira non gira il Mondo, dicono il contrario pure i bambini. Che però credono a Babbo Natale. Invece Galileo diceva che Babbo Natale non esiste finché non è provato che esista; era anche spiritoso, Galileo: affermava che dire una cosa senza poterla provare equivaleva a dire qualsiasi cosa, così lui poteva anche credere tranquillamente che la Luna sia fatta di formaggio.
Ora, tutti a stupire perché l’islamico ha detto, con la bella logica di un Athanasius Kircher, che la Terra non gira. Nisba. 
E cosa doveva dire? Che non solo gira, ma pure che la scienza è superiore alla religione? Si potrà pensare che non è necessario dire incongruità scientifiche per praticare la fede, ed è vero: si può essere fedeli e scienziati; Sir John Eccles lo era. Anche se poi, chissà come mai, è morto lo stesso.
Ma se io credo più in una liturgia che nella matematica, devo comunque riconoscere la superiorità della scienza? Provare, per credere, a chiederlo al vostro parroco.

Questa storia del segreto bancario mi sollazza tanto. Mi figuro la Svizzera e tutti i suoi sei abitanti, che si vedono volar via verso forzieri più granitici i quattrini di mezzo mondo. Quando tra poco li vedremo qua al semaforo, mentre gli compreremo per due euro una rosellina spenta, sarà divertente chiedergli: “sfìzzero?”.

Dite un po' se non è buffa la reazione al problema dei tifosi olandesi che hanno scassicchiato la fontana di Roma; si son sentite cose così: "ecco, però, uffa, vedi, quando si tratta di criticarci, i nordici son subito pronti; poi quando son loro a dover pagare, nemmeno ci rispondono. E' un'ingiustizia, però...". 
I "nordici", oéh, gli olandesi son "nordici". Sono anche quattro gatti che abitano una nazioncella che sta llà e ha di buono che l'erba si compra dal droghiere (o almeno una volta era così), ma questo non vien detto perché, nell'immaginario dei sudici, più a nord di Como son tutti nordici, pure quando pisciano sul Bernini ed hanno la testa a palla. E il nordico, si sa, non caga proprio i sudici; siamo troppo al di sotto di esso.
Ma con questo spirito qui, ci aspettiamo davvero una risposta? Ma nemmeno Gheddafi buonanima, ci rispondeva; era nordico lui anche più di questi qua, perché non doveva nemmeno correre appresso alla squadretta del palloncino, per esserlo. E poi lui non si limitava a sbertucciare le fontane: ci sparava proprio sulle isole. Altra razza, dimolto superiore, dico.

Un decreto del governo prevede una nuova carrettata di macchinette da gioco; per gli anglofoni: “machinet for gioc”. C’è chi protesta: "ma come, si fa un regalo alla lobbi dell’azzardo (lobbi of hazzard)!", but io credo che anche se non si volesse fare un regalo a quella lobbi lì, ci sia un problem (sto parlando inglès perché l’artìcul l’era pieno di parole inglès).
La questione mi pare essere che il denaro non è lo “sterco del demonio” come dice qualche borghese in ansia di benedizione facile; è invece il corrispettivo di una vendita, dunque il valore di un bene, dunque un valore. E ancora dunque: non è di sua natura, l’esser dato in cambio di nulla.
Per nulla, si scambia il nulla; per una speranza si barattano speranze (si chieda alla Chiesa, come si fa) così come, insomma, tutti gli insiemi devono essere composti da elementi omogenei nella natura, altrimenti non ha senso la categoria di “insieme”. Quale storto senso ha, eleggere l’elemento “denaro” a simbolo della categoria “bene” (“oggetto”) e poi farne uso di “speranza”? Si chieda alla Chiesa, se non è logico quello che ho detto, porco Videolòttery.

SOCIETA'
11 febbraio 2015
Incidenti

letteratura
27 gennaio 2015
A proposito


Una sera tornando a casa, mio padre ci raccontò una storia:
erano giorni in cui avevamo perduto tragicamente il nostro cagnolino, un trovatello di can da caccia che anni prima aveva bussato all’ingresso della nostra casa con mille cautele, venendo infine adottato. Morto lui, i miei genitori in carenza bestiale si misero alla cerca di un sosia che potesse parere lo stesso. Un bel dì di quei dì mio padre, durante uno spostamento di lavoro si trovò tra le campagne e presso una di quelle trattorie leccorniose che vi si trovano infrattate; decise di fermarsi lì a pranzo. 
Mangia che ti bevi, gli si sciolse la lingua e così raccontò all'oste chiacchierone della sua ricerca di un cane vivo che paresse un cane morto; l'oste ascoltava rapito.
E non era il solo: un anziano commensale udì quelle parole, si alzò dal tavolo e si avvicinò col bicchiere in mano; “ecco, chieda a lui” – disse l’oste cui non pareva vero di togliersi da un ginepraio di consigli da dare che non riguardavano la ribollita.
“Lei cerca un cane?” – chiese l’uomo a mio padre.
“Sì” – rispose lui sincero – “un cane così e così, e deve aver questa coda e quelle orecchie, un color beige chiaro con una sfumatura di rosso turchino e l’occhio glauco e vivace, e raccomando si chiami Terry” – mio padre leggeva da un foglio che teneva in mano – “sennò mia moglie non la finisce più” – concluse ripiegando il foglio e guardando in modo commovente l’interlocutore.
“Posso sedermi?” – disse questi
“prego” – rispose mio padre
“io ho cento cani” – mormorò il tizio
“davvero?” – disse incredulo il papà, guardandolo come si può immaginare
“nella mia terra, qui vicino; ho molta campagna, sa?” – dettagliò l’uomo
“e ne avrebbe uno come quello che cerco io?” – domandò mio padre
L’uomo fece una pausa, abbassò il capo e si tirò indietro: - “se anche l’avessi, non glielo darei mai” – rispose
“è crudele, lei” – piagnucolò papà, pensando al suo ritorno infruttuoso a casa.
“Mi ascolti” – gli disse l’uomo chinandosi verso di lui confidenzialmente – “i miei cani sono miei fratelli; lei darebbe via un fratello? I cacciatori sì. E se li perdono o gli abbandonano ovunque. Così io li trovo; e quando li trovo, le assicuro, sono in gran brutte condizioni; allora li faccio curare e li porto da me. Lei non sa che bello sia quando mi siedo sul prato in mezzo a loro tutti e li vedo felici che vengono a farmi festa”
“tutti e cento?” – tremò mio padre
“sicuro” – rispose l’uomo – “tutti quanti”
“ma non è pericoloso?” – disse babbo, che amava i cani singoli ma diffidava dei branchi di lupi, di licaoni e di cani selvaggi e cominciava a pensare l’uomo fosse un po’ matto. L’uomo lo guardò con incredulità: 
“pericoloso? È vero, lei non mi conosce: vede, io sono vivo grazie ad un cane; un cane che era molto più umano del suo padrone, mi creda”
“la solita storia che i cani sono meglio delle persone?..." – bofonchiò sorridendo papà, mentre beveva un gotto di vino
“però questa è una storia vera” – disse l’uomo – “una storia di guerra. Lei è giovane e non è ebreo, la guerra l’avrà vista da casa quand’era bambino, ma io l’ho vista da adulto, nel posto più brutto che si possa immaginare: in campo di concentramento”.

E allora l’uomo raccontò a mio padre la sua storia di prigioniero dei lager. Era una storia tremenda quanto quelle che quasi tutti conosciamo dai libri e dalle parole dei protagonisti sopravvissuti: il tradimento di un conoscente, l’arresto e la tradotta bestiale, la tortura della detenzione, la fame atroce, la violenza e la morte intorno.
Narrò una storia conosciuta che aveva questo svolgimento inusuale: 
mentre il prigioniero tentava giorno per giorno di salvarsi la vita mantenendosi forte abbastanza da non essere inviato ai camini, e perciò si sforzava di lavorare e di avere una apparenza utile, la denutrizione che si pativa in quel luogo, lentamente gli consumava le forze. Giorno per giorno egli si sentiva sempre più debole e sapeva cosa ciò avrebbe significato: ad una delle prossime visite sarebbe stato diretto verso la fila nera. E sarebbe morto. Sarebbe morto ucciso perché troppo debole per essere utile.
Ma in quei giorni venne assegnato ad un lavoro presso la baracca di un ufficiale tedesco. L’ufficiale aveva un grosso cane cattivo che portava sempre assicurato ad una cinghia vicino a sé e col quale spaventava i prigionieri. Al cane, legato fuori dalla baracca nei momenti di ozio, venivano serviti dei pastoni di carne enormi, in una ciotola; stava lì fuori a mangiare da solo, e perché era solo e perché nessun altro che passasse aveva da mangiare; e la bestia era così grande e feroce che nessuno di quei disgraziati detenuti mezzi morti si sarebbe azzardato a contendergli un cibo da sogno.
Il nostro uomo guardava il cane mangiare: l’avidità dell’animale sul suo pasto da re, gli dava le vertigini: solo avesse potuto avere una manciata di quella carne, appena un pugno al giorno, non sarebbe morto, pensava; avrebbe superato la visita.
Il prigioniero girava sempre lì presso, ed il cane – così l’uomo raccontò – prese a guardarlo; lo puntava fisso a collo teso come fanno le belve, acquattato in terra che pareva una molla; era legato alla catena, ma la ciotola del cibo era sempre accanto a lui ed il tempo che trascorreva da quando veniva riempita a quando il cane la svuotava completamente era di pochi secondi. L’uomo si tormentava nell’angoscia, nel desiderio e nel dolore; il cane mangiava ogni volta come fosse digiuno da sempre, così furiosamente che la ciotola si capovolgeva; finiva il suo pasto e poi tornava a fissare, nella sua posizione da belva, l’uomo che lo stava guardando.
Nei giorni che passarono, l’uomo ed il cane feroce sempre si guardavano, finché un giorno – disse il narratore – il cane non mangiò tutta la sua razione di cibo; dopo averne trangugiata una parte, si spostò e si sedette e guardò l’uomo.
L’uomo vedeva quella mezza porzione di pasto del cane come la promessa di vita; guardava la ciotola come per attrarla a sé, perché andare fino lì era impossibile: il cane lo avrebbe ucciso in un minuto, grande ed in forze come era, mentre l’uomo sembrava già un cadavere; avvicinarsi alla ciotola della vita, avrebbe significato certo la morte; il prigioniero vedeva il cibo e piangeva dallo strazio, e il cane, seduto, lo guardava; poi l’animale ad un certo punto guardò di lato e quindi si voltò. E gli diede le spalle.
L’animale sembrava disinteressarsi a lui, sembrava disinteressarsi anche al cibo, a quella carne di cui rimaneva mezza abbondante porzione nella ciotola; l’uomo tremò di desiderio e di paura, sentì insieme la voglia di osare ed il terrore del cane feroce, ed infine si fece forza, e angosciato strisciò, strisciò cercando di non fare il minimo rumore, terrorizzato e famelico strisciò disperatamente verso il cibo. Il cane non si muoveva, la lunga catena rimaneva come un serpente fermo in terra. L’uomo arrivò alla ciotola, il cane restava di spalle immobile; e l’uomo mangiò come un cane, mangiò tutta la porzione rimasta guardando con occhi sgranati la belva ferma. Poi strisciò indietro lentamente, vincendo la voglia che aveva di fuggire a rompicollo, sempre fissando il grande cane che ancora non aveva fatto neppure un movimento. Quel giorno benedetto, l'uomo aveva mangiato, davvero, la carne che sognava.
E così il narratore, davanti a mio padre che lo ascoltava a bocca aperta, continuò a raccontare piangendo e disse che tutti i giorni il cane feroce del nazista lo guardava, e mangiava solo mezza porzione del suo pasto, poi si metteva da parte e si voltava di spalle, cosi che l’uomo poteva avvicinarsi e cibarsi del resto, e fu in questo modo che l’uomo si salvò. 
Il narratore disse che il cane tedesco di un tedesco aveva capito la sua condizione ed avuto per lui la pietà e il rispetto che in quel luogo gli era negata dagli uomini, così aveva scelto di privarsi di parte del suo cibo perché l'uomo avesse di che nutrirsi; gli aveva salvato la vita. E lui non aveva mai dimenticato quella storia tremenda e grande, perciò da allora raccoglieva ogni cane disperso, spaventato, affamato e malato che gli capitasse di incontrare, e se ne prendeva cura. Pensava che mio padre avesse smarrito il suo cane e si era avvicinato per capire dove questo fosse accaduto, ma dal momento che invece il cane era morto, lui non poteva fare nulla; tantomeno dar via uno dei suoi cani.
.
Mio padre cercò con imbarazzo di aggirare la commozione di quell’uomo anziano e gli chiese:
“...e come fu il ritorno a casa? Ritrovò i suoi cari?”
l’uomo rispose: - “il primo che ho ritrovato è stato quello che mi aveva denunciato” – e mio padre, considerando quel vecchio signore pieno di cuore: - “chissà cosa avrà provato; sarà stata dura riuscire a non vendicarsi” - e l’uomo, ringhiando:
“non ho avuto il tempo di pensarci: l’ho ammazzato a calci in mezzo alla strada come un… come la canaglia che era, quel bastardo”.

