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satira, un punto di vista un po' storto
letteratura
14 novembre 2015
Bollettino di guerra n°1: La Burba

Non tutti gli accenti di questo raccontino sono esasperati. Chi sa, saprà distinguere ed ordinare


Ce lo buttarono, come un quarto di ciccia, nella gabbia dove noi andavamo disordinatamente avanti e indietro presso le sbarre, arruffati, a teste incassate nelle spalle e guardando in obliquo di sotto in su; lo vedemmo lì in piedi e di colpo ci fermammo, guardandolo a fauci semiaperte; lui non aveva nemmeno posato il zaino (la Naja cambia tutto, pure gli articoli) e ci sorrideva.

segue su messaggere.wordpress.com
musica
25 agosto 2015
Vacanze canzonando
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SPORT
21 marzo 2015
Parliam di spòrt

Lo spòrt è tanto talmente utile e bello che i Greci antichi ne veneravano i campioni indicando un anno passato come “l’anno in cui tizio vinse quella cosa”. Beh, dico: se i padri della cultura occidentale la pensavano così, dobbiamo seguirne l’esempio: 

Pugilato:
Sul quadrato di combattimento, due uomini in braghe si picchiano cattivamente; un terzo uomo colla cravatta gira attorno a loro avendo autorevole funzione d’impedire che il litigio dei due trascenda in morsi cavallini, calci ai testicoli e sputi in faccia, perché i cazzotti in bocca van bene, ma, per Giove, con stile.
Attorno, un pubblico sempre più misto esulta della zuffa; nessuno tenta di comporre il diverbio dei litiganti, giacché non esiste diverbio alcuno, ed essi se le dànno per una specie di disperato piacere cui fa eco il sadicoso tifo degli astanti.
Lo scopo del pugilato è quello di ridurre almeno uno degli atleti in condizioni tali che l’altro appaia un tantino meno concio e possa perciò essere considerato vittorioso; il fatto si rende palese nel caso un litigante crolli improvvisamente a pavimento e non riesca più a mettersi in piedi. Si descrive l’evento con il termine “knock out”, che ha il pregio di essere dinamicamente onomatopeico, echeggiando sia il colpo che il lamento del disgraziato.
Si definisce “knock out tecnico” l’evenienza nella quale uno degli atleti, pur restando in piedi, appaia così sfinito e sderenato da non farcela più a sostenere il tempo di nuove sberle. È chiaro che solo un tecnico può comprendere quando un pugile gonfio come un pesce palla, colle ginocchia tremolanti e grondante sudore e sangue sia arrivato allo stremo delle forze talché una continuazione dell’incontro diventerebbe una variante dell’introspezione anatomica.
Si tratta di uno sport un tempo chiamato “la nobile arte”, il che suscita nelle menti giovani alcune interessanti domande sulla nobiltà e sull’arte.
È meglio tentare di non rispondere a questo genere di domande.

Sci alpino
Si definisce “alpino” questo sport per differenziarlo dallo sci d’acqua, forse, sebbene le Alpi ospitino diversi laghetti. La disciplina prevede una salita su un versante molto freddo, quindi una discesa lungo lo stesso versante per mezzo di una scarligata su strisce di legno, seguita da una risalita ed una consecutiva ridiscesa. Lo sport dello Sci Alpino è una metafora del Mito di Sisifo che è a sua volta una metafora, probabilmente dello Sci Alpino.

Atletica leggera
Ottimo e variegato gruppo di discipline che comprende vari tipi di salto (in lungo, in largo, con l’asta, triplo, ripetuto, trattenuto e con uno schizzo di seltz) di corsa (furiosa, strategica, buffa, a staffetta, egoista, con salti e fine a se stessa) e di lanci di oggetti: martello (in realtà una palla legata ad una catenella), disco (specie quelli brutti), peso (tipo una palla, però pesa) e giavellotto (detto “zagaglia” nel caso l’atleta faccia anche gli anelli col naso).
Poi comunque la disciplina dell’Atletica Leggera richiede una super-specializzazione, risultando che dopo aver passato anni a imparare a tirare un giavellotto (dai cinque agli otto secondi di esecuzione) l’atleta passa il resto della vita a guardare gli altri che saltano, lanciano e corrono qui e là.

Nuoto
Il nuoto nasce come tentativo di non annegare e si sviluppa nel diciannovesimo secolo come disciplina ricreativa e poi agonistica. Da questo periodo, il nuotatore salta da un bordo di terraferma fin dentro l'acqua (“tuffo”) e poi inizia a sbracciarsi e sgambettare per raggiungere il bordo opposto della riva. Segue ritorno e riandata e ritorno e riandata e ritorno e riandata e ritorno e riandata. È per questo motivo, cioè per il fatto che sia previsto il raggiungimento più e più volte ripetuto del bordo opposto, che lo sport non si pratica nell’oceano e risulti invece confinato in vasche (“piscine”) di ampiezza assai limitata. La ripetitività del gesto potrebbe assimilarlo alla sciata di Sisifo, ma questa somiglianza è solo apparente, grazie al fatto storicamente certo che il fine ultimo del nuoto rimane senza alcun dubbio, per l’atleta, quello di non annegare.

Tiro a Volo
Da una antichissima tecnica di caccia detta “bastardo, m’è scappato ancora”, un tempo effettuata con vari corpi contundenti lanciati in aria a scopo ilare (per gli uccelli), dopo l’invenzione della polvere da sparo ad opera dei Cinesi i quali se ne servivano a scopo ilare (per i cinesi), il Tiro a Volo è divenuta disciplina sportiva.
Per praticare questo sport non sono richieste particolari doti fisiche: fa tutto il fucile, adeguatamente direzionato; mai più che l’atleta si trovi costretto a seguire in volo l’oggetto da cogliere al volo: allo scopo conseguiscono i proietti (“pallini”) che fanno perciò tutta la fatica necessaria alla pratica del Tiro a Volo. Nel tempo che intercorre tra lo sparo e la cilecca, voi potete dunque rilassarvi, per esempio aprendo un blog.

Curling
Il Curling, secondo alcune fonti, nasce dalla quotidiana frequentazione tra i degenti e gli addetti alle pulizie degli ospedali psichiatrici; non altrimenti si spiega questa metodica d’esecuzione nella quale su tre persone che rischiano di cadere su una superficie scivolosa (pavimenti delle corsie lucidati a cera) uno tira in terra un pitale mentre altri due ripuliscono febbrilmente la zona.
Nello spirito di inclusione nella società degli individui gravemente svantaggiati, il Curling è stato ammesso tra le specialità olimpiche. Da cui si deduce che il cristianesimo ha fatto anche dei danni all’Occidente.

Carving
Quasi omofono del precedente, gli è affatto diverso: nel Carving voi sciate, fingendo ad ogni curva di esservi rotta una gamba. Essendo una mescolanza di sci alpino e mimica teatrale, il Carving può essere divertente da guardare, per tre o quattro curve.

Arti Marziali
Judo, Karate, Taekwondo, Full Contact, Aikido e poi tutti i nomignoli orientàbili che possano venirvi in mente, come Nim-Nam, Chu Ping, Traebàk, Sinturòng, le Arti Marziali sono innumerevoli; fondamentalmente dovete accoppare qualcuno, ma, per non apparire solo degli scimmioni assassini come un camorrista qualunque, la fate lunga con discorsi sull’”energia”, la “coscienza di sé”, il “rispetto per l’avversario” e tutto ciò che vi salta in testa di fantastico od ovvio: “la sfera”, “l’unione degli opposti”, “il movimento della gru canadese che canta nel sole del mattino mentre la scimmia gatta ruggisce nella palude”, e via così.
E poi, se ci riuscite, accoppate qualcuno.
Una informazione importante: di solito non ci riuscite, e vi fanno un culo così.

Sport di palla:

Gli “sport di palla” sono giocati in gruppi detti “squadre” contrapposti, per il motivo che giocandoli da soli si dovrebbe essere troppo veloci per ribattersi la palla efficacemente, e giocandoli in gruppo ma senza un avversario toccherebbe a ciascuno a turno andare a riprendere la palla, cosa che comporterebbe continui litigi tra i giocatori. Gli Sport di Palla si giocano con una palla (mai due) di varia foggia e dimensione a seconda dello sport. La palla raffigura di volta in volta simbolicamente una preda (ed in questo caso si dice al giocatore: “bloccalo, prendigli la palla!”) oppure un’arma (“gli ho infilato la palla sotto la traversa”). Il giocatore di palla non si chiama mai “pallista” o “pallonaro”, e mantiene la propria riconoscibilità umana per mezzo di un nome proprio.

Pallacanestro:
Detta anche “basket” (cesto), consiste nel mettere la palla in un cesto (basket) mentre altri non vogliono. Mettendosi d’accordo sarebbe facile farlo, ma non si intavolano mai trattative, in modo da poter passare del tempo a giocare la partita. Al termine della partita, i giocatori sono più ricchi mentre il pubblico è più scemo: una mirabile alchimia oggi allo studio delle menti maggiormente inadeguate della società.
Calcio:
Come sopra.
Rugby:
Come sopra.
Pallavolo:
Più o meno come sopra
Tennis e Ping Pong:
Come sopra, con l’importante differenza della maggiore evoluzione intellettiva dei giocatori: questi mostrano infatti di saper eseguire l’analisi dimensionale avendo compreso che una palla piccola su un campo piccolo rotola come una palla grande su un campo grande, e dunque non occorre fare tutta quella bestiale fatica.

Automobilismo:
Che l’automobilismo possa essere considerato uno sport, alcuni negano. Come io. Ma comunque, diversi miliardi di viventi, vissuti ed ancor da nascere, tale son convinti esso sia. Che gli vuoi dire.
Nell’automobilismo, un’automobilina porta un omino per una stradina e ogni tanto c’è una curvettina. Mantenendo questa riduzione, avrete la Policar; io l’ho aspettata per anni, poi mi son stufato e mi son fatto la fidanzata.

Biciclettismo:
La bicicletta è un mezzo di trasporto sul quale quel mezzo matto di Cesare Lombroso scrisse addirittura un trattatello dove sosteneva che quel mezzo di trasporto propendesse al delitto (C. Lombroso - Il ciclismo nel delitto - La coda di paglia ed.). Per lui, tutto propendeva al delitto. La bicicletta è un mezzo faticoso in salita e pericoloso in discesa, dunque le gare si svolgono perlopiù in salita e in discesa. Vogliamo vedere le lacrime ed il sangue. E magari anche qualche delitto. Poi, chi arriva prima, ha vinto. Tutto qua.

Scacchi:
Qualche buontempone vorrebbe che il gioco degli scacchi fosse classificato come “sport”. Uno sport seduto. Ma lo sport è fisica attività, perdinci; bene: volendo movimentarlo un poco, si potrebbero creare degli scacchi che se ne vanno in giro a cazzo, obbligando il giocatore a rimetterli continuamente a posto. Non è venuto ancora in mente a nessuno, ma non disperiamo: un giorno qualcuno leggerà questa mia e la farà passar per sua, ci si può giurare. Mica perché il Mondo sia ladro: solo perché è pieno di gente che crede a fònzi e provenzoni; vorrete mica che non creda alla bontà dell’idea degli scacchi sportivi in moto arbitrario.

vita familiare
3 gennaio 2015
Due anni a Caporetto

Buon '15.
SPORT
15 ottobre 2014
Proviamo così

NON ESSENDO in tutta la vita mai riuscito a respirare sott’acqua infine me ne sono fatto una ragione ed ho frequentato un corso di apnea.
Da dove viene questo termine “apnea”, così strano? Sono certo che quando la mia maestra lo spiegava voi non c’eravate, e così vi passo gli appunti:
“Apnea” era un semidio greco che odiava il mare e mai vi s’era bagnato; ciò offese Nettuno che tosto gli inviò il Sacripante il quale pose al semidio tre indovinelli, ma Apnea lo mandò a cagare immantinente. Nettuno disse dunque al Bluberg di distruggergli quel che aveva di più caro ed il Bluberg obbedì finché Nettuno gridò: “ma non a me, cretino, a lui!…” – cosa ti fa, a volte, la sintassi. Finalmente Nettuno chiese alle sirene Euzinna, Eulecca ed Eugnocca di attirare Apnea in fondo al mare per annegarlo, ma il semidio, viste le sirene, prese una rincorsa della madonna dalla spiaggia e si gettò esultante tra i flutti, e sta ancora lì adesso, con quelle tre e tutte le loro amiche; in apnea, ovviamente.
L’apnea, in effetti, con una forte motivazione può essere divertente per quanto io, in piscina, più che qualche gelatinoso cispo di scaracchi non abbia mai visto; comunque, a penzoloni nell’acqua pisciata è sicuramente meglio stare in apnea ed in nessun posto lo svolgimento di un corso di apnea avrebbe avuto più senso che in quella piscina lì.
Fare apnea mi piace perché sono vestito come un ballerino; ho una tutina aderentissima che mi fa sembrare un ballerino incinto; poi ho una maschera nera come quella di Arlecchino, e i pesi per obbligarmi a stare sul fondo in apnea. Quando alla fine mi tirano su con il retino, sono paonazzo e felice.

L’apnea si fa così:
Ci avviciniamo al bordo della vasca; guardo i miei compagni, o meglio, li guarderei se vedessi qualcosa attraverso il vetro della maschera: esso s’appanna per obbligo contrattuale. Eppure ci avevo sputato dentro alcune scatarrate così ributtanti che per poco vomitavo mentre le spantegavo col dito medio, a realizzare una patina di moccio davanti agli occhi.
I miei compagni, come ombre di assassini, mi sono accanto. Sono assassini buffissimi e io gorgoglio di risate nel boccaglio da che li vedo snelliti, per quanto possibile, grazie alle tutine elastiche e gommose che indossano e li fanno apparire qualcosa di mezzo tra birilli sbilenchi e zombie spiritosi.
La riva, diciamo così, è fastidiosamente bagnata, e fredda e viscida da starci attenti per evitare di fracassarsi il naso sulle piastrelle di titanio in terra o, cadendo di culo, rimbalzare sulla tutina di gomma fino al soffitto irto di festoni a cui restare impiccati; ecco perché tutti noi ballerini camminiamo come portassimo un pannolone scacazzato, e non solo una maschera piena di moccio e le pinne ai piedi sozzi di chissà che. Ma tanto stiamo per saltare in un’acqua talmente abitata da stracciatella di oscure deiezioni, da condurre l’animo a un sano fatalismo.

L’istruttore sta parlando: è il briefing; nessuno lo sente, ma tutti lo ascoltano disciplinatamente. Nessuno lo sente perché:
  A) - nelle ultime due vasche c’è il corso di nuoto, che consiste essenzialmente nel berciare come porci scannati mentre si agita l’acqua così da formare vere onde anomale le quali, non frenate dalle mura opportunamente messe a barriera, travolgerebbero i passanti nella strada fuori.
  B) – tutti noi birilli abbiamo la capoccia serrata da una cuffia in caucciù deformante (deformante la capoccia) e la cinghia della maschera – che deve essere ben stretta – passa esattamente sul buco dell’orecchia con l’effetto insonorizzante di una parete di piombo.
  C) – già sappiamo cosa si deve fare (è la centesima volta che ce lo dice) ed in fondo ciò che dobbiamo fare è buttarci in acqua e trattenere il fiato. Questo è, il corso di apnea.
Uno dopo l’altro, marciando al passo dell’oca, ci lasciamo precipitare nel brodo di coltura. Ecco, siamo in acqua; stiamo facendo l’”apnea statica” ovvero, in posa da morto annegato, tratteniamo il fiato per due minuti. Qualcuno bara tirando brevi respiri dal boccaglio e fomentando così gelosie viscerali, altri dimenticano indosso la cintura dei pesi, per il che affondano tristemente agitando una mano e c’è chi, sereno, si addormenta. Io guardo il fondo della piscina e godo nell’inventariare, per forma natura ed originalità, i coacervi di schifezze che seguono la corrente; sorrido commosso dalla varietà dell’esistenza, poi piscio.
Nell’apnea statica, la parte più divertente è che viaggi. Misteriose correnti ti trasportano facendoti incontrare altri apneisti congesti che urti come palloncini, facendoli scomparire negli abissi; se hai animo da geometra invece, puoi divertirti a contare le piastrelle per misurare l’ampiezza della vasca od ancora, puoi tentare il calcolo della cubatura fino a ricavare, con uno sforzo, l’effettiva quantità di H2O sottraendo dal totale le sospensioni, la concentrazione di Cl2, i nitrati degli acidi urici, albumine, creatinina, potassio ed una varietà così sorprendente di microorganismi patogeni da farti restare senza fiato.