Storie. Storie di uomini e di animali; quanto ci somigliamo.
SOCIETA'
23 dicembre 2014
Caffè e giornale e poi via

You can’t more
Se n’è gliuto You Can Leave. Metamorfico personaggio: a Woodstock sembrava l’uomo lupo, poi, con l’età, gli è venuta una parvenza di professore di lettere antiche, che solo ad immaginarlo con in bocca uno spinello pareva di bestemmiare. Dimostra forse che non tutti i professori severi non gradirebbero una vita dissoluta.

Apologia di reato
Il rènzi: “l’evasione fiscale è una rapina!…”

Sì, ma ce ne fosse uno che sa disegnare la svastica
C’è di nuovo che riappare Ordine Nuovo con un’intervista all' "ideologo" (sic!), il quasi centenario Rutilio Sermonti, che ha fatto in tempo a militare nella buassa fascista d’antan. Si dice che i vecchi siano emotivi e biliosi: il Nostro è un’epitome del caso. Vuole uccidere e massacrare, fare stragi. Perché? Boh. Ma fosse solo lui: alcuni epigoni dell’epitome, però in età di lavoro, ripetono: vogliamo uccidere e massacrare, fare stragi; e anche: “ci vuole un altro Italicum”. Si dice così anche oggi al governo, ma non pensando al treno, perché pensare è difficile, non per altro. Chissà cos’è peggio, comunque.
Quiz: ovvio che c'è differenza tra Italicum ed Italicus: uno finisce per esse e l'altro per emme. Quale dei due con che?

Il Capo quasi stato
“colpisce il dilagare della corruzione, ma no al protagonismo dei magistrati” – l’importante è l’avversativa.

Ordine Stato Nuovo
Ci si càndida alla carica (nel senso: di corsa). Pare che tutti quelli che vengono nominati, perciostesso siano da considerare “bruciati”, dunque sconfitti a prescindere. Non ho mai capito perché; un po’ come ti chiedessero: “ti faccio due uova o preferisci un po’ di pasta?” – “due uova, grazie” – “benissimo: quindi tu le uova non le mangi più”.
A ogni modo ci sono dei bei nomi: Riccardo Muti, il direttore d’orchestra, che così non potrebbe dirigere più una fava e gli rovinano la carriera; Gino Strada, che essendo una persona seria ed impegnata veramente, non ha nemmeno il tempo di mettersi a ridere; Laura Boldrini, che a parer mio somiglia a Napolitano pure di faccia e certamente non ce lo farebbe rimpiangere neanche un po’. Emma Bonino.
- Chi?
- Emma Bonino, partito radicale
- Ma scherzi?
- E no, che non scherzo. Neanche prima, scherzavo.
- Ah, neanche prima?!
- No.
- Allora hai uno strano modo di essere pazzo, son sicuro che non è vero.
- Non è vero che son pazzo?
- Già, purtroppo.

Habeas Pongo
La Corte di Cassazione Argentina ha deciso: Sandra, dopo 29 anni di detenzione può essere liberata; questa sentenza è ispirata nientemeno che all’ “Habeas Corpus”, la norma anglosassone che impone “vi sia sostanza” all’accusa. E l’accusa, all’esame dei fatti, è risultata non avere dunque sostanza.
Perciò, l’orang-utan Sandra sarà fatta uscire dallo zoo di Buenos Ayres che l’aveva ospitata tutto questo tempo. Intervistata, Sandra ha detto tra le lacrime: “sì, ma io che faccio adesso? Non ho un lavoro, non ho casa, non so nemmeno dove trovare un cazzo di banana”. Il leone Reginald, vicino di gabbia, a testa china ha mormorato: “l’ho scampata bella: sai che ridere se mi riportavano in Africa; chi le becca più le gazzelle, adesso. E poi coi casini che scoppiano, là… speriamo mi lascino in pace in galera”. La disperazione del guardiano: “Sandra era tutta la mia vita, ed ora me la portano via. Che farò qui io? Le giraffe, ti guardano dall’alto, gli ippopotami stan continuamente a mollo e il lama mi sputa sempre in faccia. Lei era la mia unica consolazione (piange)”.

Rarissimi panda
No, questa è bellissima: la Guardia Forestale piomba al Circo Orfei, ed uno subito pensa: povere tigri, poveri leoni, chissà; e invece no: i tigroni stanno bene (forse); il motivo del severo controllo è l’aspetto di due panda ben strani, che scodinzolano e fan pipì a gamba alzata. E allora si scopre che due cani Chow (dei bestiotti ursini con la lingua blu) sono stati truccati da panda, con tanto di occhio nero, per far foto coi turisti.
Patapùm: multone boia per il raggiro e pure per il maltrattamento ai Chow, cui evidentemente non era gradito esser presi per quei pirloni dei panda, eccheccacchio.

Padre perdona noi a pagamento
Il nostro Santo Padre che fa concorrenza tremenda al “Papa Buono” dei nonni, se l’è pigliata ancora con la Chiesa: e qui e là la Chiesa, brutti cattivi, non fate il bene, ma non si può così, e insomma e perbacco. Ora, io mi dico:
il Papa è l’ultimo sovrano assoluto del Mondo; un relitto di epoche dispotiche ormai presenti solo negli staterelli militari o nelle repubblichette finte, come la nostra. E allora, che gli ci vuole, dico io, che gli ci vuole a dire “la parola”, come Guzzanti? Egli s’alza bello una mattina e chiama i Cardinali: “Cardinali, venire qua, scattare! Da oggi si cambia: sàndali e saio per tutti, oro ai poveri e – udite udite – si paga la tassa sugli immobili! E adesso retro front e avanti marsch, fuori dalle caligae, unò-dué, hop, hop!”
Che gli ci vuole, il mio consiglio?

moda
10 dicembre 2014
Le parole per dirlo


Natale: storico capo della ‘ndrangheta calabrese attualmente in carcere sotto regime 41 bis.

Chiesa: mariuolo milanese, significativamente ricordato in una bella copertina del settimanale “Cuore” che raffigurava un congresso del Partito Socialista Italiano dove Pietro Gambadilegno, prendendo la parola, diceva: “mi dimetto da Presidente: rubare ai vecchietti dell’ospizio è una cosa che turba pure me”.

Regali: passaggio di beni o favori che ad alcuni è meglio fare volontariamente, sennò…

Bambini: piccoli esseri freneticamente viventi, ed essendo questo il periodo della caccia, non a lungo.

Palle di Natale: si chiamano così quelle che ci raccontano a Natale.

Notte Santa: ogni santa notte in cui, malgrado le notizie, riusciamo a prendere sonno almeno per un po’.

Natività: generazione di bambini a scopo crocifissione (v. bambini).

Bontà: parola generica che acquista significato e senso in una non abbastanza nota canzone di Mina.

Cometa: asteroide che, secondo i telegiornali, è sempre sul punto di cascarci addosso e distruggerci tutti.

Dio: entità molto evocata, quasi sempre in combinazione con altri animati.

Luminarie: qualunque rischiaramento artificiale di qualsiasi origine (es.: razzi illuminanti, bombe al fosforo, napalm).

Neve: in gergo, uno dei modi di indicare la cocaina.

Festa: gergale: "a quello gli facciamo la festa", "accura, se continui così qualcuno ti farà la festa".

Presepe: estrapolazione da frase, es: "ma queste son prese per il culo!"

Vergine: parola presente in esclamazione ormai desueta: “oh beata Vergine!…” o nei resoconti in aule giudiziarie: “non sapevo che fosse minorenne/marocchina/zoccola/vergine, anzi, pensandoci bene, manco m’ero accorto fosse femmina; insomma, Signor Giudice: io nulla saccio, mìnghia”.

SOCIETA'
21 novembre 2014
Barbarie

Nell’ultima serie orrorifica del Villaggio Globale, trovo alcuni aspetti davvero allarmanti.
Abbiamo il filmato dei momenti precedenti l’esecuzione: la vittima inginocchiata a recitare, ovviamente per obbligo, i motivi della sua sentenza a sfavore ed il boia alle spalle, tutto nero e mascherato come vuole l’iconografia; egli ha in mano un coltello che pare attrezzo da cucina, e con quello scannerà il giustiziando. Sorprende la calma di questo; sarà drogato? Ha una forza d’animo tale da potersi far decapitare con un coltello senza battere ciglio? Rabbrividiamo, sperando per la prima. L’immagine si ferma prima che il boia inizi, ma il boia, non visto in tivvù, sappiamo che proseguirà fino a mostrare quella che poco prima fu la testa di un uomo, ridotta ad un oggetto.

Ho detto che trovo in tutto ciò aspetti allarmanti, ma non mi riferisco allo strazio umano che ci prende davanti ad una morte così comminata; quello è una cosa, ed è normale che ci sia, dunque non vale la pena parlarne. Mi riferisco alla indignazione con la quale si reagisce.
Viene usata la parola “barbarie”; è barbaro decapitare un uomo inerme con un coltello? La risposta sembra evidente: se non è barbaro questo, cosa può esserlo? La nostra coscienza sociale trova un punto di unione, facile ed in discesa; siamo tutti dalla parte del giusto, dunque possiamo gridarlo: “barbari,vigliacchi assassini!” – siamo la folla e, se linciamo, oggi abbiamo la ragione tutta dalla nostra; possiamo accaldare la faccia, gridare senza timore che alcuno ci dica: “non è questo il modo” od altre frasi da tetrapiloctomo, perché l’orrore visto è troppo grande: un uomo che non poteva difendersi, scannato come una pecora e macellato da una bestia vilissima alle sue spalle. Tutto vero, tutto giusto, tutto sacrosanto.

Ma cosa stiamo veramente condannando?