Un’altra cosa che impari, nel corso di apnea, è il recupero di un apneista sul fondo. Questa qui, ragazzi, oéh, è fon-da-men-ta-le.
Perché un apneista debba restare fermo sul fondo, è cosa comprensibile anche da un bambino: sta facendo apnea.
Perché debba essere recuperato, è la parte oscura del corso, ma, essendo tutti cattolici, obbediamo alla volontà dell’istruttore senza pretendere nemmeno la Prova Ontologica.
Ci avviciniamo dunque al nostro compagno che se la gode riverso a tre metri sott’acqua, lo ghermiamo per la testa e lo trasciniamo verso la superficie mentre lui finge (o, se si ha fortuna, non finge) di essere esanime, poi lo obblighiamo a respirare (e ciò mi appare in netto contrasto con la logica del corso), lo avviciniamo al bordo della piscina e quindi lo abbandoniamo al suo destino che, solitamente, è quello di riaffondare.
Durante il tragitto è prevista l’assistenza respiratoria che consiste, mentre nuoti tra i marosi avvinghiato ad un corpaccione molliccio e francamente repellente, di avere gana di baciarlo, ma ciò è scontatamente escluso, come chiunque può capire. Invece è divertente turargli il naso e mettergli la testa sott’acqua appena si azzarda a respirare o, mentre lo si trascina nuotando a rana, colpirlo ripetutamente col ginocchio nei testicoli per verificare l’integrità dell’arco riflesso.
Una volta espletata questa importante formalità del salvataggio, c’è la fase di rilassamento. Rilassamento da che? Boh. Ci disponiamo lungo il bordo della vasca, la testa fuor d’acqua, chiudiamo gli occhi e, finalmente, respiriamo. E ci rilassiamo pensando ai volti ormai lontani, all’infanzia tenera e veloce, ai mille e mille sogni da ragazzi, a ciò che poteva essere, e non è stato. I più piangono silenziosamente, alcuni predaci ne approfittano per sfilare i portafogli e poi ci sono i soliti burloni che fanno le bolle dal sedere e ridono.
Mentre tutto ciò accade, un coso che sembra un piccolo aspirapolvere si muove solenne sul fondo della piscina; è esso il pulizzante e deve garantire dell’acqua la nettezza azzurra e cristallina che tutti ci s’aspetta; se non che, l’azzurro è dato dal colore delle piastrelle, la nettezza è pari a quella urbana e la cristallinità ce la possiamo scordare, cosicché il piccolo robot starnuta, ansima e si ferma, non si sa se per sciopero o fatale exitus.
Rimontiamo la scaletta e lo salutiamo militarmente. Egli è l’eroe che s’immolò contro un nemico superiore nel numero e nella potenza, non certo nel valore.
Ci rivestiamo pensosi.


Curiosità e lessico degli sport subacquei

Anche nella apnea, come nella attività di immersione con bombole, si utilizzano i segni per comunicare sott’acqua, ma, se nel nuoto con le bombole l’immersione può durare più di mezz’ora, nell’apnea l’individuo si immerge solo per pochi minuti; l’interpretazione dei segni sarà dunque da contestualizzare ed essi dovranno essere sintetici, ma soprattutto frenetici.
Ad esempio, il segno ok fatto semplicemente con l’indice ed il pollice che si toccano, a seconda dei casi può voler dire:
- ok?
- ok!
- ok.
- va bene
- tutto bene
- tutto va bene
- sì
- ma sì, sì, uff, okay, d’accordo
- mi è di conforto comunicarti che, mentre son lieto di essere edotto sul tuo stato di attuale benessere, parimenti ti manifesto il mio eguale perché anche tu goda di esso siccome io faccio osservando il tuo segnale di ok.
- hai un buco nelle calze.

Se invece il vostro compagno seguita a fare il gesto ok a celenterati, anfiossi e telline, significa che è in narcosi oppure è un imbecille ed abbisogna di ossigeno oppure di uno scuffione sulla nuca.

Il compagno di immersione è, dopo l’orca marina ed il pescecane, la figura più importante per il subacqueo; egli vi accompagna per tutta la durata del percorso, condivide con voi le mirabolanti scoperte che fate e gioisce del vostro benessere, fingendo di soffrire dei vostri crampi; il compagno di immersione non deve mai essere abbandonato e lui non vi abbandonerà mai, nella buona e nella cattiva sorte. Questa straordinaria intesa tra compagni di immersione può indurre in alcuni delle errate aspettative ed è per questo che la maggior parte degli apneisti e dei subacquei portano legato al polpaccio un grosso coltello affilato. Per lo stesso motivo, i palombari preferiscono invece indossare un pesante scafandro d’acciaio a chiusura ermetica.

L’attrezzatura dell’apneista è semplice: un paio di braghini che lo coprano quel tanto che serve ad evitare di fare da esca ai barracuda, le pinne, la maschera e l’acqua. L’apnea ha comunque un primato tra le attività sportive: è l’unico sport che si possa fare, senza limite della prestazione, anche in assenza di tutte le parti della attrezzatura e financo della vita.

Concludiamo questa breve disamina degli sport subacquei con lefàc.


LEFÀC

Un subacqueo ed un apneista possono immergersi insieme?
Certamente. Il subacqueo con le sue bombole piene d’aria e l’apneista con quelle vuote, da apnea.

Quanto tempo si può restare immersi in apnea?
Ciò dipende da molti fattori: la dieta, lo stato di salute, l’allenamento, l’età e volgari trucchi da prestigiatore. Mediamente, se il lunedì non si rientra in ufficio questo può voler significare che si è entrati a pieno titolo nella fase di apnea perenne.

Quali particolari caratteristiche od abilità bisogna possedere per intraprendere un corso di apnea?
E’ imperativo essere in grado di trattenere il fiato.

In caso di sincope del compagno di immersione, quali manovre si attuano per garantirne la sicurezza?
Prima che sia morto?
Lo si mette in condizione di respirare con i mezzi più fantasiosi come, per esempio, riportandolo in superficie, Nel caso si tratti di un fanatico apneista che rifiuta di respirare in ogni occasione, lo si blandisce inizialmente con delle caramelle, poi si tenta di farlo sganasciare raccontandogli barzellette; se il metodo non sortisce effetto si passa al solletico, poi alle minacce, quindi ai cazzotti nello stomaco ed infine alle scariche elettriche sui genitali, ad oltranza finché accetta di riprendere a respirare, quello scemo.

L’apnea può essere dannosa per la salute?
L’ozono, è dannoso per la salute. Non respirando si evita di immettere ozono nelle vie aeree e dunque ci si preserva dall’avvelenamento da ozono e, nel caso l’aria fosse inquinata da diossina, dalla diossina. Stessa cosa per le fughe di gas.

L’apnea può essere considerata uno sport estremo?
Sì, se la si pratica nella Fossa delle Marianne allo scopo di procurarsi un kraken per la frittura.

Per praticare l’apnea occorre essere buoni nuotatori?
Assolutamente no. Un buon nuotatore, una volta cascato in acqua, cercherà immediatamente di raggiungere la riva restando a galla per nuotare e respirare. Un pessimo nuotatore invece andrà a fondo molto più facilmente e potrà dunque praticare meglio, gli piaccia o meno, l’apnea.

Quali sono i luoghi migliori per praticare l’apnea?
Gli edifici che stanno andando a fuoco, i campi di battaglia durante gli attacchi con gas nervino e gli autobus affollati.

C’è molta differenza tra l’apnea praticata in piscina e quella fatta al mare?
No. In mare, al lago, in piscina, nella vasca da bagno, in ascensore o prima di uno starnuto, si pratica l’apnea con la stessa efficienza.

Perché la pesca sportiva è permessa solo facendo apnea?
Per ragioni appunto sportive; sarebbe troppo facile praticarla con le bombole: il pesce non ha le bombole; avesse le bombole, e magari il fucile e la maschera, saremmo ad armi pari. Siccome però è impossibile prendere un pesce senza il fucile, e d’altra parte senza la maschera non vedremmo un cazzo, ecco che ci priviamo delle bombole che comunque a noi ci avanzano perché facciamo apnea. Logico, no?

Come dobbiamo comunicare al nostro compagno di immersione che siamo in difficoltà?
Sarebbe meglio telefonare, ma difficilmente si trova campo; abbiamo comunque una vasta scelta di segni i quali possono far intendere al compagno di immersione il nostro tipo di difficoltà. Naturalmente, se egli in quel momento ci sta guardando; in caso contrario si potrebbe provare ad attirare la sua attenzione, ad esempio pugnalandolo ad un polpaccio o, se è troppo distante e siamo sprovvisti di fucile, fissandogli intensamente la nuca. Non sempre però si riesce a mettersi in vera comunicazione telepatica con il compagno di immersione; in tale evenienza si attuerà una tecnica yoga che consiste nel focalizzare l’attenzione sul proprio ombelico, contrarre il plesso solare, richiamare l’energia orgonica dei chakra, e crepare serenamente.

I segni: quanti sono e cosa possono indicare?
I segni sono un numero imprecisato perché alcuni apneisti stronzi ne inventano ogni giorno di nuovi; mediamente bisogna fare attenzione a non considerare ogni gesto un segnale: se il subacqueo si gratta le natiche probabilmente sta solo indicando che gli prudono, una informazione di scarsa utilità. I segni convenzionali normalmente sono molto schematici, ma alcuni possono descrivere concetti complessi come nel famoso segnale: “scappa, c’è un dromedario!” che è uno scherzo rivolto ai neofiti. I migliori subacquei sono in grado di segnalare la presenza di uno squalo distinguendo un mako da un punte nere, azzannandovi in modo diverso una caviglia.

Che profondità si può raggiungere durante l’apnea?
Non c’è un vero limite; i capodogli – che fanno apnea come noi – raggiungono centinaia di metri mentre, per esempio, i colibrì non riescono a scendere neppure di un palmo; il canguro, al momento, non saprei. Vi sono poi indivdui che, barando un po’ tanto i pesci son muti, possono raccontarla su come gli pare e parlarvi di settimane passate a tremila metri sotto per recuperare l’anellino della moglie, che ve lo mostrerà subito come prova. Ognuno deve cercare il suo limite, iniziando col lavarsi la faccia in bagno per arrivare alla raccolta oceanica di pesci abissali. L’apnea è un mondo vasto ed ancora inesplorato.

Grazie.
Ma le pare.

SOCIETA'
9 giugno 2014
Misteri d'Italia

Magari uno pensa alle stragi: chi ha fatto le stragi? - No, quello non è un mistero più di quanto lo sia il livello di competenza di chi ha fatto Carosello "reloaded". Allora il Mistero di Fatima; ma quando mai, si sa tutto su Fatima: la Madonna spifferò alla pastorella i particolari sull'attentato a Vojtila e le autorità ecclesiastiche omisero di denunciare tutto alla Procura, lasciando che la Volontà Incerta di Dio venisse compiuta con quel bell'esito. E la Vergine, evidentemente, di queste cose non si intende, altrimenti sarebbe comparsa in un commissariato. 
Un mistero potrebbe essere come mai gli ècsit pòl non c'azzeccano più, ma questo è un segreto svelato anni fa da Enrico Deaglio in una sua interessantissima inchiesta che non ha, ovviamente, interessato nessuno. 

No, i misteri d'Italia sono cosa più impegnativa, ed anche più mistica perché riguardano la scienza e, nella fattispecie, l'ingegneria.
Ad esempio: ma il Mòse (a proposito: ma non si dovrebbe dir Mosè? Perché questo strano Mòse? Va a cacchio, un po' come Scandìnavo e Scandinàvo?) il Mòse dicevo, funziona o no?
Si tratta, dopotutto, di una diga mobile, quali ce ne sono a bizzeffe in giro per il mondo; alcune girano, altre ruotano, certe sorgono, ma tutte chiudono e fine del discorso. Da bambino ne ho costruite a migliaia, io, sulla spiaggia, insieme a tutti voi. Perché l'ingegneria si impara da bambini, perfino da castori, addirittura da insetti, non è difficile; la teoria che muove questa disciplina potrebbe essere riassunta con: visto che qui è così, io faccio questo, e diventa cosà. Ditemi voi cosa c'è di complicato; e allora come mai c'è chi dice che il Mòse non funziona? E quando fosse stato ravvisato un errore di progetto, che ci vuole? Si stampano i foglioloni con AutoCAD, si dice: "vedi, o pirlone, guarda qua cos'hai combinato", e si corregge.
L'idea poi di inserire in laguna dei muraglioni in cemento che sorgono dal mare di fronte a San Marco, effettivamente, mette qualche brivido (pur se Le Corbusier, celebrato come artista sommo, ci voleva piazzare un ospedale-cubo di calcestruzzo), ma se in caso contrario Venezia ci dura di meno, ahò, meglio l'olio di merluzzo che il blocco intestinale, no? Però questo è un altro problema, il vero problema essendo: l'ingegneria è materia opinabile?

Non è la prima volta, d'altronde, che la materia scientifica viene opinata come una teoria filosofica: le centrali nucleari. C'è un bel tipo di scienziato che afferma come qualmente le centrali nucleari non siano solo sicurissime, ma le stesse scorie radioattive (il dilemma classico: dove cazzo mettiamo le scorie radioattive?) non siano per nulla pericolose e tutte le statistiche che affermano il contrario, sbàgliano. Eppure si tratta di fisica, pergiove, roba esperimentabile per propria natura; come si fa a sbagliare?
Si dirà: non è solo fisica, è anche biologia, e qui casca l'asino. 
E' vero: la medicina (lo sviluppo pratico della biologia) è spesso un po' asina; ma da qui a dire che seduti sul trizio radioattivo si campa di più, ce ne corre; o vogliamo pensare che gli americani, con quelle due bombe, volevano portare un segno di pace in omaggio al Giappone? - Timeo Danaos et dona ferentes.

La scienza è la scienza, santo dio, e si divide in scienze esatte e scienze come la biologìa, un po' a capocchia, ma due rette parallele, due benedette e porche rette parallele, porca la miseriaccia porca, non si incontrano mai.
Tranne che nel paese delle convergenze parallele.

21 maggio 2014
L'importanza dell'analisi

- Tiratore scelto - (rapido e spezzato):  - Cobra uno, inquadro il bersaglio: maschio adulto, a volto coperto, ha in mano un coltello, si china su individuo inerme sdraiato supino, sta per accoltellarlo! Chiedo autorizzazione al fuoco!

- Comando - (quietamente):  - metti via il fucile, imbecille; non vorrai sparare al chirurgo.
moda
14 marzo 2014
Del mangiare senza uccidere

Internettavo con un sito angelico di vegetariani che si apre anche ai vegani; mi sono permesso di seccarli con le mie intemperanze sul metodo. Io sono un fanatico del metodo; nel senso che - a mio avviso - il metodo deve produrre non già un convincimento personale, bensì un convincimento e basta.
Per formarsi un convincimento e basta servono informazioni e tempo per elaborarle. E metodo. E io, su questo, rompo proprio l'anima: il metodo, il metodo.
E allora leggevo che i vegetariani sono buoni e non fanno male a nessuno, che l'uomo è - di natura - frugivoro e che - anzi no: basta così.
Perché già non ci siamo, secondo me, col metodo.
Ho loro opinato come, pur riconoscendo il rispetto che i vegetariani portano ai vitelli, noto quanto essi sbranino numerosi vegetali, e virtuosamente, pur essendo i vegetali vivi e nient'affatto disposti a farsi mangiare; lo si capisce dalle spine e le tossine che molti di essi producono; per difesa, è ovvio.
Quali sono le piante più spinose, ad esempio? I cactus; e perché? Perché son pieni d'acqua e vivono in luoghi aridi, da questo si arguisce che se non fossero spinosi assai, rischierebbero altrettanto, allettevoli come diventerebbero per tutti gli animali assetati di quei deserti. I cactus quindi tentano di non farsi mangiare, operano in propria difesa e vivono guardingamente.
A ciò mi è stato risposto con tono beffardo (a me piace, il tono beffardo) dicendo che il "carnivoro" (io) prova a giustificarsi dei suoi delitti col dire che li commettono anche altri. Mi hanno trattato come un Craxi. 
Ma io non sono un Craxi. E perché? Perché il Craxi lo sapeva benissimo che quello che aveva fatto non si doveva fare, ma soprattutto si poteva non farlo e frignava la lagna del mica solo io per tentare di sfangarla, come fanno i bambini; io sono un uomo invece, e so benissimo che anche bevendo un sorso d'acqua si ammazzano inevitabilmente diversi parameci.
So pure che l'uomo primitivo si è evoluto a bacche, radici, frutti e carne, fregando gli avanzi carognosi delle belve più grosse, e cacciando quando ha imparato a farlo; le proteine animali (le sostanze più energetiche che esistono) gli hanno permesso il salto di sopravvivenza e di evoluzione. D'altronde vediamo che anche i nostri cugini scimpanzé non stan mica sempre lì con la banana, ma anzi chiappano la gazzellina volentieri, non appena la mamma si distrae, e la mangiano con voluttà.
Eppure io mi ritengo anche un buon cristo: mi accompagna tanto di cane recepito al canile, che nutro abbondante di fette di coscia bovina, pesce adeguato, pollo ruspante e vari altri cavoli viventi, talvolta facendo con lui a mezzo di quelle leccornie.
Perché ricordo un passo di un racconto interessante: quello che Carlos Castaneda, studioso dell'università di Los Angeles, fece riportando il suo apprendistato con uno stregone Yaqui messicano che doveva istruirlo sull'uso tradizionale delle piante allucinogene presso i nativi americani di quel territorio. Castaneda è col suo stregone in un deserto di sterpaglie e lì deve passar dei giorni; lo stregone gli insegna a costruire trappole per i conigli.
Una volta che la trappola funziona e cattura il coniglio, lo stregone dice allo studioso: "uccidilo!" - Carlos Castaneda è un uomo di città, non ha mai ucciso altro che zanzare, guarda il coniglio con smarrimento, si impressiona, si rifiuta. "Uccidilo! Il deserto te lo ha donato, non puoi rifiutare!" - gli comanda il brujo severamente; lo studioso non ci riesce, e allora Don Juan, lo stregone, gli dice con pacatezza: "non credere di essere così tanto importante da poterlo graziare, non pensare di essere più di lui: tu sei come questo coniglio; oggi è toccato a lui essere un regalo per te, ma domani toccherà a te essere un regalo per qualcuno".