L’omicidio? No, perché fosse avvenuto in una battaglia tra soldati, forse avremmo provato dolore, ma non riprovazione; allora condanniamo il modo in cui avviene, condanniamo solo il modo.
Ed il modo è certo molto importante, sempre, nella vita.
Che disgusto. Quindi cambiamo canale, e ci vediamo immagini non ben definite in una soffusa luminescenza verde su fondo nero; siamo a bordo di un elicottero americano in caccia notturna con visore all’infrarosso; non vediamo i piloti, ma ne sentiamo il dialogo tra loro e con la base; stanno cercando terroristi. Non faticano a trovarli: c’è gente che scappa dappertutto: sono figurine chiare che si stagliano nitide sul piatto buio incorniciato dal video; fuggono, qualcuno si rannicchia; i piloti si parlano:
“ce n’è uno là, l’hai visto?”
“lo vedo, è fermo vicino alla casa”
“spara”
Un rumorino di tamburello soffocato e, dopo un secondo, l’area con la figura umana pare esplodere, tutto diventa luminoso e quella figura non si distingue più, solo uno sfilacciamento di brani fosforescenti occupa la zona dove prima si era visto un corpo. I piloti parlano ancora.
“Là, scappa, lo vedi?”
Vediamo anche noi qualcuno in figurina, che scappa; vediamo che abbraccia un involto; cos’è? Un’arma? Una bomba? Un bambino? La figura potrebbe essere una donna che fugge con in braccio un bambino; i piloti se lo chiedono, e poi: 
“spara”
Ancora una volta il rumore di sparaturaccioli e quella breve latenza dopo la quale gli sbuffi lattiginosi eruttano dallo sfondo nero, il chiarore della figurina vi si perde e vi si amalgama. L’elicottero va oltre, séguita la sua caccia, ogni tanto tira un razzo la cui esplosione spazza e cancella il filmato; dopo il razzo, perlustra la zona e finisce col suo tamburello afono quelle figurette che, a terra, sbavano verde ma si muovono ancora.
Abbiamo visto una operazione militare, una operazione di cecchinaggio chirurgico eseguita da un elicottero in missione di guerra, contro… contro il nemico.
E quella donna? Era una donna con un bambino? Od era un terrorista con un bambino? O con una bomba? Insomma, cos’era, cos’erano quelli, terroristi, uomini, donne e bambini che passavano, nemici, inermi ignari, cosa? Nulla è meno chiaro di filmati così; ci fidiamo, ci dobbiamo fidare; ma i piloti, anche loro non erano certi della identità dei loro bersagli: sparavano comunque, perché meglio un innocente morto che un nemico vivo, in guerra.
Il giorno dopo, in quella zona si vede gente che piange, civili morti, vittime infanti; chi è stato? Quell’elicottero? I terroristi, spietati anche con i loro compaesani? E chi lo sa. Ci fidiamo, ci dobbiamo fidare, speriamo: i morti giusti sono ammazzati dai nostri, le vittime innocenti, dai terroristi. Il suolo è pieno di morti.

Non abbiamo visto i piloti di quell’elicottero, e nemmeno l’elicottero; abbiamo visto solo quel riquadro verde dove figure umane venivano centrate una ad una e spruzzavano via insieme alle cose intorno. In tutto quello che non abbiamo potuto capire in dettaglio, una cosa rimane sicura: quegli umani non potevano fuggire, non avevano scampo e venivano uccisi.

- Risposta: - sì, ma questa era una operazione di guerra. 
- Dubbio: - dunque è operazione di guerra, quando si uccidono anche degli inermi
- Risposta: - solo se per accidente; i piloti di quell’elicottero non volevano uccidere inermi; se lo hanno fatto, questo è un danno collaterale, un imprevisto, un incidente non ricercato.
- Dubbio: - e come possiamo esserne sicuri?
- Risposta: - non ti fidi?
- Dubbio: - che significa “fidarsi”? Io mi fido di quello che vedo chiaramente.
- Risposta: - insomma vuoi insinuare che i soldati che vanno a combattere in nome della pace (sic!) possano essere dei mostri come quei terroristi!
- Dubbio: - io non voglio “insinuare”: io pretendo chiarezza ed esaurienza, per poter usare la logica. Quei soldati non li conosco, forse sono due arcangeli o forse dei mostri di indifferenza; come posso saperlo? E come puoi saperlo tu?
- Risposta: - io non posso credere che siano dei mostri; invece penso che vadano ringraziati perché rischiano la vita proprio per combattere dei mostri come i decapitatori di inermi. E poi, se fossero dei mostri loro, lo sarebbe anche tutta la catena di comando che li guida, su su fino al Governo; puoi credere, tu, che tutti i componenti di questa catena siano dei mostri?
- Dubbio: - no, per ragioni statistiche. Se quei componenti fossero in piena coscienza. Ma è molto facile esulare dalla piena coscienza che genera il senso di responsabilità. Se non fosse facile, ognuno di noi sarebbe pronto ad aiutare una persona in difficoltà incontrata in strada, e invece si vede che non è così. Dunque capisci bene che considerarsi “non responsabili” è facilissimo. Inoltre, quello che ognuno di noi può – o vuole – semplicemente “credere” non è necessariamente quello che è; c’è gente che crede ai venusiani, oppure in Dio; dunque per capire la realtà servono dati da analizzare, non speranze e passioni. Per queste ragioni considero inefficace la tua precedente; ritenta.
- Risposta: - mi fa orrore che tu paragoni l’operato di un esercito di pace (sic!) alle infamità di terroristi! In questo modo, legittimi una barbarie come quella di scannare un uomo indifeso e perdipiù ucciso solo perché di provenienza occidentale; legittimi anche il razzismo bieco di questi assassini vigliacchi!
- Dubbio: - anzitutto, ho già detto che le passioni, in questo momento, non mi interessano e dunque mi faccio un baffo anche del tuo orrore, perché sto adesso cercando di analizzare solo la logica dei fatti; e stando solo ai fatti, io vedo una piena assunzione di responsabilità di un assassino dichiarato, che lo identifica come autore di un gesto esecrabile ed orribile, e poi una strana strage senza autore, davanti alla quale ci viene proposto di allargare le braccia come di fronte all’ineluttabile, nonché di cercarne la colpa in chi quella guerra sta alimentando, e cioè nei terroristi scannatori, è chiaro. Chiaro a chi? A me, non è chiaro perché mancano dati.
- Risposta: - insomma, giustifichi i terroristi.
- Dubbio: - vedila al contrario: non giustifico alcuno. E non posso giustificare alcuno perché le ragioni per un giudizio, cioè i famosi dati, non sono sufficienti per una analisi. 
- Risposta: - ma sarai d’accordo sul fatto che uccidere un uomo indifeso sia una barbarie no?
- Dubbio: - io sono ancora più drastico: è l’uccidere in ogni modo, che è una barbarie. Almeno quando lo si fa da una posizione di potenza, che sia in modo diretto, chiaro e nitido, in piena luce, o come in un gioco elettronico. In tutti i casi, comunque, nei quali ci si sente riparati dal contesto e dunque irresponsabili. Ecco qual è, secondo me, lo spirito della barbarie, perché un uomo, credo non dovrebbe mai delegare ad “altri” od “altro” la responsabilità delle proprie azioni; se lo fa, ne delega anche la comprensione ed allora cosa più gli resta del fatto di essere uomo? Tanto varrebbe scendere filogeneticamente a livelli più bassi, senza sprecare risorse.

ECONOMIA
24 ottobre 2014
Era così semplice

Come tutti quelli che lavorano in proprio, anch’io nello svolgimento della mia attività ho una quantità di spese cui far fronte; non dico nulla di nuovo rendendo noto che “la crisi” mi ha quasi rovinato poiché ha più che dimezzato le entrate lasciando che i costi potessero levitare, cinguettando beffardamente.
Ma bisogna pagare; eppure bisogna pagare. Con pensierini così, la notte non ci si diverte. 
Ebbene: mai, mai avrei sperato che i miei problemi – ma che dico: i nostri problemi - svanissero così, per incanto, per una magia eseguita da un mago che nessuno avrebbe pensato di definire tale: nientepopodimeno che Lo Stato.
Grazie, grazie, o Lo Stato; adesso posso scrivere ai miei numerosissimi creditori una lettera così:

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Egregio fornitore

Rispondo al Suo ultimo accorato ma cortese sollecito di pagamento, informandoLa sulla conclusione della vertenza che ha visto contrapposti Lo Stato Italiano e 18 Cooperative Sociali vantanti verso di esso crediti per circa 10 milioni di Euro. 
La Procura di Roma, con potere di giudizio su questa vertenza, ha stabilito che:

“…nel caso di specie il mancato adempimento non può essere considerato come un intenzionale e indebito rifiuto di corrispondere quanto dovuto, essendo notorio il fatto che il progressivo deterioramento delle condizioni della finanza pubblica ha determinato negli ultimi anni una protratta e generalizzata condizione di insolvenza a carico di tutti gli enti erogatori di spesa, e tale criticità non può essere ascritta alla condotta attiva od omissiva di alcuno”.

Lei, egregio fornitore, può agevolmente sostituire le parole “finanza pubblica” con “finanza di ìnternet”, “tutti gli enti erogatori di spesa” con “ìnternet” e “alcuno” con “ìnternet”, ed il nostro contenzioso sarà immediatamente risolto con enorme risparmio di tempo, denaro ed altre inutili digitazioni.

Ed ora, prima di salutarLa cordialmente, vorrei permettermi di rivolgerLe un suggerimento: La invito a sostituire le parole suddette con il nome della Sua riverita azienda ed a inviare ai Suoi tanti fornitori il risultato di questo facile gioco di sostituzione, così come io ho fatto con Lei.

Personalmente trovo che tale azione costituisca un magico rimedio a tutte le nostre preoccupazioni finanziarie, ed il fatto che sia pure legale vi appone una insperata cornice rassicurante.

Lieto di aver così appianato ogni problematica nel corso dei nostri rapporti e di aver potuto renderLe servigio nella conduzione della Sua attività, in attesa di risentirLa per nuove ordinazioni, mi pregio inviarLe con la presente non certo i suoi quattrini, ma i migliori saluti sì.


Firmato
ìnternet

televisione
19 ottobre 2014
Orbi e botte

Tutti ci arrabbiamo, tutti sbagliamo, ma c'è chi vorrebbe capire e chi dovrebbe far capire; è per questo che ho scritto ai Duellanti le lettere qui riportate:


Egregio Marco Travaglio

Spesso l’ho osservata nei confronti con alcuni beceri intervenuti nella trasmissione di Santoro; in tali casi mi chiedevo: - ma come fa a sentirsi vituperare così ed a restare impassibile. 
Lei, sotto le peggiori contumelie, era sfìngico. Solo una appena percettibile contrazione dell’occhio tradiva la tensione violenta che le sballottava sottopelle; soffrivo per lei e convintamente pensavo che io non ce l’avrei fatta mai: avrei finito per azzannare alla Hannibal l’interlocutore per la gola, accettando poi con la massima serenità (vuoi mettere la soddisfazione, che strascico che ha) la condanna all’ergastolo. Ma lei invece, niente, nanca un plissé. Che forza, che super-io – dicevo io, così poco super, ed ammirato fino all’umiliazione.
Egregio Travaglio, la considero una persona che ragiona in modo assolutamente logico-consequenziale e, nel mio piccolo, cerco di farlo anch’io; per questo motivo non trovo quasi mai alcunché da eccepire alle sue analisi ed alle sue conclusioni; tanto mi trovo in linea con esse che talvolta m’è successo di esprimere sul mio piccolo blog, che tengo per gioco, concetti che trovavo poi da lei esposti sul quotidiano il giorno appresso. Insomma: qualche volta sono arrivato prima io, e naturalmente dico questo per sorriderne.
Lei spiega ampiamente la sua posizione sul contrasto avuto con Santoro durante lo svolgimento dell’ultima puntata; anche qui, trovo condivisibile ciò che lei dice a proposito del restare sull’obbiettivo; è evidente che la caciarata improvvisa, proprio quando si stava incidendo il bubbone, ha sviato dall’opera e tutto è rimasto inconcluso come un discorso che terminasse con:
- …e allora?
- e allora, boh.
Nel suo ultimo articolo su Il Fatto lei mette in guardia, quasi rabbiosamente, chiunque dal pensare che la sua reazione estrema sia stata causata da un crollo di nervi e la spiega come il risultato di un sacro sdegno fattosi insostenibile. Io le credo; credo cioè che lei provi effettivamente uno sdegno insostenibile; almeno per me, come le ho detto sopra.
Ma perbacco: pur se il vederla “umano” mi rende a lei ancor più concordemente prossimo, sento di dirle che non doveva: doveva tener botta.
Sì, lo so che è un po’ la richiesta di morire in croce per tutti noi, ma è colpa sua, Travaglio: è lei che ha mostrato quanto si può essere granitici di fronte ai caterpillar; che diamine: si alza e se ne va perché ha di fronte sciocchi e delinquenti? E che, ha mai avuto certame con gentiluomini da cappa e spada? Con veri e puri cavalieri templari?
Tremo un po’ a dirle così, qua dalla poltrona; facile farla facile – potrebbe rispondermi. Effettivamente mi piacerebbe esserle d’aiuto in modo più costruttivo di quello espresso dal mio insignificante impegno civile, ma non so come fare: non ho le sue armi e la sua valentìa; in prima linea non mi ci fanno arrivare.
Posso solo dirle dunque “armiamoci e parta”, Travaglio, e sia forte, non molli, resista; lei è un uomo spiritoso: sorrida.