Ecco, se la vita comprende necessariamente la sofferenza, questo potrà dispiacerci ed anche farci sognare un Eden dove nessuno patisce mai, ma il rispetto per la nostra condizione di viventi dovrebbe portarci a seguire comunque le vie di questo Mondo senza tentare di far gli dèi; non siamo dèi, siamo organismi, concettualmente tutti uguali.
A me pare che uno sperduto stregone indiano, in una terra primitiva, l'abbia capito e detto molto bene, almeno quanto un filosofo nostrano di vaglia. 
E voglio dire: un filosofo nostrano dotato di metodo nel metodo, cioè informazioni (sul Mondo) riflessione (su quelle informazioni) e metodo (di riflessione). Allora tutto torna. Anche la sofferenza.


letteratura
27 gennaio 2014
Pensieri di provincia

Meno male che l’Italia è in ripresa, l’ha detto Letta.
Invece da noi piove. Non dico tanto da fare il mare, ma delle belle pozzanghere ci sono anche qua. Infatti la mia donna s'è arrabbiata perché gli ho infangato casa (questa era la notizia del giorno), mi s'è bagnato il cane e l'ho asciugato. Poi gli ho dato da mangiare. Ha mangiato, e adesso dorme. Ecco qua.
Sì, non succedono molte cose memorabili dalle mie parti e allora ci contentiamo di poco, senza piroscafi, senza la spiaggia; la sabbia sì, quella ce l'ho perché mi serve per fare il calcestruzzo, che quando lo vedi impastare sembra vomito, però poi ci vai dentro ad abitare e questo ti fa pensare sul senso della vita.
Pure alle banche piace il calcestruzzo; metti che vai a chiedere un mutuo o un finanziamento: subito la banca ti fa: "lei ha del vomito, voglio dire del calcestruzzo?" se ce l'hai, bene, ti danno il tuo finanziamento e si tengono in pegno il tuo calcestruzzo finché non gli rivomiti tutti i soldi che ti hanno dato, con un bell'interesse (sennò come farebbero ad avere le sedi nel centro storico, ti pare) e se non ce l'hai, puoi pure vomitargli l'anima lì, ma un euro non te lo danno manco a crepare.
In compenso il nostro bel Governo mi pare li abbia esentati dal pagamento IMU; 'sta notizia mi rende perplesso: intanto, 'cazzo è IMU, cosa vuol dire, e poi sarà forse che la banca non la paga perché mica gestisce soldi suoi, ma di altri, e allora a pagare le tasse mie coi soldi tuoi sarebbero buoni tutti?
E in fondo è meglio così, almeno qualcuno che sta bene c’è anche da noi. Le banche stanno bene, anche perché non scuciono più una lira né di IMU né di i mutui. Ma è giusto: può mica dare in giro i soldi che non sono suoi, no? Metti che io ti dico: “tienimi qui ‘sti dieci euro”; poi arrivo e ti dico: “i miei dieci euro?...” e tu: “li ho dati a Stefano”. Ma sei scemo?
Le banche, son mica sceme.
Infatti per il mio finanziamento che la banca mi ha dato tempo fa, non ho mai saputo chi ringraziare. Chissà di chi erano quei soldi. L'ho chiesto, alla banca, ma fanno finta di non capire; eppure io volevo almeno mandare un panettone con un biglietto alla famiglia-tipo, la famiglia Brambilla che me li ha dati; a me servivano, e di sicuro, prima di darmeli, la banca gli avrà chiesto il permesso, no? Sarà successo così:

- La banca: - buongiorno signor Brambilla, senta un po': qua c'è uno che ha bisogno di soldi. Siete disposti a fargli un finanziamento a cinque anni?
- Brambilla: - mmm... ma è una persona fidata?
- La banca: - mah, noi la mano sul fuoco non la mettiamo per nessuno, figurarsi, però lavora questo qua, sembra un buon cristo, ha pure adottato un cane randagio.
- Brambilla: - ah, be'... aspetti che ne parlo con mia moglie... (pausa, bisbiglii) ...sì guardi, signora banca, mia moglie aveva un cane dieci anni fa che era una cosa... gli mancava solo la scrittura perché poverino era disgrafico, ma era così intelligente, sapesse, parlava persino; una volta le ha detto...
- La banca: - ehm, sì certo signor Brambilla, mi scusi ma poi un giorno la vengo a trovare e mi racconta bene questa storia: ora dovrei completare la pratica e se potesse darmi la risposta gliene sarei proprio grato, eh?
- Brambilla: - oh certo, scusi sa, noi stiamo sempre in casa e allora quando si possono fare due parole... vabè, dai, la cosa del cane ci ha commosso, poverino, lo facciamo per lui, così il suo cliente gli può comprare la pappa... lo sa che una volta...
- La banca: - grazie mille signor Brambilla saluti alla signora! (clic)

Ecco. Mi sono commosso anch'io. Chissà dove abitano quei bravi vecchietti; ma anche da voi le banche non dicono niente su chi è che gli dà i soldi per le imprese? Fanno male, secondo me: sai come fa bene un semplice "grazie" alla gente semplice, quella che mette i soldi in banca insomma?

Si potrebbe fare una raccolta firme, per questo. E’ bella, la raccolta firme: è come la raccolta – che so – dei tappi di bottiglia; serve a un cazzo, ma intanto la fai, così, tanto che ti costa. Vale quanto una preghiera, e perciò qualcosa vale. Per chi vuole fare il Papa, ad esempio, vale sì.
E per noialtri, vabè, basta il sole.


politica interna
4 dicembre 2013
Ariniùs


Oh quant'è bello, leggere il giornale


- Berlusconi candidabile in Bulgarìa; in effetti bùlgaro, una volta significava proprio quello che pensate.

- Le staminali fanno bene, cioè male, ma in fondo chissà. Il TAR del Lazio ha sospeso il parere della commissione. Quale parere? – quello contrario. Contrario a che? – alla non proibizione all’uso; dunque ora fanno bene. Chi? - gli scienziati. A fare cosa?- a farlo. Si possono fare? – sì, cioè, no: è sospeso. Ma cosa? – ascoltate: già non si capisce niente, non confondiamoci oltre.

- In vista un accordo tra Nuova Destra Democratica Mica Come Prima, o come si chiama, e Rinnovato & Lieto Centro-sinistra Ma Non Troppo, o come si chiamerà. Le due importanti configurazioni (non so come chiamarle), entrambi disprezzando le vecchie larghe intese, se la intendono. Chiamiamola “nuova intesa”. I premier Angelino… (scusate, rido) Alfano e Rènzi (basta la parola), tratteranno con il Governo (diciamo) Letta del varo della nuova legge elettor… - e sì vabbè, scherzavo. Anzi: scherzano.

- La Corte Europea di Strasburgo ha ordinato – ordinato, capite – all’Italia di “ottemperare”. Per ottemperare, l’Italia deve fare l’indulto. Ma chi l’ha detto? – il Presidente della Repubblica Italiana. “ottemperare”, nella lingua di Strasburgo, il strasburghese, significa in italiano “indultare”. Chissà cosa vuol dire… in cinese, toh.

- Ad Alitalia, la nostra compagnia di bandiera bianca, serve una ricapitalizzazione. Sapessi a me, ma seguiamo la notizia: le Poste Italiane (le poste? – sì, le poste) hanno già offerto 75 milioni (ma chi, le poste? – e sì, le poste. - All’Alitalia? – all’Alitalia.). Purtroppo però lo Stato Maggiore della Difesa preferisce rivolgersi alla compagnia concorrente Meridiana (perché, lo Stato Maggiore della difesa piglia l’aereo come me e te? – evidentemente. – E per difendere l’Alitalia si muovono le poste e la Difesa no? – che ti devo dire; forse loro se ne intendono e, più che difesa, è autodifesa. Una specie insomma di “si salvi chi può”. Auguri.).

- Forza Italia (ma non era morta?) chiede la sospensione della nomina a Senatore a vita per Claudio Abbado, Carlo Rubbia, Renzo Piano ed Elena Cattaneo; non avrebbero gli altissimi meriti in campo sociale, artistico, scientifico e letterario previsti dalla Costituzione, per la carica. Volendo informarsi un po', effettivamente si scopre che i quattro fancazzisti non hanno, ad esempio, mai vinto Sanremo, od un torneo di calcetto. Come dare torto a Forza Italia (ma non era morta?)?

- Luciano Violante, ex Presidente della Camera (i palazzi di Berlusconi ne hanno tante) si sarebbe rivolto al suo Partito (il PD, non fate gli spiritosi) accusandolo di “non aver difeso i diritti di Berlusconi”. Cosa significa questa posizione? – la risposta nel filmato: http://www.youtube.com/watch?v=RHPRel7mpUM

- L'UE antitrust ha multato le più importanti banche europee perché hanno manipolato l'Euribor, il Libor e il Tibor. Speriamo non becchi anche me che, come le banche, amo i giochi di parole.

- In Puglia, per abbattere le liste d’attesa, si faranno esami clinici anche di notte. Sarà una nuova emozione, essere esaminati da un medico che sbadiglia.

- Nel 2015 ci sarà una ostensione della Sindone. Nel 2015. E ce lo dicono adesso. Però ci sarà anche il Papa, all'ostensione. E' ottimista, il vecchio. La cruciale notizia è stata resa da un arcivescovo, nientemeno. Il lenzuolone dipinto sarà osteso a Torino. E dove sennò. L'alto prelato ha definito l'evento "straordinario". Quanto abbiamo da imparare, sull'argomento marketing.

- Una ottima novità per l'ecologia: nei boschi italiani tornano "lupi, falchi, grifoni, orsi e foche". No, pardon, le foche tornano sulle spiagge. Gli altri, se non siamo sfortunati, nei boschi. Il Ministro dell'Ambiente torna invece al ministero, ma facendo una ruota grossa così.

- Ed ora lo sport: Cuccureddo si è rifregàto un menisco; il dottor Mengele, medico della Nazionale, ha previsto due ere di riposo assoluto per il terzino attaccante. – L’iter dell’Inter tuttora in itinere tra il tric e il trac. - Il Werder Brema di Cantù ha vinto al Maracanà il terzo turno di ritorno sull’Atletico Madrid che forse ha perso. - Ripescato al sorteggio classificatorio invalso, l’Olympique Marseille ha detto: "grazie, ma ora preferisco il basket". – proverbio del giorno: “In coppa delle coppe, scoppi chi non acchiappa la coppa in compagnia”.


Chiudete il giornale. Buona notte.




sentimenti
4 novembre 2013
Drìm dìfferent

Nell’impervia Valle Argentina, arrampicata sulla Liguria dell’ovest, i monti che si accatastano restringono gli angusti spazi aerei in gole intricate; sotto, chissà dove, scorre il torrente che nomina quel luogo ed è poco più che un rivolo finché le piogge, il caso o le streghe di laggiù non lo càricano di furia e di acqua, e rami, e pietre, e cattiveria.
Quei boschi sterpugliosi ricchi di castagni e di cinghiali, di lontano sembrano un muschio livellato, tanto impedito è ad ognuno di quegli alberi di erigersi oltre le cime degli altri, e le vette di roccia pure sono pari cosicché, per respirare, semplicemente si discostano a lato le une delle altre e paiono le sedie di un teatro rivolte verso il mare.
La valle del torrente Argentina non ha mai dato molto a chi ha scelto di abitarla; impossibile porre colture su quei versanti spigolosi, erti e diseguali; chi poi volesse dedicarsi all’allevamento di animali e non volesse vederli precipitar dabbasso, avrebbe da sceglier solo gli uccelli, e poi legargli chilometri di spago alle zampette, così da permetter loro il pascolo e nel contempo esser certo di poterli la sera ricondurre a casa. E se vi fosse chi pon mente alla vigna, sappia costui che anch'essa, tosta com’è, sfiorirebbe, per l’ombra frequente tra quelle quinte scanalate e per la terra grama, che riesce a dar vita solo ad un bosco più grande sotto, che sopra di essa.
Insomma: viver lì è difficile per tutti.
Ma, siccome invece i sogni sono uguali per ognuno, un ignoto abitante della valle ha lasciato traccia dei suoi su un muro, al largo dei bastioni di Triora; il grido che ha tracciato somiglia ai nostri perché le speranze della vita sono sempre le stesse.

O be', "sempre": diciamo meglio: "spesso"; considerato come, talvolta, causa una forza maggiore, il grido verso gli dèi abbia da esser modulato in altro suono.

Ed infatti l'uomo della Valle Argentina l’ha adattato al luogo. Come non capirlo, questo nostro fratello.





letteratura
13 febbraio 2013
Come Evtušenko

 

Dedicata a tutti coloro che si riempiono il cuore mirando in alto, e non guardano a dove mettono i piedi

 

Cala la neve

dal cielo, ovviamente

rumore non fa

bah.

Ricopre sottile

insidïosa e vile

d’un velo di ghiaccio

‘sto gradino del cazzo

e per poco m’ammazzo.

Si calmi, ch’è peggio

mi fa il barelliere

con faccia saccente.

Fanculo la neve.

DIARI
24 novembre 2011
Venditori e Camicie brune
 

Arrivò tempo fa un venditore, che vendeva e vendeva – diceva – a ogni porta di imprenditore un sistema per curare il patema che tutti agghiaccia alla schiena lorquando, di notte, si scatena – o con ragione o per combinazione –  quel cacchio d’allarme del capannone.

 

-   Buongiorno, lei ha mai subìto furti?

-   Grazie a me, no.

-   Grazie a lei?

-   Sa, sono ateo.

-   Ah, capisco. Bene: allora, grazie al calcolo combinatorio, starà per subìrne uno.

-   Dunque lei è ladro statistico?

-   Venditore.

-   Ahi!...

-   Eh sì. Pensi: giovedì la Cipputi Spà non mi ha voluto comprare l’antifurto…

-   E venerdì…

-   E venerdì gli hanno arrubbàto pure la mutanda d’emergenza. Vede che mondo brutto che ci troviam qui sotto?

 

Allude o minaccia il fetente; gli faccio ora il ghigno cattivo o metto su un’aria piangente e sbroffo che di euro son privo?

 

-   Mi piacerebbe assai comprarle l’intero stock, oh, se mi piacerebbe, lo giuro sulla sua famosa mamma, qualunque mestiere faccia. E poi, ma che bell’articolo, ma che bella idea ha avuto venendo a trovarci, ma come veste con gusto, ma come le casca bene la giacca, peccato per la pistola.

-   No, è l’agenda (estrae l’agenda e me la punta alla tempia). Dunque affare fatto?

 

Laddove non passan le tasse, seqquando non arriva i’IVA, ti svuotano bene le casse la crisi, le banche e...

 

-   L’agenda.

-   Ma non fa la rima

-   E chi se ne frega. Sa che facciamo? Mi dia tempo quei dieci-quindici anni per pensarci e poi ci rivediamo per l’acquisto, eh? Contento?

-   Eh? Contento?!

-   Che fa, mi copia?

-   Ma via: un grande industriale come lei, con questa po’ po’ di topaia, con tutto questo unipersonale, con il suo giro d’affari pluricentesimale…

-   Ha dimenticato: un uomo bellissimo…

-   Beh insomma… ma che c’entra?

-   Già, perché il resto…

-   Insomma: le offro un affare fantastico!

-   Troppe effe.

-   Pensi: tre telecamere a circuito chiuso e registrazione 24 ore su 24 in tutti i suoi ambienti (questa stanza) a soli eur…

-   Ah! Ma lei vende intercettazioni ambientali!

-   (pavoneggiandosi) Modestamente!...

-   Bene, bene, bene: stia un attimo in linea seduto comodo, che faccio una telefonata!

 

È Legge da ventiquattr’ore e son cacchi tuoi, venditore; tu vendi sbignàte all’interno? E io piglio e ti chiamo il Governo:

 

-   Tu-tuu… tu-tuu… click: (musica d’attesa) …’e sempre allegri bisogna staree, ché il vostro piangere fa male al re…’ (risposta): Uéh, sseghè, pronto!

-   Viva la figa e la Padania!

-   Sempre evviva. Chi è, il Benito?

-   Il Benito? No, sono l’Internet… vabbè, damm’a tra’ a mi: ciò qui uno che vende intercettazioni ambientali

-   È il Benito?

-   E dàgliela con questo Benito. No, (al venditore) com’è che ti chiami?

-   Alfredo

-   (al telefono) È l’Alfredo.

-   Cosa l’è che intercetta, questo Alfredo.

-   I ladri.

-   Va be’, dài, poveri ladri!

-   È quel che dico anch’io.

-   Non si possono mica fare, quelle intercetasioni lì!

-   È mezz’ora che glielo ripeto!

 

La Legge Porcellum-Maiale èccòme la donna fatale: ce n’importa assai la morale, importa se la puoi abusare, perché mica la devi sposare: è un sogno e ti puoi svegliare, aspettando la prossima notte che puoi tornare a mignotte.

 

-   Sarà mica un terùn, quell’Alfredo lì!

-   Secondo me, a l’è ‘n terùn

-   Fagli la prova della cadrega!

-   Bravo! - uehi, Alfredo: cos’è la cadrega?

-   La sedia.

-   Cos’è che ha detto?

-   Ha detto la mela

-   L’è un terùn!

-   L’è un terùn!

-   L’è un terùn comunista blecbloc drogato e negro!

-   E culattone!

-   Sparaci, Benito!

-   Sono Internet, vacca boia.

-   Sparaci uguale, che poi lo mettiamo in galera per falso in bilancio!

-   Ma non è depenalisàto?

-   Per lui no!

-   Giusto! Bravi! Orca l’oca, che bel governo! (colpi di fucile)

 

Questo accadeva un tempo fa, nei giorni felici in cui il Governo diceva in faccia alla Guardia di finanza che era morale evadere un po’ le tasse (e la Guardia di finanza, lì sull’attenti: uno spasso) e anche quando aveva detto di voler sparare ai barconi degli immigrati (i barconi con su donne e bambini, ma negri uéh, mica tedeschi) o quando voleva riservare i vagoni della metropolitana di Milano ai soli milanesi (ai milanesi bruni – quasi tutti – veniva fatto il test del DNA: col cinque per cento di sangue spagnolo, andavi a piedi).

 

Ma adesso forse quei bei tempi sono finiti; che dite, saranno davvero finiti? Mi toccherà rifiutare le offerte pelose con aplomb signorile e compassato, senza contare sull’aiuto delle Camicie brune?

 

Aspetto il prossimo ospite per saper che fare; pare che adesso verrà a trovarmi la banca. E io non ho neppure l’antifurto.

 

 

letteratura
3 agosto 2010
Feria d'agosto

 

Le vacanze sono sempre uguali, come ogni buona tradizione; io non sono ancora in vacanza, ma sull’onda della Tradizione Vi espreto (espreto? Vabbè) la cronaca mondana della mia vacanza esotica sulla rivieria imperia, dove passa il meglio della vecchianità invernese, ma anc’ove Estate prende il sole di belle donne e roba affine. Ve lo fo, il resoconto, suddiviso e solo per gl’episodi i più salienti, così è più semplice da leggere (vedi che Vi penso, lì annoiati dalle chiacchiere, colla copertina sulle cosce magre a sorbire col risucchio semolini sciapi? Vi penso e mi adatto). Dice: ‘ma chissenefrega poi, delle tue vacanze’; ebbene, Vi ho pensato anche in questo: sono inventate.


 

 

SABATO: eccoci inzeppati di valigiame come veri immigrati scecchesi; si carica il cane semicatatonico (lo fa apposta perché odia spostarsi da casa e ci diventa per rappresaglia stitico e insonne, ma vedremo presto ch'è un inganno) in macchina e, senza consultare mappe perché ben consci, pruiamo al mare. C’è il sole per via che è giorno, comunque noi ed il codice stradale diffidiamo delle apparenze così picciamo i fari nella luce accecante; canta allegro il motore, puzzando la via; fresca gira l’aria estante fin sotto le tiscìrrt; cùculano i boschi delle Lomelline, ride l’erba; fanculo, una pattuglia.
 
DOMENICA: ci svegliamo al suono di voci arabe: che succede? I miei c’hanno scài e la tivvù è rimasta accesa, ecco che succede; spegniamo il canale tremila, sbadigliamo e il mare ci si para dinanzi, in tutta la sua maestosicitività: ah, che bel mare: eh? Bello un cazzo: prima di tutto si muove talmente che sembra inclinato, poi ha in superficie più sputi che onde e tra gli scatarri nuotano lines extra, cochecole, sacchi esselunga e anonimi ma numerosi stronzi. Siamo al mare, finalmente. Scendiamo in spiaggia felici. Che pessimisti siamo stati! Non c’è solo merda, ma anche meduse; sai quelle cose che sembrano scaracchi di plastica e invece sono animali velenosi: scappiamo tutti via dall’acqua come nel film Losqualo, che invece si guarda bene dal nuotare in quel brodo lì.

 
LUNEDI’: abbiamo magnato grissini a pranzo, grissini a cena e grissini e acqua di fonte a colazione. È ora di fare la spesa. Facile a dirsi. Hanno trasformato il supermarket in alloggi di turisti: che facciamo compriamo du’ chili di tedeschi? No naturalmente, di quella roba non ne mangiamo, piuttosto andiamo cercando.

Ecco una bottega che vende; che vende? Scatolame. Buono! Piglia, piglia e corri a casa. Il cane è corredato del suo e magna come un papa, ringhiando altrettanto. C’è tanto sole e mare, perché piangere?
 
MARTEDI’: ci hanno cacato in casa. Chi è stato? Sembra l’inchiesta dell’estate: “Chicacò?” – nove colonne. Ma un bel dì di mar (il martedì) lo scopriamo chi è, sul fatto che fa: è il cane, con le mani, no, col culo nel sacco; ma magari: col culo sul tappeto. È lì bellillo e sorridente che dice: che bel sole, devo essere su un prato. Raccogliamo la cacca e la mettiamo sulle meduse, per vendicarci di esse. Bella rappresaglia no?

 
MERCOLEDI’: è già mercoledì? Allora si va a Ficcubestia, nell’interno, a vedere i fuochi artificiali e magnare pizze speciali. Forse non si chiama Ficcubestia, ma i paesi della liguria ovest c’hanno dei nomi presi da Erri Pota – come diciamo noi a Bergamo, o dal Signore degli Agnelli – come dicono a Torino.

A Ficcubestia (per comodità) c’è un ambiente come nel medioevo andante; si passa su selciati un tempo calcati da grossi visconti e cacati dai cavalli loro. Tutto molto impressionante. Magnamo una pizza speciale quattro stagioni; è speciale perché siamo solo in agosto.
 
GIOVEDI’: né di giove né di marte ci si sposa né si parte; a noi ce ne frega da qui a lì. Questo giorno di mezza semana lo dedichiamo alla riflessione: riflettiamo cioè la luce col vetrino dell’orologio per vedere se riusciamo a bruciare un po’ di stronzi e meduse e a fare un picciolo puccio. Altri bagnanti, meno archimedei, usano retini da pesca. I figli piangono. Sulla spiaggia si accumulano oggetti irritanti e ributtanti; i gabbiani vengono a vedere, fanno bhee e se ne vanno. Ci tuffiamo coraggiosamente ognuno nel suo metro quadro di mare cristallino e pigliamo il sole incoronati dalla merda. Tutto è molto bello.

 
VENERDI’: la stecca riporta più croci che aste: la vacanza sta finendo, ma non facciamoci il sangue cattivo, come diceva Hitler, pensiamo che abbiamo ancora ben tre giorni di spaparanza sotto il sole che brucia e sopra le meduse che lo si sa. Anzi, convinciamoci che è martedì, martedì, martedì… sento uno strano odore. Il più convinto è il cane.

I gatti che vivono alle spalle dei residenti s’accalcano in questua; abbaio io, perché il mio cane, un tempo valente guerriero, ora manco se ne accorge; comunque funziona: i gatti fuggono guardandomi interrogativamente, come anche i vicini. Per dare a tutti una ragione, alzo la gamba pisciando contro la ruota di un’auto e me ne vado con noncuranza.
 
SABATO: e mai un giorno che abbiamo cagato i vicini stranieri; sì perché le case qui intorno sono dimora intervalla di tedeschi, olandesi e altri intracomunitari che dicono ouff auff come noi diciamo buongiorno. Gli antichi Romani li sterminavano e avevano un impero, noi li ospitiamo in casa e abbiamo un deficit della madonna. Mah.

Comunque noi, da bravi lombardi distaccati e freddi, gli stranieri: mai coverti. Parlavamo tedesco tra di noi, nell’ombra, in cucina, o in bagno.
 

DOMENICA: der letzte tag. L’immurt’. Esciamo a prendere l’aperitivo della staffa, la frittura della staffa, l’antipasto di mare della staffa, gli spaghetti allo scoglio indovina di che? E un caffè. Il giorno si comprime nei preparanzi di valigie e pulizie, tutto si cerca, d’ogni che si dubita, il moto è febbrile come avessimo in bocca l’ultimo fiato, il sito appare straniero dove poc’anzi si dormiva, tutto già viaggia lontano da noi, passano gabbiani tristi come suore, l’onda di mare è ferma, la medusa s’è spiaggiata, lo stronzo è affondato.
Ecco l’autostrada.

 




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letteratura
11 marzo 2010
Cràc caicài


PRIMO TEMPO

 

Il caro cane, una sera delle scorse usciva felice a nasare le aiuole e – com’è suo costume – dopo aver espulso quanto superfluo, si metteva a correre entusiasta dello sgravio.

Ma mal gliene incoglieva, stavolta, giacché un dio brutto e gatto mimetava

temporaneamente un pericoloso tombino stradale ed il piccolo, tutto balzi e sorrisi, ci piombava dentro, scavezzandosi malamente una zampa. Quella sera, le urla dello sfortunato semibimbo si spargevano nella città; le mie rimostranze invece salivano impavide i monti valicando antichi confini e, incuranti del mercato comune, invadevano patrie straniere.

Dopo il coro congiunto, insieme ci siam recati da un veterinaro notturno; lo scampanìo e la nera liturgia che recitavamo lo han convinto a desistere dall’ignavia; ecco che si schiude una porticina ed a noi (cane dolente e me diocantante) appare una puella vestita in verde come una gramigna, con occhiuzzi pieni di sonno ed una smorfia di pena atavica su labbrine esangui; questa figura era insomma il dottore. Io e il cane ci guardiamo; la zurella guarda noi; noi guardiamo lei; tutto in gran dubbioso silenzio. L’immagine ci fa dimenticare il comune impegno; lei mira la coppia mista di razza, con le membra commiste in un abbraccio soccorrevole e le fauci ora ugualmente ululanti. Noi, in coro, chiediamo dov’è il suo papà, il dottor veterinaro. Son io, il veterinaro, dice la sgurella. Ma va, diciamo noi, con poca voglia di scherzare e per l’ora, e per la causa.

Lei caccia fuori dalla tasca lo stetoscopio (che gli casca in terra) e il diploma, che io e il ferito compitiamo diffidenti. Accidenza, faccio io: dottore a tredic’anni, complimenti e tanti! Ne ho trenta, risponde la laureata cogli occhi lucidi di pianto. Ah, ritiro i complimenti, dico io signorilmente.

Il cane mi dice con gli occhi beh andiamo, ma io voglio provare la valentìa del mostro: è questa la zampa? Chiede la veterinaria; no, questo è il culo, rispondo io prontamente; la zampa è questa qua per esempio, e poi lì, lì e lì; in tutto quattro, di cui una rotta. Quale sarà, sacramento d’un quìz?

Un aiutino? Dice lei indossando un laparoscopio.

Ecco che il carnivoro viene introdotto, non senza rimostranze da parte sua, sotto la macchina Röntgen: io vesto una piombea parannanza per non seccar le balle già provate dagli usi incongrui; ecco che parte – dice la dottoressa sguffia; la macchina non si muove: rotola Röntgen nella tomba. Ecco che parte – insiste la bruttona: mi becco 6000 rad sulla chioma cranica e divento, per due microsecondi, più bello. Il cane bestemmia in tre lingue (canina, equina e monotrema) promettendo di zannarci la carotide appena venga rilasciato; io porcòno tristemente tra me e me i pochi santi che ricordo dal catechismo; la racchinaria è giuliva neanche gli avessimo regalato un fegato di dromedario e va a sviluppare la pellicola, saltellando come un’anatra zoppa. Attendiam che esca. Esce, la ornitorinca, con la sua bella lastra, tutta bianca; come mai? La dottofessa non se lo spiega, io, non me lo spiego, il cane ci dà ad entrambi del pirla fallito cercando di ucciderci telepaticamente. Lei vorrebbe steccargli la zampa, almeno una qualsiasi, per giustificare il conto; io mi oppongo con argomenti filosofici quali: lei è un’incompetente; ne nasce una colluttazione.

Usciamo dal pronto soccorso veterinario con molta cordialità, promettendoci di rivederci all’alba, coi padrini.

Ora la bestia è ancora sderenata e stiamo aspettando i risultati degli esami pre-operatori in vista della riduzione della frattura, che sarà fatta dall’Università degli Studi, facoltà di Medicina Veterinaria, oppure dal CNR, la NASA, l’ostia di che ne so.

Nel frattempo, preghiamo, da bravi battezzati, un rosario infinito

 

SECONDO TEMPO

 

Eccoci al dunque; – dunque è rotta – fa il medico chirurgo primario veterinario ortopedico sanitasico ultrafigolo iperoscopico polimagico, specializzato in. Bella scoperta – faccio io.

Ero entrato nella clinica veterinaria-Studio Associato su indicazione del veterinario mio ma curante lui (il cane) e cercavo una forma ospedaliera, ma di ben donde a quell’indirizzo ho trovato il fianco d’una banca, e dov'ivi terminava la scritta: …'ca, iniziava: stu'; in quell’angolo misterico, fuor da ogni sospetto era quindi celata nell’ombra una febbrile attività di salvamento animalia e si addensava greve l’odor di sala operatoria.

Entro, non troppo fidente; due porte severamente chiuse introducono ai misteri dell’Arte; si percepiscono lamenti non umani e voci disumane e un rattattuglio generale al di là di quei confini; aspettiamo composti come le statue del Canova e dopo del tempo – tempo in cui ci s’intimidisce sempre più, come sempre accade nelle fredde stanze in cui s’indagano coi ferri vita e salute – appare e sorte da una delle porte e lesta innante viene una guagliona in camice verde e siringa d’ordinanza: senza meno, costei inòcula proditoria il cane mio che non se l’aspettava.

Preso dal farmaco, egli s’abbiocca alquanto e viene transìto nelle sale dell’opera; più in là ùggiola tristemente un maremmano da poco scoglionato; un chirurgo verde moltissimo autorevole chiappa e guata pensoso le lastre nostre smorfiando la ghigna.

Checcè? – dico io inquietato; del pari fa, con gli occhi a mezz'asta, l’animalo; il Sanatorio graduato si spiega: e questo e quello, e scorre veloce la lista degli esami, s’attarda su un indice, indica un valore; presso di lui, una biondona dagli occhi focosi annuisce accigliata: ell’è, di proprio, l’anestesista; in effetti, guardandola si va un poco in deliquio. Il mio cane, pur intossicato da quella siringa, tenta in ogni modo di sorvegliarci tutti, critico di carattere com’è.

Ecco, è il momento: la morsa dei sanitari mi toglie l’animalino che scompare nei corridoi smellosi di aseptici e io son cacciato fuori in angosciose sale d’attesa.

Attendo e attendo, ed entrano viventi d’ogni specie e dimensione: cani miagolanti, gatti con segni di fobie murìdi, uccelli còlti da dismorfie paduli, pesci rossi decolorati, bràdipi epilettici, echinodermi glabri, formiche depresse.