Ed a proposito di “angeli del fango” e di umorismo un po’ nero, io sono stato, da ragazzotto, un “angelo del soccorso” ambulanziero. Studiavo medicina e volevo darmi una spinta pratica. Lì ho imparato che l’”angelo” lo si fa per sé, mica per gli altri; perché è vanitosamente bello far qualcosa che viene considerato utile. Quando c’era un “trasporto” (cioè il trasferimento di un malato da ospedale a casa o viceversa), infatti, tutti nicchiavano il turno e cercavano un sostituto temporaneo mentre in caso di “incidente”, l’allarme suonava più entusiastico che preoccupato: tutti volevano intervenire e, se invece che un ambulanza con equipaggio di tre persone si fosse potuto utilizzare un treno, sarebbero arrivati centinaia di volontari anche dai paesi contigui, perché l’”incidente” è uno spettacolo con protagonisti se stessi nei panni del Dottor Kildare.
Applaudirsi od essere applauditi è quasi lo stesso, per gli animi semplici. Gli stessi che, se vedono un politico che spala, dicono “ma che bravo!” anche se è lo stesso che ha provocato il disastro. Ma lei sa benissimo queste cose ed io gliele ripeto solo per informarla che le so anch’io.

Dài, Travaglio, lei non è solo, anche se è il solo di noi a prendere di quelle sberle. Ebbene, resista. Tanto poi risorgerà, pare.

Con stima


p.s.: di seguito, la lettera che ho inviato a Santoro per questo episodio. Come vede, anche a Santoro ho allegato la lettera che ho inviato a lei.


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Egregio Michele Santoro

Per quanto poco ciò possa essere rilevante, voglio dirle che qualche giorno fa lei mi ha reso felice.
Sapesse le volte che ho atteso di sentirla pronunciare quel comandamento: “questo è un luogo di discussione, non si offende la gente!” – quando seguivo la sua trasmissione e vi trovavo Ferrara (l’Intelligente per antonomasia, e chissà chi è questo Antonomasia che trova Ferrara intelligente), Sgarbi, Brunetta o il mefistofele de noantri, La Russa, e contestualmente mi chiedevo dov’era la novità di Servizio Pubblico rispetto alla struttura di, ad esempio, Samarcanda o Anno Zero. 
Durante il programma io vedevo quegli ospiti spadroneggiare sulla sua gestione ed offendere a ruota libera chi volevano. Così pensavo: - adesso glielo dice. Ora Santoro sbotta, gli spegne il microfono, poi si rivolge al pubblico e, con la sua gestuale eloquenza avverte: “questo è un luogo di discussione, non si offende la gente, perciò non ascolterete oltre i vituperi di questi esagitati i quali, se messi alla cinghia, sanno benissimo comportarsi da persone civili ancorché non lo siano, perché anche i bambini sanno fingere, figuriamoci loro”.
Però lei non lo diceva mai; io mi contorcevo in spasimi civili, la esortavo telepaticamente, ma lei, nulla: mi lasciava sempre lì come una vergine in attesa della prima volta.
Ora, finalmente, è successo. Ma, come spesso accade, la prima volta risulta deludente. E perché?
Per via della fretta, e della sciatteria; ma come: abbiamo delle accuse precise alle quali il Burlando di turno deve rispondere, e ci impantaniamo sul termine porcate che Travaglio, sotto la pressione di un vulcano di sdegno, ha incautamente usato? Non si accorge, lei, sempre accorto ed acuto, che così facendo si svolta improvvisamente dalla strada, come succede nei film americani quando bisogna seminare l’inseguitore?
Non mi permetto, con ciò, di insinuare una sua connivenza con l’accusato: io (sono ateo) me ne scampi; invece credo fermamente lei abbia commesso un errore. Un errore, prima che di forma, professionale: aveva la possibilità di chiarire a tutti il limite delle responsabilità di Burlando ed invece, così, nessuno di noi ha più capito – mi perdoni l’espressione, ma rende assai – un cazzo.
E lei fa questo lavoro bellissimo solo ed unicamente per far capire al suo pubblico come stanno le cose, no? Ed allora è stato un errore, stimato Santoro. 
Perciò io, che sono uno del pubblico e volevo capire le cose, mi aspetto che lei dica: “ho commesso un errore giornalistico; a causa di un malinteso senso di correttezza, sì, però ho perso una occasione e mi dispiace assai che voi stavolta non abbiate capito – perdonate l’espressione – un cazzo. Farò meglio la prossima volta”.

Io ci conto, perché so che lei è un bravo giornalista; so anche che tutti possiamo commettere errori, e credo di non sbagliarmi nel pensare che lei sia uomo da poter riconoscere i propri, nel contempo sapendo che le forme sono importanti solo quando accompagnano la sostanza. 
A rivederla dunque in una gestione più attenta.

Con stima e fiducia


p.s.: allego lettera inviata a Marco Travaglio sullo stesso argomento, informandola che del pari ho accluso alla lettera per Travaglio quella inviata a lei.


SOCIETA'
12 settembre 2014
Giocondamente scancellata

 

Ce ne sarebbero di notizie importanti di cui discutere; ma le notizie importanti sono discusse in luoghi importanti da gente importante, così dedichiamoci alla notizietta minimalista che però contiene, a mio parerino, un senso crescente:

 

PULISCONO UN VETRO, MA ERA ARTE

nel salernitano una ditta di pulizie ha cancellato per errore un prezioso dipinto

 

Eccola qua; il prosieguo della storia non è che la sua dettagliazione; non è interessante come il senso che porta.

 

Ed il senso che m’intriga è: siamo nella “società dell’informazione”, cioè della comunicazione, in un periodo storico dove ognuno di noi, oltre che alcune televisioni, plurimi radio e vari computer possiede almeno un telefono portatile che lo connette sempre manco meno che al world wide web, la rete del mondo largo, o qualcosa del genere; ma il nostro telefono non si limita a squillare quando ci cerca, dal mondo largo, un indiano Hopi delle grandi pianure, no: ci fornisce istantaneamente pure le previsioni del tempo di qualunque luogo, le notizie politiche, sportive, di chiacchiericcio da portineria e financo – quest’è grossa – “culturali”.

 

Ebbene, in una società siffatta, dove non v'è chi possa sottrarsi al saper tutto da chiunque, ovunque avvenga in qualsiasi istante, nessuno, dico nessuno aveva detto a quell’impresa di pulizie che sul vetro salernitano del malanno non c’era un paciugo schifoso da nettare, ma addirittura una opera d’arte.

 

Ma io li capisco e li perdono: è troppo bello, ogni tanto, spegnere il telefono.

 

 

televisione
3 settembre 2014
Quello che ne rimane

 

La storia dei due genitori inglesi imprigionati in Spagna per aver rapito il figlio gravemente malato da un ospedale inglese dove gli veniva rifiutata una cura costosa benché palliativa, ed ora in corso di grazia per intervento del "premier" e passo indietro della Giustizia inglesi, mi ha lasciato una serie di dubbi terribili:

  1. In Inghilterra, quando si entra in un ospedale vi si è detenuti per costrizione? Quei genitori, contro il parere medico, non avevano altra via che quella rocambolesca di rapire il loro bambino e di fuggire all’estero, per poterne variare la cura?

      

  2. Avendo giudicato i legittimi tutori del minore colpevoli di rapimento, la Legge può ricredersi? So che tutte le sentenze possono essere "impugnate", come si dice, ovvero malmenate per ribaltarle, ma il problema è che, dal corso degli eventi, ciò sembra essere avvenuto ad opera non già degli avvocati della parte perdente, bensì della politica e dell’opinione pubblica; è uno svolgimento regolare secondo procedura (le procedure sono quei percorsi legati alle norme, che garantiscono la riproducibilità degli accadimenti in forma sempre equa, quindi sono la garanzia della giustizia)? E se l’impressione è corretta, non è forse il segno che la Legge non è uguale per tutti, ma è diversa a seconda della quantità di consenso sociale sul caso?

      

  3. Come mai una cura considerata inutile e troppo costosa in Inghilterra risulta possibile ed applicata in Spagna? Certo, ogni Paese ha le sue leggi, ma su questione di medicina ufficiale (dunque non la pratica dei fiori di Bach) la comunità scientifica che fa, non parla e, soprattutto, non decide unita? So che già con la storia delle "staminali" se ne sono viste tante, ma vivaddio: se il problema è "diminuire la sofferenza", dunque agire secondo deontologia medica, gli ospedali (che son parte della comunità scientifica) dovrebbero essere in accordo, no?

     

  4. E’ possibile che io non abbia capito un cacchio? Sicuramente è possibile, e poi ho dedicato davvero poco tempo alla notizia, ma questa è secondo me la parte più interessante, perché:  
    1. genera il dubbio che le notizie siano date in una forma tale da poter essere facilmente travisate; forse le cose sono andate diversamente e lo svolgersi dei fatti è perfettamente logico e consequenziale, ma l’impressione che ne rimane è un incastro caotico pieno di spazi incongrui perché la notizia è spettacolarizzata più che non dettagliata.
    2. se così fosse, dato che non si sente un urlìo di scandalo generale, sarebbe il segno che ci abituiamo ad ingerire notizie dense di fatti che dovrebbero allarmarci per la loro illogicità di legame, e non reagiamo ad esse. Un po’ come accade quando arriva uno a dirci che creerà – con un semplice atto di volontà – un miliardo di posti di lavoro nella sola città di Forlì (per esempio). Ed a parte Forlì, questo uno arriva periodicamente, nella realtà. Perciò, vuoi scommettere che stiamo solo sognando di essere svegli?

       

politica interna
17 agosto 2014
Come funziona l'economia

Non essendo un economista, io l'avevo capito subito che gli ottant'euro del rénzo non avrebbero fatto ripartire i consumi. Gli economisti sono quelle figure che fossero medici, inizierebbero la visita dicendoti ahiahiahi, scriverebbero sulla ricetta che il paziente è sano come un totano, quindi si mostrerebbero indignati di aver perso tempo a visitare un cadavere, saluterebbero dicendo "curi quel raffreddore al ginocchio" e finalmente uscirebbero dalle palle raccomandando: "sieda sui fornelli e poi medichi l'ustione". Il sotto-segretario Del Rio è appunto medico.
Gli ottanta euro. Ma dico.
Voi non avete i soldi per pagare i mille debiti accumulati; arriva Pippo e vi regala ottanta euro. Un po' pochi, ma grazie. Sì, ma che fai, non li spendi? - dice Pippo.
Allora: intanto, sono miei, no? - quei soldini qui. E allora, cosa farne, vedo io. Vedrò. Sicuramente non mi piglio un televisore. Magari ci pago un po' dell'affitto arretrato, tanto per dirne una.
Ah, ma non corri subito all'ipermercato a far ripartire i consumi? 
Guarda, Pippo, tu dammi un lavoro da cristiani e poi, quando in due-tre anni avrò regolato le spese, se sarò riuscito a mettere qualcosa da parte e me ne sarà venuta voglia, magari farò qualche spesuccia. Funziona così, sai, l'economia.
Ah, funziona così, l'economia?


moda
8 agosto 2014
Studiate, studiate, ne vedrete delle belle

"La Sapienza" è una università; con un nome adeguato, direi. "Sapére", viene dal latino "sapére" che vuol dire "sapére" ed ecco la dimostrazione che repetita juvant, infatti l'università si chiama così.

Io, che non sono un'università, avevo già dato del mio ad essa in un vecchio commento sulle lauree ad honorem, ovvero a caso, e poiché non vorrei distribuire troppo giovamento, non mi ripeterò. Piuttosto, sono purtroppo costretto a rilevare come al comandante Schettino (quello, quello) non abbiano dato una laurea ad honorem, ma un semplice attestato di presenza - "atto dovuto", secondo la professoranza - per la sua mirabile comparsa nell'ateneo (sentite l'evocazione àulica: "...a-te-nèo...", uh, l'arcadia, ed in essa ego!...) dove Egli ha tenuto, per i futuri dottori, una lectio mirabilis su... non mi ricordo; è importante?
Certo che lo è; metti che io m'iscrivo a Mail (sarebbe a "Lettere", ma su internet si dice "Mail"), che mi fregherà di ascoltare un naufrago? C'ho già Salgari, per divertirmi assai. Diversamente, se son del ramo scientifico o filosofico, potrei essere alluzzato della possibilità di analizzare gli argomenti tecnici dell'esposizione: "polimorfismi e mimesi della giustificazione", "fenomenologia dell'opportunità", "etica dell'ossimoro". 
Se sono un ingegnere in fieri, potrei bearmi delle seguenti: "costruzione del calcolo direzionale 'modo mentulae canis' ", "imprevedibilità della deformazione strutturale nell'urto tra corpi solidi", "dinamica del corpo galleggiante provvisto di falla". Interessante poi, per uno statistico: "il problema della ricorsività nel tracciato come fonte di errore casuale". 
Avevate mai avuto, quelli tra voi che l'università l'han frequentata, una lezione così ricca di informazioni multidisciplinari? No. Non ce l'avevate. Eppure non son stati solo elogi, per questa iniziativa, sapete?
E' stata invece molto criticata la presenza di Capitan Scialuppa alla Sapienza; il Rettore Magnifico, raggiunto in vacanza dalla notizia che quel marinaro famoso stava tenendo concione nelle aulee sue, è sorto come Nettuno dai flutti ed ha provocato tempesta. E perché, grazia di dio? Il Professore che aveva invitato il marinaro, infatti s'è difeso (a mio avviso, giustamente) dicendo che Galileo definiva i Professori universitari "fiaschi vòti, boni per pisciarvi drento", e lui invece nelle sue lezioni voleva un esperto.
Quoto il Professore. (Ho imparato a dire "quoto" recentemente, grazie all'amico Marcoz) ed il Comandante Schettino, a cui va il mio plauso per il coraggio con il quale si mostra in giro, per il bronzo con cui riveste ogni sua comparsa ed anche per la straordinaria perizia ambulatoria con la quale, in quest'occasione, ha raggiunto l'Università senza finire lungo in terra nemmeno una volta.

All'Università, infine, riconosco, pieno di stupore reverente, la Sapienza. Non so in che, ma sfortunatamente io sono ignorante.

politica interna
19 maggio 2014
Ah ecco.

Grillo fa paura, è peggio di Hitler, è un dittatore, mi fa paura, è un pazzo votato dai disperati.

Chi lo dice? Un condannato per truffa al proprio Paese, affidato ai servizi sociali per una improbabilissima "rieducazione" (si può "rieducare" un ottantenne con un mesetto di affidamento ai servizi sociali per due ore la settimana? - se sì, allora mi sbaglio; càpita) ed i cui collaboratori sono per buona parte sulla via di galera per reatucci d'associazione mafiosa nelle sue varie diramazioni di specialità: camorra, ndràngheta, mafia (quella più nobile), oltre ad un fascio di reatini amministrativi, corruttivi, concussivi ed, in ultima analisi, truffatori.

Conclusione: ma allora bisogna proprio votare Grillo.
SOCIETA'
2 marzo 2014
Un po' di questo, un po' di questo (ancora? - Eh.)

Agitescion
E adesso siamo cambiati: siamo giovani; poteva succedere quando eravamo giovani davvero, ma non guastiamoci la festa coi brutti pensieri. Si cambia tutto, si cambia pure il lessico; ad esempio, ora non si dice più il programma, ma il cronoprogramma. Anche io mi adeguo e per cominciare, stamattina al bar ho subito chiesto un tazzacaffè.

Senza accanimento
Sì, era uno spione capo del KGB (che lavoro, ragazzi, altro che il cococò), poi rimane un brutto figuro implicato in omicidi, poi è amico perfino di uno come berlusconi, poi invade la gente, è cattivo, è quello che vi pare.
Malgrado tutto però io, come lo vedo, mi si stringe il cuore; guardatelo in faccia: ha perennemente l'espressione di uno che abbia appena pianto. Non ho mai visto un'aria così triste. Che gli sarà successo, cosa gli avranno mai fatto?
E' insopportabile, la sua maschera di dolore, basta: io di cuore mi auguro che presto smetta di soffrire, quel poveraccio.

Attenti, sta crollando, presto: discutiamone!
Franceschini (uno di quelli che doveva governare fino all'anno tremila al posto di questa destra che eccetera eccetera) è appena diventato Ministro della Cultura (qua da noi è una specie di incarico punitivo: "guarda che ti mettiamo a fare il ministro della cultura eh!...") che Pompei se la ricrollicchia un pochettino.
Il Dario però non è uno che si perde in bubbole ed ha subito chiesto un "report", cioè un chiarimento, sulla vicenda.
- Dariobello: sei uno che si perde in bubbole; non serve il chiarimento, servono i soldi; ce li hai i soldi? Se ce li hai e riesci a non farteli fregare, chiama un'impresa, e in due giorni vedi che non si crolla più. 
Oh santa pazienza, 'sti ragazzi.

Mysterium iniquitatis
No, Gratteri no. Perché? Perché c'è una regola "non scritta ma insormontabile" in rispetto della quale un giudice non può fare il Ministro della Giustizia. Chi lo dice? E chi volete che lo dica: il Napolitano, lo dice.
- E Nitto Palma, allora?
- (alzata di spalle)
Napolitano, tanto per ricordare com'è che funziona, però è pagato allo scopo di far rispettare alcune regole scritte, non per inferire su altre "non scritte"; se non sono scritte, poi, dove le ha lette? Va bene che è anziano, ma non è ancora uno spirito-guida. Sarebbe bene che, finché c'è, facesse il suo mestiere (quello scritto) mentre quando non ci sarà più, potrà sfogarsi con tutte le fantasmagorìe che vorrà. Per ora non sia impaziente: lunga vita, caro signore.

Perché
L'amico che era venuto a trovarci è ripartito. Il nostro cane si è dispiaciuto: è andato a nasare il giaciglio, ha guardato in giro, poi ha guardato me con fare interrogativo. Quando un cane ti guarda così, senti sempre del disagio; "è andato a casa...!" - gli ho detto. Ma lui non stava chiedendo dov'è andato (il cane non è cretino e lo capisce da sé che l'amico è tornato a casa), lui stava chiedendo perché.
Ecco come mai il cane ti mette a disagio.


letteratura
14 febbraio 2014
Omaggi

Io non ho mai pregato, nelle difficoltà. Non mi sembrava utile; a chi ti rivolgi? Come sai che la richiesta arriva? Non hai la ricevuta di ritorno, e poi il destinatario è morto, anche se si tratta di Dio; Dio, come si sa, è morto.
Sono andato avanti così, semplicemente mugugnando tra me e me (dunque non da solo), di fronte alle magagne che nella vita càpitano strutturalmente; mugugnare non serve come non serve pregare, ma non serve nemmeno urlare di dolore quando ci si pesta un dito, però è inevitabile. Sono andato avanti così fino ad oggi.

Ma oggi ho pregato; di fronte al fatto critico che il lavoro si è dimezzato, che i miei migliori clienti sono falliti ed i pochi rimasti non pagano le commesse, anche io ho pregato. E ho pregato Freak Antoni.
Prima era vivo e, da vivo, come tutti noi, non se lo filava quasi nessuno, ma ora è morto e finalmente può rendersi utile; dunque lo prego: Freak, Frìc (per gli amici): fài sì che quegli stronzi mi paghino almeno le fatture dell'anno scorso, fa' ppermé uno dei tuoi miracoli, che poi sarebbe il primo e pensa che forte, fare il primo miracolo, e per l'economia della nazzione, o almeno per la mia. Non m'interessa che piàgni da una delle tue fotografie, Frìc, e nemmeno che compari da qualche parte ad uno scolaro dicendogli cose che nessuno capisce: mi interessa che quegli stronzi degenerati pezzenti mi paghino le commesse, Fric; siamo seri, per cortesia.
So che mi ascolti e mi prevedi e mi cosi, o Frìc, e anch'io ti coso e ti soggiungo e ti logaritmo e ti ti, ma ora veniamo al pratico, Frìc: le fatture.

Con molta fede, passione, volontà, speranza, abnegazione, timore (perché? - vabbè, mettiamocelo) e libertà di emicrania, àbbiti cura di noi, in sempre per sempre e con sempre.

Ciao

SOCIETA'
8 gennaio 2014
E costa solo un Euro e trenta

Patromammonimici

Dunque c’è un’altra ragione per essere bacchettati dall’Europa: nella nostra carta d’identità noi non teniamo conto del nome della mamma; ‘st’Europa, veh, cosa ti va a trovare pur di rimproverarci un po'.
Perché l’Europa, lei sì, considera paritari i diritti e dunque, lì in Europa, se Hans Müller sposa Louise Dupont, il loro figlio si chiamerà Kurt (mettiamo) Müller-Dupont, perché il nome della mamma deve essere citato al pari di quello del padre.
Così, un bel giorno, il giovane Kurt incontrerà la bella Angela Rossi-Smith, anche lei incoronata di entrambi i nomi dei genitori, ed insieme avranno un ottimo bambino che chiameranno Efrem (per esempio) Müller-Dupont-Rossi-Smith. Questi, una volta abbastanza maturo, conoscerà la dolce Martine Lyson-Willer-Von Wederer-Kaulakis ed essi convoleranno a nozze, allietate l’anno successivo dalla nascita di una bellissima bambina che i genitori felici vorranno chiamare, in modo beneaugurante, Fortune Müller-Dupont-Rossi-Smith-Lyson-Willer-Von Wederer-Kaulakis. Manco a dirlo, proprio in quei giorni in un villaggio dell’Assia emetterà il primo dei suoi molti sospiri il piccolo e multicolore Rinald Schwiren-Bolt-Lobster-Sahad-Popov-Ramayullah-Barijuk-Caputo, che un giorno impalmerà Fortune Müller-Dupont-Rossi-Smith-Lyson-Willer-Von Wederer-Kaulakis .
Ma, per fortuna di chi non è ancora nato, quel giorno è lontano tanto che si potrebbe pure ripensarci.