Che bella varianza – mi dico, mentre un airedale terranova con la tigna mi bauscia le scarpe nell’attesa del suo turno; attendo leggendo dei fasti della nostra economia su un giornale oppositore e in realtà penso che quand’ero sanitario anch’io, all’ospedale degli uomini, più che qualche minchia di malatino prevedibile non arrivava ed i giorni sembravano uguali fra tetralogie di Fallot, calcolosi renali e numerose ma monotone algìe.

Scorre lento il tempo, come un’anestesia; mi chiedo: ma che cazzo fanno? Socchiudo e sbigno oltre le porte dei segreti ed incrocio sguardi severi che svaniscono con passi lesti; allora richiudo rispettosamente, minacciando in cuor mio ognissanto.

Ma infine ecco che usce fuori il chirurgo emerito: mi chiama, anzi: mi convoca con un cenno imperioso ed io scatto obbediente; galoppandogli appresso nella corsa dei corridoi, entro come una pallottola nientemeno che in Sala Operatoria (un bugigattolo ingombro di macchinari di modernariato, coi muri imbiancati durante l’Impero e più recenti scritte di w la figa); il cane è lì penzoloni e sembra morto e scontento. Il valetudinario lo schioppola un poco per indurne – dice – il risveglio; io penso che di solito faccio così quando voglio farlo intorpidire, mah; - sveglia, giovanotto! – dice gioviale e brusco il dottore verde, poi sparisce in una porta segreta del meandro. Quello sembra morto, scontento e infreddolito, però è riscaldato da una pietosa lampada ad infrarossi; - ma è già bello nero!… – dico io facendo nervosamente il simpatico; il chirurgo, che s’era affacciato, resta serissimo e scivola altrove. Aspetto vicino al mio cane dall’aspetto deprimente, che risorga; minuti passano lentissimi mentre gli verso nelle recchie pipistrelle parole a lui conosciute, affinché si redima dal sonnone infausto che ne limita la giusta incazzatura.

 

E poi ce ne usciamo da tutto questo, io e lui, di nuovo collegati e dirigiamo in rotta verso la casa e le sue delizie. Io ho pagato l’occhio destro per l’operanza del mio cane disattento; la belvina ha una zampa che sembra il ciufolo di John Holmes, bello incazzato e io lo guardo e mi sento così depresso.

Cosa c’è di vero in tutto questo?...

Vi mentirei mai?




letteratura
10 gennaio 2010
Il flauto magico (esagerando un po')



Che fa un cittadino abituato a far còccole al cane, quando incontra un topo in salotto? Se è Walt Disney, beh, si sa; se è Internet, ora ve lo racconto: 

 

 

 

Caro Lettore, dall’ultima volta che ci siamo incontrati, un’altra avventura ha riempito parte del mio tempo regalandomi nuovi argomenti per esprimere tutto l’entusiasmo che provo verso la vita mia e dei topi.

Oggi ti racconto che, mentre dove lavoro mi avveleno lentamente con naftèni, naftòni, naftelèni e ftenòli, nella cucina dove magno ho scoperto invece un grasso e florido murìde che, scagazzando, percorreva disinvolto vie a lui familiari tra i recessi delle campagne e casa mia.

Eh beh, è stata una sorpresa; oh bella: - mi son detto - che fa qui da me un topo di campagna? Che, forse sto in campagna, distrattone che sono? E da dove è arrivato e come? Forse che scala i muri come l’uomo toporagno? Gli piacerà star qui? Posso far qualcosa, posso dir qualcosa (oltre le solite cose, naturalmente) alla sua mamma o al Signore che me ne fa dono?

Per prima cosa ho consultato l’enciclopedia degli animali che fa bella mostra di sé presso la tivvù; ho così appreso che il topo di campagna – mus musculus, della famiglia dei muridi, classe roditori, famiglia animali, ordine dei vertebrati, sottordine dei cosi lì, classe accidenti a lui, regno di dio – è un topo; e con questa bella scoperta, mi sono rincuorato.

Per la cattura del topo l’enciclopedia consigliava di mettergli del sale sulla coda e poi tentare di leccarlo (“se riuscite a leccarlo, riuscite anche a prenderlo”), oppure il far bollire della maggiorana, del crescione ed una stella alpina, cospargersi il capo con il brodo e recitare per tre volte “o san giorgio e san crispino, caccia via questo topino”; in questo caso, il topo avrebbe sicuramente iniziato a ballare la conga e si sarebbe buttato dalla finestra. Allora sono andato a comprare una trappola.

Vado. E nel tragitto ero però assillato da immagini strazianti: il topo ferito dallo scatto della tagliola che piangeva e si pentiva chiedendo pietà, il topo che giaceva morto con nelle manine ancora stretto un buco di groviera, il topolino che, storpiato e paralizzato, guardava me gigante avvicinarsi a dargli una morte brutale; mi sono fermato in mezzo al traffico, turbato. Il traffico si è fermato con me, turbatissimo pure lui.

Ho preso il telefono cellulare e ho chiamato il negozio di caccia e pesca:

 (Negozio di caccia e pesca): - pronto?

 (Io): - negozio di caccia e pesca?

 (Negozio di caccia e pesca): - sì

 (Io): avete le trappole per topi?

 (Negozio di caccia e pesca): - certamente.

 (Io): - beh, si vergogni.

E ho attaccato. Ora, lettore mio, non ti racconto nel dettaglio le associazioni mentali, le coincidenze fortuite e i fortunati errori di percorso che mi hanno condotto al Consorzio Agricolo Orobico O Come Si Chiama, una grandissima struttura moderna dove vendono cacca e sementi, ma soprattutto cacca; lì un signore gentilissimo mi ha confortato sul fatto che decine di idioti incapaci di uccidere un topo comprano gabbiette al fine di catturarlo vivo e liberarlo poi nella campagna, per la gioia degli agricoltori fricchettoni induisti ecologisti. Mi sono quindi provvisto delle trappole innocue e – tutto felice – me ne sono tornato a casa sotto una bella splendente aureola.

E così, Lettore, mentre l’altro giorno tu pisolavi bel bello, io, ginocchioni in terra nella cucina tutta smontata, con il frigo staccato e la vernice spenta mi rimenavo tra le mani la trappola per topi e pensavo alle varietà dell’esistenza nella quale io uomo, lui topo e dio, diciamo colomba, eravamo uniti in una intimità che a volte si fa sodalizio, altre tenzone.

Ho montato la trappola, innocua per il topo ma perfettamente in grado di schiacciarti le mani mentre la monti, ed ho atteso, dormendo prudentemente a casa dei miei.

 

 (Ed ora una digressione culturale, per far vedere che ho studiato)

 

Gli animali hanno anima? Sennò gli hanno sbagliato nome. Ha un bel dire il Parroco che le cose stanno così e così; lui che ne capisce poveraccio? Parla perché se lo sente come compito pur essendo ignorante come una capra, ma ecco già un bell’argomento: la capra è ignorante? L’etologo Danilo Mainardi scrisse un libriccino dal titolo “L’animale culturale” nel quale esponeva come e qualmente il gatto di casa imparasse, se non le tabelline, almeno come s’apriva il frigo. Perciò daccapo: la capra è ignorante?

 Beeh… c’è incertezza, sennò abbiamo sbagliato verso. Io stesso ho potuto verificare quanto una pecora allevata dai cani, si sentisse un cane. Il MIO cane – un logico aristotelico – davanti a questo fenomeno era perplesso e non sapeva bene come trattarla finché la pecora non si avvicinò al suo osso, allora il mio cane prese una lucida risoluzione: “ah, sei un cane? Ok” e gli azzannò un orecchio, trattandola come un cane tratta un altro cane ma anche come un lupo tratta una pecora e infine pure come il cane tratta il lupo; era la quadratura del cerchio: una bella pensata davvero.

Il pensiero del pensiero altrui però - nel conflitto - ci turba. Come si può schiacciare a pera un essere senziente? Senza essere americani o altri cosi, intendo. E allora ecco che giungono alla nostra coscienza sentimenti di colpa preventiva e non si riesce a caricare la trappola mortifera perché le mani si rifiutano di preparare l’assassinio e tremano e lasciano cadere ciò che dovrebbero mantenere, mentre la bocca biascica maledizioni non convinte; è la syn-patìa, che t’impedisce.

E mo’? – chiede il Cacciatore.

Dice Sallustio: “o uomo, tu viandante che transiti per la foresta e per vie ipogee raggiungi la saggezza che né Nemo né Ninive si ebbe e che rifulge come astro del mattino là dove le tenebre si disparono simili a nemici che arretrano in fronte all’invincibile…” –

vabbè, fanculo Sallustio; a me, qua, i topi non mi stanno simpatici (perché si parla di topi, se non fosse stato chiaro); i topi mi piacciono laggiù nelle tane e da qua io rispetto la loro via murìde, ne piango i drammi, mi coinvolgo nelle scelte, delle lor gioie m’allieto. Ma non in casa mia.

Ai pie’ del letto, a vegliarmi mentre dormo confidente, io e Thomas Mann ci vediamo bene un cane; un bel cane che mi volge l’occhio pensoso e sereno nel quale mi rifletto quando mi sveglio; un cane che dedica il suo cambio d’espressione a me, felice di rivedermi dopo che la notte ci ha portato in sogni diversi. Un cane che sceglie liberamente di donarmi il suo amore oppure di restare digiuno, un cane insomma, un cane, un cane, saprete cos’è, santa madonna.

Ma il topino che s’inguatta tra schermi di credenze e su per màdie, lui che indefesso rode nella notte ferina chissà che bèni i cui guasti s’appalesano nel tempo, lo spirito animato sempre in cerca che dona un senso insieme di sgomento e di ripulsa, il topo, il topo che è un topo è un topo è un topo insomma, saprete cos’è un topo dico io, quello non mi piace.

E l’ucciderlo?

Ahi, ritorna la pïetas mammiferale, sentendolo fratello, pur lontano. Egli sbatte le palpebre, regge minuscole cose con minime manine, partorisce con doglia una figliolanza inetta e piangente e l’allatta amoroso, la cura, nettandogli con la lingua il cul di merda lordo, forse gli canta anco misteriose nenie di culla. Come ferirlo? Perfino Konrad Lorenz scriveva come l’aver dovuto uccidere dei topi per esperimenti di laboratorio gli avesse provocato una nevrosi, che si manifestava con incubi ricorrenti in cui egli riviveva orribilmente quegli episodi di assassinio, ragion per cui si era da allora in poi rifiutato di compiere sperimentazioni che comportassero il togliere la vita agli animali.

Eppure bisogna bene fare qualcosa.

Catturarlo; catturarlo e redimerlo; o solo catturarlo vabbè; e poi portarlo lontano in terre nuove, soprattutto a noi distanti, e rendergli la libertà (la libertà ci farà liberi) e guardare il suo stupore nel trovarsi scornacchiato ma vivo! Eccoci dunque all’opera nella cerca di una gabbia che lo chiuda con l’inganno senza nuocere che al suo amor proprio, se ne ha. Eccoci alla monta della trappola innocua, eccoci ululando il Santo del giorno, perché il coperchio scatta a tradimento sul mignolino incauto; eccoci a disporla sul tracciato, corredata di esca succosa. Konrad Lorenz mi avrebbe dato la lode. Mozart e Schikaneder forse solo ventotto.

 

(Fine della digressione culturale a causa di raggiunti limiti culturali)

 

E dunque via all’attesa.

Che non si fa lunga, anzi; eccolo qua, l’intruso; guarda sgomento quel me grande come un campanile (un figone della madonna insomma) che m’appropinquo alla sua prigione e rido della sua paura; lo sollevo e l’esamino: - ah ah – penso – facevi tanto il furbo, tu, e poi eccoti qui; sembri proprio un minchione, ora, chiuso lì dentro; cià, vieni qua – ho detto, e l’ho preso. Cioè, ho preso la trappola, mica sono scemo.

E l’ho portata in ufficio. In ufficio perché? – mi chiederai, o Lettore; ma per farlo vedere alla mia bella collega che, come tutte le donne, non vedeva l’ora di avere un topo vicino, che domande.

E le donne sono strane forte, no? Quando il topo si mostra in tutta la sua mostruosa libertà, scaìnano come la sirena dei bombardamenti, poi, appena egli è in trappola e dimostra una giusta paura di fare la fine del topo, ci s’affezionano.

Poverino, e poverino, ci ha fame ci ha sete, che tenero, che musino, che caro che dolce.

E allora, come finisce la storia?

Finisce così: il topo ha mangiato del formaggio comprato per l’occasione (a un discount, ma abbiamo mentito dicendogli d’averlo preso ‘dal contadino’) e bevuto acqua minerale (a basso contenuto di sodio) dopo di che gli è stata rivolta la seguente proposta: “vieni caro, guarda: un bel campo di grano? O preferisci un coltivo di ortaggi? Una serie di vigne, un meleto? Orsù, vai dove ti pare giusto, figlio mio”.

Il nostro topo ha scelto il bel campo di grano che stava sul bordo di un canale d’irrigazione, lontano dalla strada. E, per la gioia del contadino di lì che supponiamo fricchettone induista ed ecologista, colà abbiamo reso il topo libero.

“Buona fortuna. Sii prudente, guàrdati dai gufi e le faine, stai nel folto delle erbe, muovi passi lievi, odi presto il periglio, abbi cura di te.

E non tornare o ti schiaccio come una pera, stronzo” – gli dissi.

E mi ripartii.






letteratura
22 dicembre 2009
Ora diche, une poesie.



E' comincia la Vacanza, ma però io quella stronza
sarann’anni che l'aspetto, con i fiori, qua di sotto;

le telèfono ogni giorno, dall'ufficio e quando torno,
poi l'anello col pietrisco, serenate non riesco

ma ci provo, e col trombone canto, sotto il suo balcone;
l'ho 'nvitata pure a danza:
non mi caga, la Vacanza.

Diglie tu che son perbene, ciò un lavoro che mantiene,
ciò la macchina col turbo, poi non sporco e non disturbo

c'ho i princìpi tutti in fila, son del Nord non della Sila,
non son brutto, ò un po' di panza... me mi serve, una Vacanza!

Quando cerchi quella cosa, che si vede non c'hai posa
c'hai la faccia del bisogno, te la danno solo in sogno;

che se invece ce l'hai già, tutti te la vonno da'
e t'insegue per la via coll'offerta, l'Agenzia.

Quando stavo bello a Monza, quant'ho fatto di Vacanza!
Ero giovane e spiantato, fannullone, squattrinato,

e studiavo medicina due minuti la mattina
poi con grande spaparanza mi mettevo già in Vacanza.

Era semplice. Perché più non mi riesce, a me?
Che mi manca, ora che posso? cheè 'sto fato che c'ho addosso?

Cari amici, gli anni conto: siam sul viale col tramonto,
del lavoro mai abbastanza, e col cazzo vai in Vacanza.



letteratura
3 dicembre 2009
Sans papier


Ho recente resevù, da un amico, qua in ufficio, un plico; era fermato su un risvolto in modo che non se ne potesse specolare il contenuto senza romperne l’involto, ma lì dentro pareva esserci null’altro che una carta ripiegata sulla quale, ponendo il tutto in controluce, si scorgevano diafani degli sgorbi simili a caratteri runici aggruppati in svolazzi, frammisti di pause puntate e conchiusi da un arabesco in calce. Dopo aver a lungo annusato e soppesato l’oggetto, reprimo l’istinto d’abbaiargli contro e, mantenendolo sorvegliato, telefono all’amico: Chemmaimandàto? – gli chiedo; una lettera – mi risponde.

La mia collega è nella scrivania di fronte; lei è atea, e troppo giovane per discorrere di antichi miti; ha corrugato le belle sopracciglia e m’ha guardato con una diffidenza nuova. Le ho sorriso rassicurante dandole poi di quella cosa ora svelata ragioni tante, e con tal passione che’ella a momenti ne piange (è ‘na donna). La bella commossa, allora, ha preso il cimelio con dita lunghe così delicate e l'ha osservato d'un sorriso tale che, a guardarla, per poco m’innamoro. Ma i sentimenti delle donne son saldi come le nuvole di fine temporale e lei improvvisa muta e si trasforma in un esercito schierato a battaglia perché ora è risentita del non esser parte in causa nel destinatario. Io l'ho rabbonita sostenendo che la causa non era causata e dunque le ragioni del suo risentimento erano causidiche. M'è parsa convinta.
Ed io? Da quanto tempo non ricevevo una lettera? Una lettera scritta con mano armata di calamo e, forse, calamaio, sul tavolo, o magari ancora sul talamo, di presta mattina? “Orsù, alla penna, alla penna!” - cridava il conte, sguinzagliati i veltri appresso il volatile – “Ecco, Maestà” - disse a voce piana il camerlengo, e porse al Delfino il finissimo papiro e un calamo bianco come il volto della marchesina – “Puttana schifa, mi sono macchiato la blusa nuova appena rubata!” - s'udì dire il Franti nel suo angolo di punizione e subito la Maestrina gli die’ la sua penna azzurra, per il che restò pudicamente nuda – “Ventinove... e trenta; ecco la sua ricevuta, arrivederci” - profferì l'Iscariota a Caifa dopo l'infame baratto.
E quante altre se ne potrebbero dire!
Non leggevo un corsivo vergato a mano, coi svolazzi, da immemore tempo; credo fosse l'autunno del sessantanove, o era l'ottantuno? C'era la guerra...
-La guerra era nel settantasei, nell'ottantuno c'erano i comunisti!
-Ma che dici! Nell'ottanta ancora andavamo cantando "siam cazzoni e sì ci piace"! I comunisti son venuti su dalla Val Dellèra che era appena morto il Passoni... sarà stato il novanta, il novantuno...
-No, il Passoni sono io; è morto il Gianci, quello cionco di una chiappa per via della bomba di Via Arenaria...
-Io?!
-Ma no tu, Grimaldi, sto parlando col De Nunzio qui, dormi tranquillo...
-Sono io il De Nunzio!
-E allora il Grimaldi dov'è?
-Ma sei tu, il Grimaldi!
-Io? Ma allora dovrei essere morto! (muore)
-(tutti): Un'altra vittima di Via Arenaria!

Eh sì: le lettere hanno un sapore così antico; ci immagino presto ospìzi, a scambiarci lettere tremolanti tra vicini di barella, le lenzuola gonfie di pannolone, memorando i bei tempi che fu
-Ma quali bei tempi? C'era berlusconi!
-Già perché adesso...
-Perché c'è ancora adesso?
-Guardalo qua (mostra il giornale)
-Ma è un giornale del 1998!
-Perché, è cambiato qualcosa?
-Mah, cambiassero il catetere, almeno...
-Io l'ho chiamato berlusconi
-Cosa, il catetere?
-No, l'uccello; spero che faccia la stessa fine
-Cosa, l'uccello?
-No, berlusconi.

Eh sì, le lettere fanno pensare a tempi lontani; magari futuri; pensate se un bel dì si smorza il petrolio: ci alziamo la mattina, belli vecchi, e non s'appiccia il gas, la luce, il beghelli; è finito il petrolio.
-Usiamo le energie alternative!
-Tu sei scemo, a me piacciono ancora le donne!
-Ma no, dicevo prendi l'idrogeno e vai sul tetto a montare il pannello eolico poi prendi il sole e lo porti giù!
-Ma che cazzo di medicine stai prendendo?
-Ma che cazzo ne so, non c'è la luce!
-Le candele! Accendiamo le candele!
-Ma pensa questo... son cinquant'anni che c'è l'accensione elettronica, twin sparks, common rail!...
-Bravo: e se manca la corrente?
-Ah già, cristo.
-Attacchiamo il frigo alla cyclette?
-Sì, però poi pedali tu che io c'ho centocinquanta
-Di pensione?
-No, di pressione; vuoi farmi morire?
-Morire, morire... beh, potremmo fare delle candele!
-E venderle!
-Ehi ragazzi, state scherzando vero? Non fate gli stronzi dài, ehi, già è buio, possiamo inciampare, non facciamo gli...

Lettere, lettere: Montanelli cian fatto due palle così che dice che scriveva con la Lettera 22, ma essa era già una lettera automatica; anche Günther Grass ce l’aveva; e chi se ne frega. E invece Rosolino Pilo, Garibaldi, Tullio Ostilio?
Omero invece sì che scriveva a mano. E come faceva, che era orbo?
Eèzziomauro?

E Scalfari?
E Scalfaro?
E Scalfare?
E Scalfaru?

Vedete, se l’avessi scritta a mano questa lettera non conterrebbe tanti refusi insensati; questo perché l’inchiostro non ha i virus che ti fanno sbagliare. Certo, in caso di calamaio scaracchiato… ma qui il discorso si fa tecnico e non ho ancora aperto la sezione: “Una risposta qualsiasi per tutto”.

Ma la farò, la farò.

 


DIARI
16 novembre 2009
Famose terre incognite


Si potrà sorridere dell'ingenuità, lo si fa sempre; dunque sorridiamone insieme

 


  Cari utenti, vi scrivo perché sono seduto alla scrivania; sono seduto alla scrivania perché fuori piove; piove perché gli scienziati han detto che avremo un futuro di siccità. Io sono molto più ottimista: finirà di piovere, ecco tutto.

Visto che però qua piove da una vita, mi ritrovo spesso alla scrivania e, per ingannare il tempo (ingannarlo? Mah, licenza) navigo – come si dice – su internet; ma sapete che ho scoperto finalmente internet? Dice: ti c’è voluto trent’anni; sì, ma finalmente mi ci diverto; il computer, questo bidoncino qua che ho sotto il tavolo e l'interfaccia che ha (interfaccia: ma chi li inventa questi nomi: ma si chiama schermo, no, si chiamerà video, visore, al limite; ma non ce l’hanno il dizionario dei sinonimi e contrari, quegli sconsiderati?) questo coso che ronza davanti a me dunque, il computer, l’élaborateur, il calcolatore (come si diceva nei film di James Bond) mi fa compagnia ora, manco fossi al moritòrio vecchio di cent’anni.

Non è assai che l’informatica sociale ha svelato i suoi segreti a noi gnoranti; accadde quando, un bel dì di questo mentre, ci fornirono un portentoso motore grazie al quale ciò che prima era un veliero sciaguattante divenne un off shore che balzava tra i flutti come un marlin; con la spinta dell’addiesselle subito ci demmo alla scoperta dei sette mari e, tra le tante meraviglie, scoprimmo quel sito che tante te ne dice e te ne fa vedere.

Ma esso, a tutta prima, ci apparve terra incognita e misteriosa, e perfino infida. Racconto:

 

navigavo dunque senza rotta ‘sto bel dì, quando m’apparse una lingua di terra: Terra! - Disse il coffiere tossendo da lassù ed io diedi ràpido piglio al cannocchiale e vi guardai:

“Yu tu” – lessi nel fosco della bruma che da quella battigia si levava.

- Affè mia, corpo d’una balena, per mille tonni, ‘cazzo significa? - Gridai al nostromo che alto si levava dal bompresso.

- Sui miei coglioni, capitano – egli rispose con le mani a valve di tridacna – non ne so guari.

- Avanti sulla dritta! Pronti i pezzi di babordo! – ordinai e mi feci accanto al timoniere.

Egli mi guardò con le mani salde sulle razze: - pronti alla strambata capitano; solo un cenno vostro -. Mi somigliava il timoniere, da sempre a me vicino sui quei mari senza una sosta, fedele come una remora al suo squalo; tanto mi riproduce nelle forme e ne’ pensieri che potrei esservi io a quel timone, e lo stesso direi del bravo nostromo, se richiesto. – Avanti sulla dritta! – ripetei, pronti al reset - (termine questo de’ naviganti per fuggire le secche piene di spam, i virusberg vaganti ed altre minacce) – vedi niente tu lassù? – chiesi al coffiere che sol si dondolava in cima all’albero maestro.

- La terra, l’ho già detto, capitano! – mi rispose, lesso come una triglia

- La terra che t’areni, pesce sega! – (era un soprannome datogli per certa sua licenza ed abbandono, a causa dello lungo star di solo) – di periglioso, intendo! –

- Nulla assai, capitano, il ciel m’è testimone! –

- Sì buonanotte… - pensai, ché, se il ciel avea da esser testimone, lo processo sarìa durato d’avanzo la mia vita ed oltre ancora. Guardai il coffiere, per tutto il poco che lo tenessi in valsa quanto mi somigliava; da sempre a me vicino…

- Video, capitano! – fece stentoreo un di babordo che fissava quella piatta schiera all’orizzonte. Era, costui, qualcun che mi simigliava e per animo e per complessione, ed era nomato Occhio d’albàtro, poiché vedeva lungo quanto l’uccello, sia detto senza derisione.

- Video di che? – chiesi allarmato, e puntai il cannocchiale: - pronti al fuoco e alla strambata! –

- Pronti al fuoco e alla strambata! – ripeterono più voci costruendo un’eco che non c’è nel mare, se non per l’umano obbedire.

La nave procedea lenta quanto si potea a quell’ora, malgrado l’addiesselle.

- “You tube!” – lesse Occhio d’albàtro e disse, prima d’ognuno; - tu tubo! – anco voltò in lingua nostra, vanamente.

- Su questi mari, Occhio d’albàtro – gli spiegai – non è tenzone di tradurvi i connotati; essi son lì per pura imago e di null’altro che di suono hanno figura; ma non vi prender parte – aggiunsi da che lo vidi per ciò umiliato – ché è del forte strafottersi ad errori codesti. E riderne come un capodoglio -.

- Il capodoglio ride? – mi domandò il bravo marinaio

- Non saprei – risposi lui, dandogli di mano sulla spalla. – Ai vostri posti –

- Musiche e canti di laggiù, musiche e canti, capitano! – e la voce veniva stavolta dalla coffa che sovra noi a dritta ed a babordo s’inclinava e a poppa e verso prua veniva, seco la nave che le onde accompagnava.

- Musiche e canti? – dissi – allora non si tema, uomini, ché non v’è periglio alcuno! Giù una scialuppa: parteciperemo della festa, che dopo lungo andare ben lo meritate! –

- Viva il capitano! – sì eruppe dalle lor gorge l’entusiasmo; ed è de’ comandanti ravveduti (anco siglai sul Registro di bordo) il saver portare animo tremendo e di buon padre insieme, e premiare la valentìa de’ sottoposti quando essi non s’attendono, sì che venga come un dono di sorpresa. Tale è l’animo umano, che la sopresa grata è più felice e l’ingrata più dura a sostenersi. E noi navigammo fino a costa. Gli uomini cantavano del pari quei di terra.

 
Mi son visto Davey Graham suonar Angie in tempi così remoti, cari miei, che me ne manca perfino la nostalgia; mi son visto un tizio tale che si chiama Tommy Emmanuel e che non conoscevo e che suona la chitarra come un’arpa piena di echi e d’armonici così tanti che, da vecchio chitarrista, mi faceva venire la moratoria (credo sia voglia di morire); mi son visto e cani e gatti che dicevano ‘Hallo’ e ‘I love you’ in cambio d’un biscotto, ma i cani, che son più intelligenti, facevan fatica a vincere l'imbarazzo e roteavano gli occhi per lo sforzo di dir ‘Mama’ alla padrona che ne rideva assai; mi son visto facce di fantasmi ripresi dai loro posseduti, perché si vede che nell’era in cui o sei ripreso o non ci sei, i fantasmi ci sono davvero, almeno in tivvù.

E tante altre cose si vedono in quel voluminoso archivio di follie e di protocolli (c’è pure il c.e.o. di azienda che fa la sua prolusione al congresso) che manca il tempo (e per fortuna) di girarli tutti.

Tu tubo, si chiama, ma in italiano non vien bene. Eppoi, come dice il capitano, queste cose non si traducono. You tube invece si dice e si capisce; vuol dire Tu tubo.

 


letteratura
13 novembre 2009
Sam Spade e la colla tedesca


Qualche anno fa mi telefonarono degli esteri, per propormi un affare che si rivelò una fregatura potenziale. Vennero due tedeschi dell'est con interpreti per farci importare un prodotto "in esclusiva"; peccato che l'esclusiva ce l'avesse già un ingegnere di Firenze.
Lo scoprii con una rapida indagine e brillante deduzione degni di Sam Spade, e allora ecco il racconto secondo il suo stile.




Okay ragazzi: se siete riusciti a scorgere l’America nelle avventure dei suoi Spade, per voi sarà uno scherzo scoprire il Commercio in queste poche righe e rendervi conto che, malgrado gli accenti, questa è una storia vera.

Un’altra cosa, ragazzi: non pensiate che io voglia fare il verso al vecchio Sam; hey, non scherziamo: nessuno è come lui; io sono solo il redattore di un vecchio blog.

E poi andiamo, ragazzi: non crederete che io legga di quella roba.

 

 

 

 

Entrai all’agenzia come ogni mattina; il tempo era piovoso e buio anche se era giorno fatto e anch’io ero fatto ben bene, a causa di quel whisky torcibudella che Sergio detto il Greco mi aveva propinato la sera prima. Accesi l’ennesima sigaretta della mattina e guardai lo sfacelo dell’ufficio con le migliaia di cartacce impilate sul pavimento e su ogni rialzo possibile, compreso il cornicione della finestra. Mi accesi anche un whisky, per cominciare bene la giornata; mentre ero comodamente sdraiato tra la poltrona e le scartoffie, con i tacchi su una montagna di faldoni abbandonati al loro destino, suonò il telefono; scavai tra le macerie e recuperai il ricevitore che diressi all’orecchio giusto, accendendomi una sigaretta.

“Agenziainternet” – dissi, mandando il fumo verso i neon

Dall’altra parte una voce sottile e decisa, una voce che soffiava le acca come una caffettiera in porcellana tutta decorata a mano, una voce che mi ricordò le spire di fumo di una Chesterfield e il profumo del doppio malto; una voce di bionda che fumava Chesterfield doppio malto. Col bocchino.

- “Agenzia di Herr Internet?”

- “Ja” – dissi pigramente.

- “Ho del lavoro per lei, Herr Internet” – disse la voce, accavallando un chilometro di gambe con le calze dalla riga più sinuosa che avessi mai visto al telefono.

La sua erre si agitava tra lingua e labbra come volesse uscire a prendermi. - “Perché proprio io, bambola” – risposi bevendo l’ultimo goccio mentre fissavo le ciminiere del porto.

- “Perché lei è il migliore, mi dicono” – disse lei, flautando tutte le pi e le mi come un usignolo con le giarrettiere di pizzo nero. La cosa cominciava quasi ad interessarmi; volevo saperne di più su quel lavoro, e su quelle giarrettiere.

La voce mise la quarta: - “Potrei essere da lei tra quindici minuti, Herr Internet, se non la disturbo, naturalmente”

- “Okay” – risposi e riattaccai.

Le ciminiere del porto (un vecchio quadro stinto attaccato sopra il diploma preistorico di Agente) sbuffavano sempre lo stesso fumo. Cosa voleva da me la bionda? Lo avrei scoperto tra poco, se era di parola; e se non mi addormentavo, ovvio. Stavo versandomi un Whisky, quando la porta si aprì buttando giù una pila di vecchie carte. L’ingresso si riempì di curve come una strada di montagna.

- “Herr Internet?” – disse la voce del telefono.

- “Quello che ne resta” – risposi facendo un giro con gli occhi sulla strada di montagna – “Si accomodi dove trova posto e mi racconti la storia completa”.

- “Sono la Signora Walther” – mi informò piegandosi su quella che doveva essere stata una sedia e che non sapevo più nemmeno che esistesse tra i rifiuti del mio ufficio; lei sollevò in diretta un polpaccio di mezzo chilometro e lo incrociò con un ginocchio, mezzo chilometro sopra il quale stava frusciando del raso nero. Deglutii.

- “Ha mai sentito parlare della Camera di commercio gotico-lombarda?” – mi domandò guardando la brace della sua lunga sigaretta Chesterfield double malt in fondo al bocchino d’avorio.

- “Continui” – dissi.

- “Stiamo cercando qualcuno, qualcuno in gamba intendo” – continuò, fissandomi con gli occhi di una gatta che fissa la tana di un sorcio – “uno che non abbia paura del mondo, uno capace di osare, capace di fare la cosa migliore in ogni occasione, sempre” – concluse muovendosi come quella gatta, e cambiando l’incrocio delle gambe.

- “Beh, rivolgetevi a 007” – dissi con un gesto pigro

La bionda scattò come toccata nell’intimo: - “oh Cristo, Internet! La prego!…”

- “Non mi metta in concorrenza con dio” – le risposi; - “avanti, bambola, la favola m’interessa”

Lei non era più così sicura di sé come quando era irrotta… irromputa… insomma come quando era entrata irrompendo nel mio ufficio, potrei dire che cominciava a fare il broncio. Cercava di impressionarmi, la bambina. Mi preparai alla scena madre versandomi un palmo di liquido oro. La guardai. Mi sembrava anche di averla già vista, ma dove, ma quando; da tempo non facevo più di quei sogni; lei mi guardò come se se ne fosse accorta e tirò fuori quasi con imbarazzo una lunga sigaretta. Mi sporsi per darle fuoco; aveva gli occhi bassi; quando le fui vicino li alzò così come scatta una trappola. Mi risedetti e affondai nel mio treppiede, al riparo della scrivania.