(in realtà la Corte Europea vuole rendere possibile assegnare al nuovo nato il solo nome della madre, ma a me piaceva farlo strano, così)


Far girare i soldi

Gli insegnanti hanno percepito scatti di stipendio indebitamente. Come “indebitamente”? Hanno truffato il Ministero dell’Istruzione? Se li sono fregati nottetempo? Hanno retrodatato con la biro il proprio diploma di laurea? Si son finti vecchi? – no: quegli aumenti glieli aveva destinati il Governo, questo qua. Però poi l’altra mattina, facendosi la barba, si è detto, il Governo: “ma che cacchio, dei soldi a quelli là? Ma chi ha fatto ‘sta scemenza? Ora ci ripenso io” – e ci ha ripensato.
Così adesso che sono invecchiati davvero, gli insegnanti quei soldi li devono restituire. 150 Euri al mese, lemme lemme. Certo, c’è sempre il caso che il Governo, mentre è dal barbiere, improvvisamente dica: “ma che cacchio, restituiscono i soldi che gli abbiamo dato prima? Ma perché, chi ha pensato ‘sta scemenza? Ora ci riripenso io”.
E passa qua, e passa là 'sti soldi, a un certo punto arriva uno in motorino e…


Problemi dell’infanta

In Ispagna c’è una povera bimba nei guai con la iustìzia; si chiama Infanta e l’accusano di essersi profittata della carta di credito del papà, un tizio che – poveretto – fa il re dalla mattina alla sera, da anni. L’Infanta si era comperata delle cosine, pensando che i soldini lì fossero i suoi, ma poverina: infantile com’è, non si era resa conto che il credito di papà si basava sulle forme, più che sulle sostanze. E ora son tutti arrabbiati con lei e col papà, e parlano pure di scoronarli e magari di fargli fare anche una bella corsa a Pamplona.
Che dire: ragioni piccine a parte, meglio tardi che mai.


I nemici della Brianza

I brianzoli sono arrabbiatissimi.
Coi leghisti che li hanno governati per anni, parlando di onestà del Nord, insieme a colui che loro stessi chiamavano “il mafioso di Arcore”? Con berlusconi, che c’ha l’accento locale ma è così pappa e ciccia coi siciliani, quelli, da ricordare forzatamente – ad un leghista – la scenetta di Aldo Giovanni Giacomo e la prova della cadrega? Con chi seguita metronomicamente a smerdare il Lambro? Con chi se ne fotte del “più grande parco cittadino d’Europa” e ci ha messo dentro addirittura una pista di macchinine (per il popolaccio) ed un campo da golf immenso (per il popoletto)? – nonnò, col regista Virzì.
Chi?
Il regista Virzì, Paolo Virzì, il regista cinematografico.
Che ha fatto, questo regista?
Ha fatto un film che voleva ambientare nel Connecticut, ma poi si è detto: perché andare fino nel Connecticut quando c’è tante schifezze pure qua? – e lo ha ambientato in Brianza. E la Brianza si è offesa, gli ha detto: “hai preso soldi dal Ministero, per fare il film; se ci offendi, restituiscili perché sono anche nostri!” – E qui si capisce che Virzì ha ragione a prescindere. Perché la Brianza ragiona a culo, e chi ragiona a culo ha sempre, sempre torto.
Infatti, quando uno paga le tasse (trattandosi di Brianza, forse è più giusto dire “se”) non ha più la proprietà di quel denaro; non sono più soldi “suoi”, anzi: non lo sono mai stati. Sono i soldi delle tasse. Ed i finanziamenti non sono decisi da chi quel contributo è obbligato a darlo, bensì da quei rappresentanti politici che proprio la Brianza ha scelto da decenni. Io invece, che non li ho mai scelti, nel mio piccolo mi potrei incazzare, però non lo faccio perché sarò anche brianzolo, ma capisco che quando non è prevista una regola di censura preventiva (ti do i soldi solo se non offendi la Brianza), non ci si può incazzare a posteriori (mi hai fatto gol e allora porto via il pallone) e perché altro è un'offesa ed altro è un parere. A Virzì la Brianza ricorda il Connecticut? Bene: sarà problema del Connecticut, che c’entro io, che sono una persona per bene.
No?


No ai buffoni

Il comico francese Dieudonné è un uomo di pelle scura che ce l’ha con gli ebrei ed i suoi spettacoli sono accusati di negazionismo. Ora, in Francia, Hollande vuole fermare gli spettacoli di questo Dieudonné, con la ragione che “turbano l’ordine pubblico”. Esagerato. Si sapeva che il negazionismo è roba da buffoni.


La roulette, russa

L’IMU, c’era l’IMU, poi la STASI, la ZINZA, la BUBBA, la SGRUNZA; ora è tornata l’IMU. Però piccola. La miniIMU, e si paga.
Si paga?
Si paga.
Sicuri?
Sì.
Davvero, stavolta?
Sissì.
E paghiamola, che ce la leviamo di torno.


Una volta c’era la passione

E ora, la notizia che conta poco: rènzi e berlusconi si incontreranno. Ma il segretariuccio del piddì ha preventivamente berciato a tutta pagina: “niente diktat! Il Governo va avanti fino al 2015!”
Hai visto com’è cambiato, il ragazzo, da quando, per incontrare berlusconi, lo faceva di nascosto, quatto quatto.



politica interna
24 settembre 2013
Gioiosamente perso



Occhetto, Achille Occhetto! – chi era costui?

I giovani non possono saperlo perché i corsi scolastici di Storia si fermano prudentemente alle Guerre D’Indipendenza allo scopo di non urtare suscettibilità belluine, ed i vecchi, i vecchi dimenticano sempre più facilmente man mano che gli anni avanzano.

Ma lui ci fu.

Come Rimbaud, fu una meteora; anzi, lo fu come l’asteroide di Tunguska: una strisciata, un botto, un po’ di vetri rotti, e si pensa ad altro.

Pergiove, no, non passiamo subito oltre (anche se parlare dell’asteroide di Tunguska stuzzica di più, confessiamolo), perché Achille Occhetto – o giovani che non ci foste e vecchi che ci steste, a quel gioco di changez la masque - realizzò il sogno di ogni epoca, di ogni società e di ogni religione:

cancellare il Comunismo; azzerarne l’dea, la storia, la pratica, il valore, l’onore, financo il sentore.

Nessuno prima di lui vi era riuscito e, sebbene ognuno avesse tentato quell’impresissima, non Papi taumaturghi né onnipotenti tiranni sanguinari avevano avuto agio di circonfondersi di una gloria così; sotto le bombe e le minacce infatti, sferzato a sangue suo e d’acque benedette, il Comunismo cresceva e si nutriva dell’odio vomitoso ad esso rivolto, riempiendo sempre più cuori, e dilagava come un’onda di marea.

Poi venne Occhetto.

Un uomo mite e colto, garbato, dal sembiante innocuo di travet. Egli sortì dal seno più prosperoso di quella dottrina: era un comunista da Grundrisse, un uomo d’apparato, vecchia scuola delle botteghe scure; animi carbonari l’avevano allevato, figli di guerre dei monti, densi d’ideali, vibranti di Rivoluzione.

Germe e poi pianta di così lunghe radici, Occhetto traspariva, a tratti, dietro le spalle dei suoi maggiori: l’ultimo Comunista-faro Berlinguer e l’ultimo dei Mohicani, quel Natta professore che pareva un’invenzione di Marenco e nascondeva però, dietro la figura da esile bibliotecario, un pugno sinistro levato al cielo come una torre merlata.

Morirono entrambi, quegli ultimi, il primo gloriosamente, come gli era naturale e dovuto, in mezzo alla sua folla fedele trascinata, il secondo da buon uomo comune, in un capezzale di famiglia. Occhetto restò solo in quella luce.

Che fare? – certo si chiedette. Il Mondo attorno a lui tramava (ma il Mondo trama da che è nato) e presto, a balzelloni, i cibatori di carogne s’appressarono ai morti di quegli anni. Occhetto non aveva cuore combattente, era un lettor di testi ed un esecutore di direttive; guardò quegli animali arcigni con smarrimento.

Arrendersi, ma non si può, non quando si ha una tale storia di battaglie ed un blasone tanto glorioso; arrendersi così, non si può. Gli animali d’immondizia oscillavano sempre più vicini. Occhetto cercò di berciare con voce tonante, per spaventarli, e avrebbe potuto funzionare, ma lui non aveva voce di basso profondo ed il suo tono mezzosoprano scoraggiava per primo egli stesso. I brutti e sporchi e sgraziati erano tanto prossimi che Occhetto – abituato alla grandezza di una nobile casata – si nauseò. Il Comunismo lo guardava aspettando l’ordine del Capo, perché il Comunismo è così: come una legione Romana, capace di pugnare o morire, ma solo all’ordine del Capo. Il Capo era Occhetto.

Il divertente e commovente personaggio di Brancaleone Da Norcia era pronto alla lotta, ma non aveva un esercito, ed ognuno di noi può essere Brancaleone se non vede un esercito accanto a sé, pure quando l’esercito c’è. Perché il Capo deve saper vedere, prima di tutto. Gli animali protendevano ormai i loro grugni fetenti, ed Occhetto, voltandosi per il disgusto, abdicò, abdicò tutto quanto.

Il suo animo troppo sensibile credette di salvare da uno strazio di avvoltoi il Comunismo, negandone l’esistenza. Così fanno i bimbi prima dell’età della ragione, nascondendo il volto tra le mani e dicendo “non ci sono più”. Gli avvoltoi beccarono, ma – come diceva Totò – io non sono Pasquale. O almeno non più.

Gli avvoltoi beccarono i comunisti, che però non c’erano più; Occhetto pensò così che gli avvoltoi beccassero a vuoto; in tutte le sue letture mancava quella profonda, filosofica, psicologica, pedagogica storiella raccontata da Totò e così non seppe che fare e, semplicemente, fece.

La montagna sgretolò in sabbia e poche pietre. Passò il tempo e, con esso, Occhetto, l’ultimo Capo del Comunismo, non l’ultimo comunista. Gli enormi territori vuoti del Comunismo furono traversati da selvaggi barbari, razziatori affamati, frenetici nel loro bisogno e nella loro eccitazione alla vista di una tale ricchezza incolta. E i territori, dopo essere divenuti preda, persero la propria identità; il sangue si mischiò, tutto divenne meticcio, niente fu più definito. Dell’antica grandezza, restava solo il nome, proprio quel nome negato, mitico al punto da essere ancora spaventevole per i selvaggi che un tempo vi erano soggetti.

Occhetto si perde’ negli anni della cronaca, dopo la sua meteora nella Storia; svanì.

Ma non morì. Eccolo qui.

Scrive un libro: “La gioiosa macchina da guerra” nel quale racconta, da reduce e non da Capo, come L’Ultimo Imperatore della Cina, quella che qualcuno chiama una svolta, altri una resa per suicidio. Furio Colombo (che comunista fu mai e forse queste cose non le avverte) lo loda come d’uno che capì quel che s’aveva da fare di fronte al crollo del Muro di Berlino (muro che però – come dice il nome – stava a Berlino) e aridanghete ed eccetera. Ma Occhetto, nel suo libro, critica poi l’atteggiamento della “sinistra”, verso lui ed il Paese, e sembra a me un incosciente, come di quelli che parlano da soli per la strada, ma, se li interroghi, dicono di star parlando con qualcuno.

Una rovina epocale. Eppure io però non riesco a condannarlo; mi sento indulgente perché, guardando Occhetto, sento che gli sono affezionato per la sua onesta, sebbene assurda, convinzione. Sappiamo come gli affetti impediscano la terzietà. Così penso per Occhetto alla giustezza di una vecchia definizione che ammantava di nobiltà immeritata dei veri (al contrario di lui) scardinati: “compagni che sbagliano”.


moda
18 settembre 2013
Essere orgoglioni

 

Ma che bravi bisogna essere per rigirare dritta una barca reclinata su un basso fondale?