- “Qualcuno la sta cercando, Internet”

- “Già” – dissi.

- “Io ho qualcosa che potrebbe fare la sua fortuna” – riprese

la guardai per qualche secondo: - “Ne sono più che convinto, milady”

- “Antisale. Pavimenti decorativi. Vernici protettive, resine industriali e non” – stava sputando fuori proprio tutto, la piccola – “non vuole vedere il catalogo?”

- “Non vedo l’ora” – dissi lento, senza muovere un muscolo.

Lei rimase come incerta. Che donna, ragazzi, faceva la faccia da bambola timida, adesso. Aspettai il resto. Ora avevo io il coltello dalla parte del manico.

- “Faccia lei il prezzo” – disse veloce, come avesse dato l’ultima carta. Non ci cascai.

- “Costo molto io, bambola”

- “Io non così tanto” – rispose con un sorriso. Che donna, ragazzi.

La bionda si mosse così velocemente come solo le vere bionde sanno fare ed in men che non si dica avevo sotto il naso tutta la brochure. Non credevo ai miei occhi; lei mi rantolava all’orecchio buono tutte le favole delle mille e una notte, sfogliando pagina a pagina con le dita lunghe che spuntavano dai guantini di raso. Mi parlava presso la spalla destra premendosi contro il mio braccio e spruzzandomi lievemente di saliva. Allungai rapidamente la mano, e presi le sigarette.

- “Okay, okay bambola, non così in fretta. Pominciamo dall’inizio… Iniziamo dal pomincio… sì vabbè” – dissi, accendendo la vecchia paglia. Tirai quattro boccate fumandomi anche due falangi. – “andiamo per ordine. Chi le ha dato quella brochure?”

Lei sorrise per il quattro a zero. – “andiamo, Herr Internet, che importanza può avere? Le sto offrendo una miniera d’oro… e non solo” –

- “mettiamo le cose in chiaro, baby” – ora stavo mettendo le cose in chiaro – “qui si fa a modo mio. Fuori quel nome, o si riprenda la sua bella brochure e vada fuori con lei. Decida, e subito. Non ho tutto il giorno” – andavo forte, quando volevo.

Lei si mostrò sottomessa e prese l’aria di un intero asilo infantile. – “come vuole… e va bene, glielo dirò, sì, quel nome” – Che donna ragazzi. Avessi avuto qualche secolo meno mi avrebbe ingoiato con tutte le scarpe. Ma non ne avevo neanche uno, di secolo meno.

- “Warhol”

- “Come?” – chiesi. Quel diciamo nome non mi ricordava proprio niente, o forse qualcosa. Lei non si mostrò sorpresa.

- “Warhol” – ripeté – “ne hanno, di brevetti. Tutta roba loro. E in Italia non c’è nessuno, nessuno capisce? Ecco, guardi qui…” – mi stava sciorinando una foto di cantiere incorniciata da un decolté calibro 45 magnum pieno di dinamite. Apprezzai la foto e l’album.

- “Riconosce la località, herr Internet?”

- “La riconoscerebbe una seppia in mezzo all’inchiostro, baby. Quella al centro è Venezia. Canal Grande. Sotto le trifore dei Mocenigo, struttura del 1328, rimaneggiamenti di Giovanni da Bel Lago detto il Canoviere nel 1531, è lui che ha fatto le trifore, quel demente, prima erano bifore e si sposavano magnificamente col nartece absidale della volta a vela cruciforme, fino alla costolatura di passo doppio. Un gran bel lavoro però. Il Mocenigo gli ha dato un mucchio di dobloni”

- “E’ proprio così… un lavoro Warhol”

- “Vuol dire che il Canoviere ha lavorato coi vostri materiali?”

- “Oh no” – rise; avevo fatto la figura dello scemo – “dico che ADESSO abbiamo fatto un lavoro coi nostri materiali, a protezione delle trifore cinquecentesche del Canoviere”

- “Bene bene bene; allora è a Venezia che si gioca la partita…” – dovevo recuperare terreno, e presto; - “e che mi dice della Loggia dei Mercanti?”

- “Ehm… a Piacenza?”

- “E quale altra”

- “Beh ecco… anche la Loggia dei Mercanti, certo” – stava arrampicandosi sugli specchi, ma la stetti a sentire perché avrei voluto vedere voi, davanti a una donna come quella; che donna ragazzi; accesi una sigaretta e mi misi comodo.

- “E anche il Vicolo delle Lavandaie, e la Torre Velasca, e il Ponte della Ghisolfa” – andava forte, la piccola – “e poi il Circo Massimo…”

- “Il Colosseo, insomma” – la interruppi

- “appunto. E Piazza di Siena”

- “A Siena?”

- “Sì, no, a Pisa. E le catacombe di Priscilla…”

- “Mh mh. Ho capito, ho capito bellezza” – era un vulcano; dovevo fermarla. – “tutta roba okay insomma, per lavori fini e per palati delicati non è vero? E un bel mucchio di soldi, immagino. Va bene, milady. Qual è la proposta?”

Si fermò un momento, guardando a terra, poi alle ciminiere del porto. Chiuse le brochure lentamente, e mi guardò fisso per circa mille anni, poi tirò fuori la voce da angelo rosa, un angelo nient’affatto privo di sesso, e mi guardò come in trance: - “concessione di esclusiva per tutta l’italia, Herr Internet, importazione dalla Germania, distribuzione sul territorio nazionale attraverso la sua struttura. Corsi tecnici a nostre spese. Conto deposito. Listini creati da lei. Faccia lei le condizioni d’ingaggio”

- “è il mio giorno fortunato, sembra”

- “sembra anche a me” – rispose – “ma non è finita”

- “ah no?”

- “no, Herr Internet, un uomo così baciato dalla fortuna deve dare baci straordinari; e la fortuna forse vuole baciarla ancora…”

- “finirò per abituarmici”

- “lei è meno cinico di quello che vuol far credere”

- “se lo dice lei, milady”

- “contribuzione alle spese di logistica, Herr internet”

- “con la maiuscola, bambola”

- “Herr Internet, mi scusi”

- “è una gran bella proposta” – dissi, mentre lei si aggiustava una calza tra il ginocchio e lo schienale della sedia. – “esclusiva per tutto, vero? Tutti i Canovieri di domani”

- “niente escluso, tutto ciò che vorrà…” – mi rispose soffiando fusa a tutto andare, la bionda.

- “E con l’ingegner Granza come la mettiamo?”

Lei sbarrò gli occhi e si scosse come le avessi dato uno schiaffo in pieno viso: - “come?… come… chi le ha… chi…”

- “Ingegner Granza, di Firenze, importatore unico per la Warhol Italia, è lui che ha fatto i lavori di Venezia sulle fondamenta del Ponte di Rialto, non è così, bambola? Rialto, mica Mocenigo; e il Canoviere, alias Giovanni da Bel Lago, non è mai esistito!”

- “Ma… ma cosa… cosa dice, io…” – si era alzata dalla sedia, facendo fremere tutti i suoi chiffon come tirasse il vento; anch’io mi alzai, e la presi per le braccia: - “e per sua norma, milady, la Loggia dei Mercanti sta a Milano, il Ponte della Ghisolfa è in ferro! E il Colosseo è il l’anfiteatro Flavio, non il Circo Massimo! E a Pisa non c’è nessuna Piazza di Siena! Infine a Venezia nel 1531 pagavano in zecchini e non in dobloni! Ti hanno detto di venire a raccontarmi tutte queste frottole per incastrarmi vero? Avrei firmato un contratto capestro con l’esclusiva di niente per dieci anni, vero? E avrei avuto un budget colossale che non si sarebbe mai potuto fare e avrei allora pagato le fatture anticipate per forniture che non si sarebbero mai potute vendere, vero? Vero??” – gridai scuotendola; la bionda era in piedi, frastornata e angosciata, non sapeva più cosa dire, i capelli in ciocche morbide le cadevano sugli occhi pronti a piangere tutte le loro lacrime – “Oh, ma… come hai fatto a… chi… cosa… io… tu…”

Le lasciai le braccia mi voltai e accesi una sigaretta - “ho i miei informatori, baby, credevate di farmela, ma vi è andata male; l’ingegner Granza è già sulle vostre tracce e non vorrei essere al vostro posto, adesso; ti consiglio di sparire, bellezza, prima che la VERA camera di commercio ti trovi e te la faccia pagare; c’è un taxi, qui sotto, e va solo all’aereoporto. E adesso fuori, bambola, prima che cambi idea.”

La bionda andò verso la porta, mise la manina sulla maniglia, poi improvvisamente si voltò: - “Internet, io…”

- “sì lo so, sparisci baby, è pericoloso viaggiare di notte, per una come te”

Era andata. Mi sedetti alla scrivania e appoggiai i tacchi sulle macerie. Non era nemmeno mezzogiorno e stava già facendo buio, mi versai un bicchiere; accesi una sigaretta e fissai le ciminiere del porto; quel porto buttava sempre lo stesso fumo; in alto garrivano i gabbiani e il cielo stava rannuvolando. La gazzetta riportava le solite notizie. Mi accesi una sigaretta; ah no, l’avevo già accesa; beh insomma; allora bevvi un bicchiere di whisky; la pila di carte su cui ero appoggiato faceva di tutto per cadere, ma i mozziconi glielo impedivano. In strada qualcuno gridava; gli gettai una cicca, e smise di gridare.

 

 

letteratura
6 novembre 2009
Campioni del mondo

Mi arrivano ogni tanto lettere-fregatura che sono più comiche della mia satira, ma io ci provo lo stesso (a farne la satira).



“Egregio Imprenditore: la Sua azienda è stata selezionata tra le dieci migliori della Regione Lombardia, per questa ragione La invitiamo alla trasmissione ‘Il Grullo Importante’ ove, alla presenza delle autorità mondiali, saranno consegnati i prestigiosi premi, tra cui un importante asino in maiolica opera dello scultore celebre Pippariello che potrà ben figurare (l’asino, no lo scultore) nella hall del suo edifich ad onza della concorrenza. Nell’ancora nuovamente rinnovarLe la ripresentazione delle nostre ulteriori congratulazioni, Le diamo dunque appuntamento il giorno…”

 
Questa lettera (uguale almeno nel senso) mi giugne con scadenza tri o tetraennale, di quando in quando, e non ho capito se gli estensori di essa mi pensino proprio un cretino senza pari o semplicemente uno dei più grandi cretini che ci siano in giro. Nell’un caso e nell’altro mi trovo in qualche modo lusingato.
La prima volta che la ricevetti fu molti anni fa; lavoravamo da pochi mesi, manco c’era il primo tabulato, ancora non si sapeva quanto avremmo guadagnato, forse entro poco saremmo falliti, forse avremmo costruito il ponte sul più largo tra gli stretti, forse saremmo rimasti lì, coi tabulati, per sempre com’è poi avvenuto; noi non lo sapevamo ancora.
Ma Qualcuno sì: ecco che arriva la lettera; la mia impiegata d’ailleur legge e trasecola: madonna di Cocorito: in tre mesi che esistiamo, già siamo l’impresa migliore della Lombardia! Delle due l’una: o le migliaia di imprese lombarde fanno cagare quasi tutte, oppure il mio datore di lavoro è un genio come Leoniere lì, Leopardo, quello con la barba che ha fatto Il cielo in una stanza e Pota Lisa cinquemila anni fa.
Purtroppo c’era un’altra ipotatèsi: ci pigliavano per il culo; sì, lo so, è una locuzione poco adatta ad una convention di badgeurs, dove invece si parla sì di trombate epiche, ma con toni molto mètropol; però, sia come sia, essi ci pigliavano così.
Lei arriva sventagliandosi con quella busta e mi porge la lettera, ha gli occhi sgranati che già sognano il nostro ufficetto trasferito ad un cinquecentesimo piano di vetrate da cui dominare il mondo tra musiche soffuse, petrolieri, miliardari e presidenti d’ogni cosa. Io leggo.
E, dominando il desiderio di usarla impropriamente, appallottolo la lettera e la sfrango nel cestino; poi mi accorgo dello sguardo della fanciulla e spiego:
“Mia cara, ci hanno ritenuto per il deretano”
“What?” – dice lei, con accento un poco svizzero
“Catched by the ass” – traduco approssimativamente in lingua international
“Ma va?”
“Essì”
“E io che mi figuravo…”
“Figuriamoci”
“E se fusse vero?”
“La verità è una” – dico, facendomi forza della recente lettura di Vangeli apocrifi
“E qual è?”
“Non cominciamo a fare gli scettici”
“Non abbiamo vinto?” – si lamenta lei facendo boccuccia; e allora io mi commuovo e mento:
“Ma sì, ma sì”
“Abbiamo vinto?!” – saltella
“Ma sì, ma sì”
“Che bello, siamo una delle imprese migliori della Lombardia! Lo dirò subito alle mie amiche!” – fa lei, ed esce
“Rosamunda!…” – la chiamo
“Sì?” – dice lei affacciandosi
“…Del mondo!…” – le sorrido. E lei va via davvero davvero contenta.
 
 
 
letteratura
15 ottobre 2009
La passione della scènza


Abbèrgamo, ogni anno c'è la rassegna "Bergamo Scienza", a ragione diventata prestigiosa; dato che si paròdiano sempre i famosi, eccola affettuosamente presa un po' in giro



Cari Bloggutenti; ogni anno, a Bergamo, ha inizio la rassegna “Bergamo Scienza” che raccoglie le voci più autorevoli e le idee innovative nel mondo della ricerca. Dite: ma che c’azzecca con la letteratura? Dico: niente, ma possiamo sempre stare a far poesie alla nostra età? Bergamo Scienza è l’occasione per osservare un mondo solo apparentemente lontano, in verità prossimo a noi stoici ricercatori della giusta parabola da trasmettere ai posteri che, di solito, se la perdono.

Questa della scienza di Bergamo insomma, è una manifestazione molto interessante: non come – tanto per fare un po’ di campanilismo – Brescia Scienza, che non si sa neanche se c’è, o Monzasciènza che non la fanno perché fa ridere.
Dunque, entusiasta come ogni anno, anche questa volta non ho partecipato. Ero malato, diciamo; oppure me ne sono scordato, magari. Comunque, sul sito della manifestazione, ho raccolto il programma del convegno e vel’invio per cultura generica così che, quando l’anno verrà, potrete essere indotti a parteciparvi edotti i giorni adatti. 


 

PROGRAMMA
 
Venerdì 44 Ottobre – per il ciclo: “L’informazione trasmessa”. Il Professor ‘Ndongo ‘Njimenji dell’Università del Botswana tratterà l’argomento: “Raccogliere l’informazione continuando a chiedere in giro: nuove tecniche di selezione e catalogazione dati per lo sviluppo di un mondo in espansione”.
 
Sabato 100 – argomento: “Esempi di fisica nella realtà quotidiana”. Relatore: il Professor Wallace A.B.C.D.E.F.G. Clucher del MIT di San Antonio (Texas) che dimostrerà come tutti i presenti siano seduti su un oceano di petrolio, per cui poche balle: basta scavare. Durante la parte pratica della conferenza, il Prof. Clucher eseguirà prove balistiche sparando contro il soffitto e catturerà al lazo alcune particelle elementari.
 
Safedì 1 Ermete – Il Prof. Ben Cheechow (Beniamino Ciccio) dell’Università di Tor Bellamonaca tratterà “La fisica del miracolo: è possibile vedere la Madonna senza schiacciarsi il pollice attaccando un quadro?”
 
Ottigiugno Primo Brumajo – L’Ingegner Joshua E. Donovan, capo del Centro Ricerche della General Motors di Santa Monica tratterà il problema dell’esaurimento dei combustibili fossili ed illustrerà una linea di studi dal titolo: “Nuove tecnologie del trasporto: l’auto a spinta”.
 
Settettrènta in punto – (Relatori vari) L’architettura dei sistemi complessi ed i castelli di carte: percentuali di crollo di teoria e pratica.
 
In Lugliembre – Per il ciclo: “Qualità della divulgazione scientifica”, il Professor Bjork Van Der Prott dell’Università di Uppsala illustrerà il principio di azione e reazione spostandosi per l’emiciclo a furia di peti.
 
Ieri – Il Professor Eustorgio Eustorgi del Centro Ricerche del Gran Sasso inviterà i presenti ad osservare il Bosone di Higgs mentre viaggia attraverso la stanza con spin levogiro assieme al neutrone beta ossigenato irrorato dal vento solare, quindi indicherà il percorso del leptone fino al legame covalente con il neutrino emesso da un diodo di manganese eccitato dal quark “Bellezza”, infine svelerà che è stato tutto uno scherzo ed i cittadini dovrebbero credere solo a ciò che vedono veramente, razza di fregnoni.
 