Dice: “ma quella barca, intanto è una nave; poi pesa un miliardo di tonnellate, poi è piena di merda tossicissima e se si rompe scoppia un casino folle, poi non è mai stato fatto prima e se lo fanno adesso qua c’è lo spirito del pioniere e di queste cose si vive; come diceva Sìsifo, anche fare una fatica della madonna con poco risultato, basta a riempire il cuore di un uomo”. ‘Sto Sìsifo, però, che tipo.

Ecco che Sìsifo arriva al telegiornale e fa: “questo successo è un orgoglio tutt’italiano”.

“Tutto?”

“Tutto”. Il Sisifo del telegiornale sembrava Banderas coi biscotti.

E aveva ragione altroché: cinquecento maestranze di venti Paesi soli, al comando di un sudafricano, spingi di qui tira di là, hanno rigirato su la barca scuffiata. Una roba di pesi messi dove bisogna mettere i pesi e di gonfiaggio galleggianti quando serviva di far galleggiare. Cose che si imparano, se non mi sbaglio, da piccoli.

Lo so, lo so che sembro dar prova di leggerezza sciocca ed un po’ ignorante, ma opìno, avanzo un piccolo dubbio, obbietto: non sarà mica che tutta questa fantastica rigirata sia come la montagna russa del Luna Park, apparentemente fantastica (e dunque super-emozionante) epperò calcolata in ogni centimetro, tanto che tutto sia sotto il massimo controllo e fuori d’ogni rischio? Ci emozioneremmo se conoscessimo il trucco del prestigiatore? Certamente no: il trucco deve rimanere un segreto e tutto deve parer vera magìa, altrimenti lo spettacolo perde ogni attrattiva.

Ed ogni orgoglio.

Anni fa, ci fu una manifestazioncella nella quale, spendendo qualche soldo pubblico, fu organizzata una “gara” di corsa tra una Ferrari da Formula Uno e quell’aereoplano coi baffi (l’italianissimo "Eurofighter Typhoon") che passava per la nostra più alta e avanzata conquista tecnologica dei cieli di guerra. Come si può svolgere una gara tra un’automobile ed un aereoplano? Uno vola e l’altra corre, come fanno a gareggiare?

Agli albori dell’aviazione queste imprese le facevano, e si può capire perché: spinti entrambi da motori a pistoni di potenza paragonabile, i due mezzi pionieristici ancora sotto diffida sociale comprovavano le rispettive idoneità, confrontandosi. L’aereo di legno e tela, spetazzante fumo ed olio, volava raso accanto al bidone con le ruotone che sussultava sullo sterrato ed i coraggiosi rispettivi conducenti si somigliavano pure: entrambi racchiusi in cappottoni col bavero, incappellati di cuffia di cuoio e con gli occhialoni come maschere da sub. L’aereo, di poco più giovane dell’auto, sperava di apparire più veloce per guadagnarsi, con questa incongrua ma efficace dimostrazione, l’ammirazione del popolo, e con essa le sovvenzioni economiche per lo sviluppo e la vita.

Questo cent’anni fa. Ma adesso? Un jet bisonico ed ipercomputerizzato si misura con un’auto che – linea a parte – è spinta da un motore concettualmente simile a quello del bidone precedente; a che scopo?

A che scopo: ma per l’orgoglio, no?

Quella “gara” infatti andò così: la Ferrari e l’aereo baffuto stavano fianco a fianco sulla pista. Pronti, via, la macchinina sbriscia le ruote sull’asfalto e l’uccellone sfiamma dal culo. Chi vincerà?

- Ma chi vincerà cosa? Quello se ne vola via sopra le nuvole a duemila chilometri all’ora, no? Che fai, gli corri dietro?

- Sì, ma prima di volare, eh, deve rullare, e magari rullo più veloce io.

- E capirai che minchiata; il rullaggio non è nulla, per un aereo; è la tenuta in volo che conta. Eppoi, anche nel rullaggio, la macchina fa presa sull'asfalto con le ruote mentre l'aereo è spinto dal getto dei gas; questo vuol dire che lo stato della superficie sulla quale scorrono i due mezzi è fondamentale solo per l'automobile; Il paragone così non si può fare, non lo capisci?

- Sei tu che non capisci: ce ne fotte assai del paragone; per noi è importante l’orgoglione, cioè l’orgoglio di colui che non si chiede nulla d’ingegneristico e che si sente gonfiare il cuore non quando Gino Strada apre un altro ospedale su un campo di battaglia, ma quando Berebebè fa gol.

-  Alla Juve?

- Sì.

- Allora capisco.

Vinse l’aereo, per la cronaca, bella forza. I Ferraristi dissero che però la pista era bagnata; i piloti dissero e allora andate a bombardare l’Irak in Ferrari; i giornalisti dissero ma che figata, perché altro, in questi casi, non sanno dire; e il politici, che dissero? Arrivò un Sisifuzzo in effetti, serio e accigliato come dovesse rimproverar qualcuno, e disse: “questo è il giorno dell’orgoglio italiano” – o qualcosa del genere. Ci prendeva comunque, secondo lui, perché, chiunque avesse vinto, erano italiani e la macchina e l’aereo. Sisifuzzo sentenziò a mento in su e se ne andò. A nascondersi? Chissà.

Quei giorni dicevan tutti che dovevamo essere orgoglioni, perché una macchina sbracata in terra aveva fatto un par di cento metri su una pista d’aviazione, insieme ad un caccia intercettore che ci passavano come ultimo grido dello spazio (per la verità aveva la medesima linea del Saab Viggen, un caccia-bombardiere svedese degli anni ’60, ma si sa che l’orgoglione non s'informa) e che se n’è subito volato fuor dalle palle mentre la macchinetta appena partita, perso il contendente, frenava felice. Roba che se a quel jet correvo dietro io a piedi, arrivavo certo dopo, ma arrivavo lo stesso. Capirai che prova tecnica.

E insomma dunque: macchine, aerei e, naturalmente, navi. Oggi siamo orgoglioni? Orgogliosi? Non l’ho capito. Ma, ricordando quel successo ancora italiano del naufragio (un naufragio fatto proprio con tutti i crismi: cozzo, incasinamento, abbandono della nave da parte del Capitano, si salvi chi può, morte e distruzione, figura di merda e quindi affannosa ricerca di un eroe qualsiasi, scurdàmmoce ‘o passato) ricordando questo, dunque, mi viene in mente la vignetta che Altan fece in occasione degli ammanchi di capitali leghisti a cui seguirono le reattive dichiarazioni di “orgoglio” di quel Partitino. Altan figurò un bimbo che diceva al padre: “ho fatto la cacca sul tappeto” - risposta del padre, con una ramazza in mano: “e io pulisco con orgoglio!”.

Ma anche il genio di Altan può nulla contro gli osanna fuor di Pasqua, perché l’orgoglione non guarda nemmeno le vignette.

 

moda
28 agosto 2013
Pubblicità

- Driiinn… drrriiinn…

- …Pronto?

- Hola, banditor!

- …Pronto? Come ha detto?… Chi parla?

- Ay, soy Fransìsco, por la pelota basca! Como vas?

- Abbia pazienza, non capisco nulla, ma deve aver sbagliato numero, numero incorrecto!…

- Ma no, mamasìta d’un signùr! Tu es el banditòr, nespà?

- "Nespà" ?!

- Va bien, eres una licènzia poètica ; alora, amigo, tu es felìz de sentérme?

- “…De sentérme…” ma non capisco cosa dice!

- Por todos los cherubinos: tu es màs duro que un toro miura! Yò soy Fransìsco! Estò aquì a telefunar a todos y soy arivado alla lètera “bì”, bì como banditòr! Tu es el banditòr, nespà?

- E ridàgli con l’"espà": sì vabbè, uso questo nomignolo cretino per internet e…

- “Nomignolo”?

- Nickname.

- Ah, bien: parlamos modierno, sangre y arena! Anco mi soy modierno y hay el “nomignolo”: me llamo Fransìsco; ah! Ah! Ah!

- Ah.

- Bùfo, eh?

- Yes.

- Que estas faciendo?

- Sto lavorando. Anzi, se non le dispiace…

- No me dispiace, anzi, soy felìz! Yò soy sempre felìz, wow, caramba!

- Bueno per lei. Allora capirà che ho da fare e…

- Te benedico!

- Eh?

- Zin, zun, zan: tu es benedìcto, alé; contiento?

- Senta, guardi: la sento disturbato, c’è un audio pessimo e non capisco cosa va dicendo, poi sono troppo occupato; la saluto.

- Ma soy Fransìsco!

- La saluto, Fransìsco – (click)

- (un Collega) – Ma chi era?

- (io) – Ma che ne so, chi c’ha capito niente, ma certo si trattava di pubblicità.

- (suona il telefono del collega; il Collega): – Pronto?

- Hola! Hablo con Brambìla?


politica estera
22 agosto 2013
In onore di Gambadilegno

Bradley Manning è il soldato, analista informatico in servizio in Iraq, che ha passato un numero incredibile (si dice, addirittura, 700.000) di documenti riservatissimi a Wikileaks, l'organizzazione di Assange che li ha resi di pubblica consultazione. Manco a dirlo, i documenti trattavano di delitti governativi. Per questo gesto, considerato dal Governo USA, tradimento, il soldato Manning si è beccato 35 anni di condanna alla galera, scampando i sessanta richiesti dall'Accusa e schivando pure la sempre presente, bella pena di morte, che è un classico della democrazia americana, come le cure ospedaliere a pagamento.

Ecco qua. Sì, ebbene, forse io sono un po' tardo, ma in questa storia non mi tornano le seguenti:

1) - Escludendo che la CIA, o comunque coloro che sono deputati alla protezione dei documenti riservatissimi, siano persone incapaci pure di riconoscersi allo specchio, come fa un soldatino di vent'anni, col suo computerino del menga, ad avere accesso ai documenti riservatissimi

2) - Se uno sbarbo di recluta, un najone appena messo lì a far la burba si piglia tutti i documenti riservatissimi che gli gira e se li porta dove gli pare, cosa può fare un Capitano dopo vent'anni che maneggia quello straordinario computerino del menga lì? Potremmo domandare a lui, se Dio esiste?

3) - E' evidente che i documenti riservatissimi non si trovano nella cartella "documenti riservatissimi" in bella vista sul desktop (sennò la prima parte del punto 1 è confutata inappellabilmente) e staranno magari invece nella cartella "discorsi presidenziali ultimi trecento anni" - che sarà difficile venga aperta mai; ma allora:

Ma allora, dico io, ma sacramento: possibile mai che uno come me, uomo ormai maturo, che legge e s'informa, che lavora nel "triangolo industriale" (a dir la verità, è così scaleno da farti venir tristezza) insomma io qua presente, che mi pare talvolta pure di esser furbo (accade, per esempio, quando capisco da solo dove ho messo i calzini) io che non sono un ragazzino, per giunta militare e che giochicchia col computer, ebbene: io non sia mai riuscito a scoprire manco uno, e dico uno, documento anche solo un pochetto riservato? No, dico: ma son cose che ti fanno sentire una cippa; e che, adesso il primo sbarbo che arriva - mettiamo - qua in ufficio mi dimostra, en passant, che con questo lavoro qui che faccio io in una settimana si fan miliardi? Ahò, e allora io che sono, cacca?

No. Ecco che si affaccia una limpida spiegazione del fenomeno; una spiegazione logica, quella che a me appare come l'unica possibile:

Bradley Manning è un genio. Non un genio così, proprio un genio spaziale, più figo di Alan Turing (che ci mise buon tempo a decifrare la macchina Enigma, e lo fece assieme ad altri), più diabolico di Tritemio (il quale faceva solo delle multiple inversioni, capirai), più fantasioso di Bartezzaghi.
Lui è Lex Luthor, è Fantomas, è Lucifero, è... è... il Veglio della Montagna, è... Goldfinger, è... è Gambadilegno!
Solo Gambadilegno poteva essere così straordinariamente abile da penetrare, come un bisturi le panze, i Sistemi di Sicurezza granitici e atomici della somma CIA, del Governo Americano (sono sugli attenti); perché io credo nella CIA, nel Governo Americano.

In everything we trust.


SOCIETA'
10 agosto 2013
La migliore risposta

La migliore risposta al problema dei ministri neri in Italia l'ha data un americano:


Come si vede dal lungo titolo, una bambina malata di leucemia muore perché il donatore è schifato dall'idea di trapiantare il suo prezioso e nobile midollo in un corpo di rango inferiore come quello di quella bimba lì.
La bimba è negra? No, è bionda, di Vicenza, tanto carina e con un viso che potrebbe essere di Vicenza, ma - chi ha viaggiato almeno un poco, lo sa - anche di Catania, di Oslo, di Atene, di Pamplona, di Eindhoven, di Brno, o di Detroit, per dirne solo alcuni.
Il donatore di midollo chissà se lo sa com'è fatta questa bambina, che si chiama Giada; chissà se ha un piccolo regolo per le misure craniometriche sulle fotografie, o se invece gli basta sapere che non sei americano. Lui lo è, americano, così gli han detto e ci crede. 
E allora pare si sia basato su quel convincimento per dire, all'ultimo minuto, che non se ne faceva niente perché la condannata (si chiama così, ora: "la condannata") era mica americana, bensì - disgusto - italiana, nientemeno. Una italiana non americana può morire senza che il donatore di midollo salvifico perda il sonno perché quella è italiana, non americana, capito? Ripeto: perché è' italiana, non americana.
Da che si comprende come non siano indispensabili evidenti segni esteriori, per escludere qualcuno dalla razza umana; ammesso che il donatore sia biondo, la Giada era bionda. Era, perché è morta. Era bionda e di pelle molto chiara, coi capelli lisci lisci ed aveva il nasino all'insù; nessuno poteva darle una origine etnica precisa: "razza caucasica" dicono i documenti ospedalieri (dateci un occhio, lo dicono anche i vostri; leggendo i suoi, mio padre si umbufalì e fece una protesta gigante: "...ma cos'è questa roba? razza caucasica?! ma che sono, un cane?" - e l'ufficio della Direzione sanitaria: "ma Signore, sono le regole, è una determinazione utile per la diagnosi..." - e mio padre, incazzato come Cristo nel Tempio: "e allora almeno si scrive etnìa! Altrimenti si arriva pure a dire 'ebreo' e, nel caso uno sia un po' sporco, 'sporco ebreo', no? Lo vede che le parole sono importanti?" - povero papà, non ce l'ha fatta: è uscito dall'ospedale, sempre di razza caucasica).
Insomma, o leghisti di razza caucasica: tante storie per una ministra nera e poi, fosse pure bionda, è comunque italiana: cioè di razza inferiore, ancorché caucasica. Buone letture di genetica, studiate e fate tanti progressi.

SOCIETA'
2 luglio 2013
A domanda rispondo io


Oggi ho sentito al telegiornale un domanda esilarante: si parlava di Edward Snowden, il giovane impiegato informatico della CIA che ha inguaiato gli USA rivelando l'attività di controllo del Governo americano sui privati cittadini.

Con bellissimo candore, il giornalista leggeva la domanda che il candidissimo Mondo ora si sta facendo: "ma com'è possibile che un semplice tecnico, senza manco il diploma di scuola superiore, abbia messo nel sacco la CIA?" 

Ora, io sono certo di non essere l'unico a conoscere benissimo la risposta e dunque, per evitare la retorica, non risponderò; dirò solo che, usualmente, la maggioranza di noi considera il Ministro una figura rispettabile non perché sia un uomo rispettabile, ma perché è Ministro; considera un uomo fino a poco prima corredato di ogni umana limitatezza divenire (magicamente?) infallibile perché nominato Papa; ritiene l'amico Gino, appena ordinato parroco, avere da quel momento poteri padreternici tali da transuntanziare (anche se non dislessico) gli alimenti. In questa condizione è molto se non vediamo volare gli asini e, sebbene adoriamo gli acronimi anche ignorandone la derivazione, quando poi la veniamo a conoscere dovremmo sapere che "intelligence" è solo una parola.

Ma l'applicazione, è una parola. 

 

SOCIETA'
21 giugno 2013
Prima un gran respiro

           

Occhio, compagni: questa è roba forte; pensateci bene e poi, se decidete di assistere al filmato, un bel respiro e nervi a posto. Le cose gravi nella vita sono molte, e siamo adulti; noi non piangiamo, non gridiamo, ne abbiamo viste tante.

Questa, però, non l'avevo vista. E nemmeno avrei voluto vederla, ma c'è, e allora va conosciuta; tutto, in fondo, deve essere conosciuto. Anche... ebbene, sì: anche questa. Forza, allora. Un saluto concorde.

 

http://www.youtube.com/watch?v=vwPaED0bZ60

 

 

 

DIARI
17 maggio 2013
Bella consolazione

La crisi, la crisi. Comincia molto presto: appena capisci che dei tuoi sogni di bambino, nemmeno uno si è realizzato.
Per fortuna puoi sempre pensare che è vero: c'è chi l'astronauta poi lo ha fatto sul serio, ma il cow boy, quello, non ci è riuscito nessuno.
Già mi sento meglio.
politica interna
12 marzo 2013
'N'artra poesìa (ormai c'ho preso gusto)


Chissà come m'è venuta, ci si chiederà; ebbene: noi "poeti", sapete, siamo ispirati dalle muse; che cacchio sono le muse? Probabilmente gli spiriti che tentano di lenire l'incazzatura. Ma non ci riescono.

 

Il ladro che non vede via d'uscita

e sente dappresso il fiato degli agenti

piagne da vittima, oppure parimenti

frigna che lui è malato e la sua vita

 

sta per finir tra orrendi patimenti;

"vedete" - egli strilla - "il mal mi trita,

ma i miei nemici m'odiano lo stesso

perché son bello e ricco, e pure adesso

 

che son così cagionevole e che piango,

mi schizzano di merda, ingiurie e fango.

Sono cattivi, loro, e anche i dottori

che dicono che invece sto benone:

 

vi par che mentirei, a voi, eh, lettori?

Credete che un cavaliere, io, un leone,

avrebbe così poca dignità

da rintanarsi, come un sorcio, qua?

 

Se io qua sto, ci sto perché malato

e se qualcuno dice che è bugìa

quella è la prova di quanto è brutto, spia,

porco, bugiardo, stronzo e scornacchiato!

 

Io mai ho mentito, e manco ho mai delitto,

perché rispetto la legge, Dio e le donne,

se ora sto inguattato tra le fronne

è solo per guarire, poi ben dritto

 

arrivo, e sbaraglio la canaglia

che abbaia tanto invano, e che si sbaglia".

 

Così parla il ladro, nascosto nel suo buco

e tanto è triste, con tal misere gesta

che quasi ci compassiona, fosse bruco

che invece di schiacciarlo, lo si pesta.

 

 

SOCIETA'
21 settembre 2012
Grossa Grisi
 

Dice: "c'è la crisi". Dice: "me n'ero accorto".
L'altra sera, a messa, ho pure chiesto aiuto al signore, ma quello mi fa: "guardi che io a lei non la conosco" - avevo chiesto ad un signore che non c'entrava. E che ne so io qual'è il signore giusto.

Vado su internet a vedere se c'è la crisi anche lì e non faccio in tempo a connettermi che subito mi salta in faccia la notizia; si vede una donna che piange e il titolo: "vivo con duecento euro al mese, non ho la luce, devo usare le candele" - dico: ragazzi, ero depresso prima, ma adesso, solo avessi i soldi per una scala, mi impiccherei. Fortuna che gli affari vanno male.

Vanno male, e l'altro giorno mi chiama la banca; io faccio subito la voce da segreteria telefonica: "...il signorinternetnoncè... si pregadi lasciare un messagge dopilbìp..." - e la banca:

- ...Internet, è vecchia... non si preoccupi ci serve solo una firma - e io, allora:

- Per l'espianto del rene? - e la banca:

- Ma no, per il suo cacchio di finanziamento...

- No! Arrivo! Non se ne vada, arrivo! Son già lì!

Quando entro in banca, la voce registrata che ti avvisa di depositare gli oggetti metallici mi fa:

- Ah, sei tu; entra, entra, che tu oggetti metallici non ne vedi da anni...

Mi siedo davanti all'azzimato (io che come mi muovo faccio polvere) e quello scruta la mia situazione finanziaria sul terminale

- Però! - mi fa, e io mi preparo a fuggire dalla finestra

- Però... - sorride - eh, fossero tutti come lei...

- Prego?... - dico confusamente, seduto di sbieco pronto allo scatto

- No, dicevo - fa il lindo e pinto - niente male, lei è un cliente affidabile, eh, fossero tutti come lei...

Io lo guardo di sottecchi, subodorando puzza. "O è drogato" - penso - "o pazzo, oppure è un tranello; gli dò corda; vediamo che fa"

- Eh, beh, certo - rispondo come Il Conte di Alan Ford - abbiamo arrogance un planning di brainstorming molto capital gain - (son cose che le leggo dal barbiere, so un'ostia cosa voglion dire, io)

- Bene, Signor Internet; il finanziamento è approvato, ecco qua: è stato un piacere, arrivederci - mi dà pure la mano, la mano sua tutta profumata; gli porgo la mia, magra e vizza, che sa di cassonetto.
Esco che me ne esco di banca e mi chiedo. Ma non so rispondermi. Mi chiedo: ma com'è che anni fa, quando avevo quasi dieci euro in attivo sul conto, nessuno mi ha mai fatto i complimenti e adesso che sono in rosso di una fortuna mi danno il finanziamento e pure la mana?

Cammino che annuvola, avevo un ombrello fatto coi sacchetti della spazzatura, ma mi si è rotto. I passanti mi vedono e si scansano, uno dice: "föra da litàlia, i albanés!..." - ma io non ci bado perché quell'interrogativo mi séguita a rimbalzare in testa: un cliente affidabile io? Ma se non possiamo investire manco i gatti per strada, non ci paga più nessuno, è fallito metà dell'archivio clienti!...

Poi ragiono e capisco: ma permarchionne, certo che è così! Metti la FIAT, la più grande impresa nazionale; non cianno una lira (non un euro: una lira), anzi: son pieni di debiti, non vendono un'auto, non c'hanno un programma manco per il giorno dopo eppure pigliano, girano il mondo, vanno inamèrica, dettano legge, fanno gli sciuri; e nessuno che gli dice: "ma brutti pezzenti, fuori dai coglioni altrimenti liberiamo i varani" - anzi: tutti si scappellano, dicono ma che grande impresa, ma che bello che sia in Italia, non andate via per carità, voi sì che siete degli imprenditori.

Così ora so; so che per essere una impresa rispettabile bisogna avere i grafici in caduta libera; si deve non averci niente: niente soldi, niente possibilità, niente futuro e due dita negli occhi di prospettive.

E allora mi son tirato dritto, ho aggiustato il vecchio calzino che porto a mo' di cravatta e con l'alterigia consona alla mia posizione mi son diretto in ufficio, a piedi, sotto la pioggia. Son solo dieci chilometri. Poi mi asciugo. Con quello che costa la benzina...

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