Oggi – Il Professor Ko-Tang-Too dell’Università di Mindanao parlerà sull’argomento: “L’intelligenza dei delfini: mito, realtà o scherzo dei delfini?” il suo Assistente Dr. Flipper modererà il dibattito conclusivo.
 
Domani – Per l’argomento: “Inganni e frodi nella scienza” il Professor Jules De La Varenne dell’École Normale non si presenterà alla conferenza inviando un assistente sordomuto che farà il gesto dell’ombrello.
 
Forse – Per il ciclo: “Scienza e religione, un possibile punto d’incontro”, il Professor Émile Châque-Jonta presenterà la clonazione in provetta di un prete valdese.
 
Sesta:– Il filosofo Wolfgang Haagen dell’Università di Gottinga parlerà a lungo e noiosamente sull’argomento. “Prolegomeni di un’eidetica antroposofica: dizionario o pernacchia?” seguirà una compensazione di mezz’ora di disco-music con i “Metallica”.
 
Nona: Per “L’ottica del riciclaggio: utilizzo del rifiuto organico” a tutti i presenti sarà offerto un buffet a base di avanzi vari in salsa di formalina.
 
Vespri: Sull'argomento: “Toccare i fondi della ricerca: il finanziamento pubblico, lo stanziamento governativo, l’accattonaggio”; il nutrizionista Professor François Von Capece indagherà l’efficacia della meditazione Zen come metodo per superare il senso di fame lancinante nei digiuni prolungati dei giovani ricercatori.
 
Compieta: Gabbriele Sammariello (‘O Tottòre), ricercatore precario di Epistemologia alla Sapienza e posteggiatore abusivo tratterà: “La paranomia in Wittgenstein, il mito delle Naiadi, l’etica del capitalismo ed un buon parcheggio – formalismi e basi della ricerca incomprensibile”
 
Concluderà il ciclo: “Frontiere della Ricerca: La Ricerca della Ricerca” una simpatica caccia al tesoro con il corpo docente dei laboratori della Smithsonian University.
 
Accorrete numerosi.
 

letteratura
10 ottobre 2009
Sbadabrànghete (esercizio)

 

Eccomi qua a raccontarlo, l’incontro col TIR; non poteva che esser solo rimandato, me lo figuro, il TIR, in attesa guardando l’orologio, tamburellando i diti sulla scrivania e facendo gesti d’impazienza; col fiatone, sono arrivato: è un po’ tardi lo so scusa eccomi, sbadabranghete.
Per orgoglio, posso dire che era un gran bel TIR. Portava mangimi. Mangimi di prima qualità. Aveva una grande scritta sulla fiancata, rossa su fondo bianco e, da terra, mentre lui procedeva maestosamente sulla mia moto, ne ho potuto ammirare la perfezione grafica, il grande risalto cromatico, l’ottima scelta stilistica. Il rombo del motore era pieno e senza battimenti d’ingranaggi; la risposta all’accelerazione, pronta e sicura; la cabina alta e ben modellata, con la vetreria apposta rastremata perché il conducente non avesse a rischio di vedere qualcosa, sotto il tergicristallo. Le cromature lucevano come raggi di sole d’agosto ed io, azzoppato, m’incantavo nei riflessi, commuovendomi al pensiero di quel gigante lustro, certo da mani amorevoli quotidianamente spolverato. Poi il petto mi si gonfiava di fierezza al pensiero che non da un camionaccio zingaro e farcito di letame, droga e zebre di contrabbando ero stato spiaccicato, ma da un grande e nobile carro da viaggio sterminato. Sterminato dunque, dal selciato forzai un braccio e con l’ultime forze, militarmente, salutai. Poi:

ELEGIACA

Tornavo su Sùzzuki al nido
M’invèstero, dissi: “porcòno”
Percossi l’asfalto con strido
Invece che corrervi a tuono

Portavo nel bàule un notbùk
Ch’avevo neanche dervìto
Appena comprato nel Sùk
(Mercato trovato in un sito)

Si Rùppese? Nònsi ‘azziaddèo
Ruppémesi ‘a moto, peraltro,
Un péde acciaccòssi (era ‘l meo)
Fu tutto. Parliamone, d’altro.

BERGAMASCO, O QUASI

‘Hìga, ta me vegne’t ‘nde’ ‘l cü?? ‘Cudìghel, te vede’t no ca sùn chi, ‘ndu è ‘l chi ta vàrdet, tarèl da l’òsti! Ta sèt no ca ta pudevet cupàmm?! Nèm, tìra föra i docümènt: dès ta pàghe’t dìs miliù par mi e vìnt par la muturett, o rembambì d’on rembambì!!!

MEDICO

In posizione accovacciata su un supporto in equilibrio dinamico, l’arto inferiore destro addotto e flesso ed il sinistro abdotto con il metatarso a fare perno sul suolo, subivo un urto da direzione postero laterale sinistra, tale da causare proiezione sul selciato, raggiunto, nell’ordine, da: avambraccio, articolazione omero-clavicolare, cresta iliaca e gluteo destri e auricchio. Destro.
Riportatomi in posizione ortogonale, sintomatologicamente avvertivo dolore trafittivo al metatarso destro, mentre all’esame obbiettivo potevo riscontrare distensione del tendine d’Achille, contusione dell’epicondilo, distorsione dell'articolazione astragalo metatarsale ed un ipertrofismo delle masse muscolari glutee, non essendo deceduto per arrotamento e schiacciamento sotto il TIR. Ma che culo! Su Rieducational Channel.

IN ATTO UNICO

Io: - bruuuummm…
TIR: - vovovovovo…
Io: - brùmme brùmme brùmme brùmme… rattle rattle…
TIR: - voooOOOO…
-SBRANGHETE!
Io: - 'crament d'un sacramént!…
TIR: - calamascüsa. (sipario)

TEMA DELLE ELEMENTARI

Ieri il mio papà è andando in moto che a fatto l’incidente.
Lui era in moto e il camion era in camion, il mio papà è forte ma però il camion gli a fatto una mossa speciale che il mio papà è caduto.
Testa di cazzo, gli a detto il mio papà.

TESI DI LAUREA

(ndt) pardon, non mi ho laureato

RELAZIONE INTERSPECIFICA

Squiit squiit! Grooowwll… Uàf! Mmmeeeooo!… cirp, cirp! Ma va? Oink! Chicchirichììì!… Ih-òòòhhh!… Ih-òòòhhh?… Ih-òòòhhh!! Da non credere!

IN RUSSO

Sulla rotonda di Piazza Sempreverde, allo sbocco di Via Caducifoglie, un TIR che avevo arréto improvvisamente mi sparava a drive di golf mentre ero fermo. Come è potuto succèdere? Il TIR, sappiate, cari alunni, ha un angolo morto proprio lì e con quell’angolo morto ci ammàzza la gente; io l’ho sfangàta perché c’ho culo e perché c’è San Crisostomo, come scoprirete più avanti. Allora com’è finita? Mah, un po’ di male al piede e un bel po’ di moto rotta; meglio che il contrario, no? Saluti e scongiuri.
(complimenti, vedo che conoscete il russo)

MEDIASET

Una manovra scorretta, proditoria, criminale e volutamente pericolosa ha causato un improvviso urto dalla solita sinistra in corsa estremista verso il tranquillo centrodestra in posizione assolutamente regolare; solo il senso di responsabilità della nostra parte ha evitato il verificarsi di una tragedia. I nostri difensori hanno già intrapreso ogni azione contro questo complotto eversivo. Cittadini! Non molleremo finché queste élites in camions non saranno ribaltate! Aderite alla protesta con tutti i mezzi, anche l'atomica, vah.

GRILLO

Vaffanculo! Ma vaffanculo! E vaffanculo! E... indovina? Vaffanculo! Ohhh, come mi sento meglio!

TELEFONICA

Pronto? Pronto?... io!... in terra!... e sì, m’han tirato sotto!... eh?... ma no, uno stronzo che… eh?... sì sì, no no… ma sì… ma no… ma certo… eee… ee… ma… s… c… ce… ce l’ho ce l’ho!… sì sì… ma... ma... guarda… e ceerto, e ceerto! Che… no… no… noo… ma se ti dico che ce l’ho!... eh, chiama piuttosto… sì, chiama piuttosto… eeecco! eeecco!... no, ma chiama piuttosto… sì… sì... lo so... ma chiama piuttosto… va bene, va bene… va bene, va bene… va be… sì… sì… sì… essì, essì… chia… chiama piuttosto… eh?... va be’, va be’, senti, chiama piuttosto… ho capito… sì… e tu chiama piuttosto… esaatto… esaaatto… esaaaaatto… eh!... eh!... eh! Sì, sì, sì… chiama piuttosto… vabbè, vabbè… comunque chiama piuttost… eh? pronto?... pronto?... proontoo! Cellulari di merda!

RAP

Menandàvo sulla stràda e non ti cagavo il càazzo
Eh ma tu mangi la biàda, te la fumi e rompi il càazzo
Fai la curva e poi che càazzo, poi che càazzo, ma che càazzo, càzzo rap di rap e càazzo

Eh ma allora sei fumato, ‘cazzo poi ti sei sparato
Ciai le ruote di tre metri e con quelle rompi il càazzo
Io passavo coi miei cazzi, ma ‘te non t’ho rotto il càazzo
M’hai sdraiato, sei fumato, ma che càazzo, ma che càazzo, càzzo rap di rap e càazzo.

RACCONTATO DALLA NONNA

Ehh, ma il Maario… il Maaario… oddioddiod’unsignuur, io l’ho sempre detto, eh: la moto l’è pericolosa! Lui era lì, c’era la strada, sulla strada quelli… com’è che si chiamino… i tir, i tir si chiamino? I tir, eh; benappunto, non passa un tir (pausa, mani giunte) bam… me lo tira sotto (pausa, labbra strette). O che spavento, che spavento… quando me l’hanno raccontata… o mariavergine… oddio dio santissimo eh!… fortuuna… fortuuuna che qualcuno gli ha tenuto una mano sulla testa, san Crisostomo, che lo raccomando sempre, sempre, io, eh, è il mio santo… san Crisostomo ha fatto un miracolo, un miracolo guarda; perché se non era per lui (accenno vago in alto), un tir! (desolata): Me lo schiacciava…

RACCONTATO DALLA MIA NONNA

Gl’ha mica dato un colpo, ‘na botta; paf, l’ha buttato ‘n terra co’ tutta la moto! E stava lì, ‘sto grullo, che gl’ho detto: “o grullo, o che fai costì ‘n terra? Se tu se’ morto e pazienza, ma si tu ‘un se’ morto lèvete che tu ‘mpicci ‘l tràffico!” e s’è levàto e ‘n andava via zoppicòni, che gl’ho detto: “o stai bello ritto!”

IL GIORNALE CITTADINO 

Questa mattina alle ore 18:30 in Via della Passera d’Oro angolo, Largo Staceppa un TIR condotto da Guido Malamente, di professione: conducente: procedente da Corso Medaglie D’oro Agli Alpini Della Divisione Pasubio Per La Battaglia Dell’Amiata Vinta Peraltro Dal Nemico, investiva Alfio Balestroni: 480 anni, commerciante di bidoni, il quale, a bordo, di: una motocicletta, Siuzyuchi 65.000 ABS, stazionava sotto la rotonda fermo sulla moto con la moto in moto.
Nell’urto;
il Balestrazzi cadeva a terra insieme alla moto-al computer di bordo e al telefono che riportava la sensazione di contusione al piede.
La motocicletta riportava graffi ed escoriazioni su, tutta la carrozzeria.
Il conducente del mezzo investitore; si fermava e portava i primi soccorsi alla moto e al ferito che camminavano bestemmiando sul posto sono immediatamente a corsi i: mezzi della Polizia Investigativa Locale, senza redarre un verbale.
L’ncidente si è risolutamente risolto senza feriti tranne i danni. Grazie a: San Crisostomo.

MARY POPPINS

Ragazzi, ragazzi, vi siete divertiti a fare l’incidente e va bene, ma adesso ohop (batte le mani), méttere tutto in ordine, oplà! E, se lo fate bene e velocemente, poi, forse, potrete avere, chissà, lo zucchero filato; Angiolino: tirati su da terra che ti sporchi tutte le ginocchia come uno spazzacamino! Allora: un due tre cantiamo insieme: "Supercalifragilisticespiralidoso…" chi ha detto inculassòreta?

MONTANA

A Bergamo bassa, tra moto e tramvài
C’è sempre qualcuno che còmbina guai
Stavolta era un TIR, che, guido e non guardo,
Si mette di mezzo più lungo che largo
O largo che lungo, e poi mi fa fuore 
Insomma dev’esserci la rima con…
…Banditoooreeee…

Ormai son le sei, le sei della sera
Chi vien dai cantieri, chi è stato in miniera,
Chi dalle ferriere, chi dalla catena
Ma tutti la minchia ce l’hanno ben piena
La fila non corre, c’è un incidentore
Sarebbe “incidente”, mannaggia la rima con…
…Banditooooreeee…


UMBERTO ECO

Sfogliando un incunabolo che il Franz Französo attribuisce a Juan Huerpa Sella de Sevilla e ritrovato nel 1812 da Weirmann-Armé nella libreria di un antiquario ebreo a Gottinga, ho trovato i versi in eptasillabi, che vi traduco, a un dipresso:
“Joar, neveente staagh kuthf kuht smouytgb frafc, gyrc gytrc, weweente jiiil qyhbdsyhaallo perreerepreepee”
“Joar, l’ora tarda e lo sterco ottundono il senso delle cose, tutto cede sotto l’ègida della santa parola qualsiasi, cos’altro dire se non perepeppee?”
Il volume è rilegato in-folio secondo l’uso secentesco dei Certosini praghesi, come sostiene il Wuibrandt, ma presenta alcune particolarità: intanto, la cartapecora è cerata sicuramente a Parma, dove dal 1586 al 1621 aveva famosa bottega Juvanni da Sacroinverno, l’artista rilegatore che utilizzava i crètoni brètoni e le mammues che crescono solo sull’altipiano di Rodi per galare le pelli, poi la costolatura è realizzata in pezzo unico, tecnica sconosciuta agli artigiani magiari fino al 1596. Inoltre la discesa di Carlo il Grande a Magonza e la disfatta delle armate della Lega Anseatica a Reopoli avevano tagliato al Ducato di Bamberga i rifornimenti del famoso “Mereum”, ma il Sultano del Brunei optava nello stesso tempo per una riunificazione della Calcedonia all’Impero, come ci ricorda dall’Università di Sofia il Dahomey. Cosa comporta dunque per noi, oggi, la revisione dell’opera del Rahminjam? Come sostiene Murray Sahib, non conoscendo nulla di Ramòn, possiamo solo fare alcune ipotesi… come dite? Ah, l’incidente? Di incidente parla per la prima volta un manoscritto del monaco agostiniense Covaldo da Remimbrione…


DIARI
9 ottobre 2009
Un viaggio esotico


Uno strano prete lassù: un po' Don Milingo, un po' Frate Tuck e un pochino quello che suona i bonghi al parco; m'è toccato, proprio a me, far la parte del borghese liberale. Insomma: parafrasando Brecht, nientemeno, mi son seduto dalla parte della tradizione, perché tutti gli altri posti erano occupati.

 

 Faccio spesso anch’io viaggi esòtici per lavoro. Talvolta mi ràmpico in certi recessi che, a confronto, il Kammerlander l’è uno che passeggia pel tinello, o mi sprofondo in delle valli che, a petto mio, il Mayòl si faceva il bagno in vasca con le paperelle; insomma, sono un eroe.
Al contrario di quegli alpinicchi da ottomila metri, io però faccio centinaia di chilometri e, percorrendo settori di cerchio con raggio di pochi metri, mi perdo raramente: quando capita, poi, non rompo i maroni a nessuno e non ho certo bisogno della squadra di soccorso: semplicemente, c’ho la cartina, giro e cambio strada. In uno dei miei viaggi in queste terre vergini, mi capitò di incontrare un prete vergine a capo della sperduta canonica montana di xxx mentre percorrevo la strada per xxx insieme ad xxx, referente per xxx di x. Perdonate questi refusi, ma da quando ho vinto mille miliardi all’enalotto ho un tic nervoso che non mi lascia in pace. Ics.
Come sia, ero in quel loco - una parrocchia secolare - con un emissario, per fare lavori di prestinenza autiaria e praticare alcuni sclodovei nel bugirrone, prima di rattare ogni forma di cesura ìgnica rifinendo nel contempo tra le sé sia i vìcchi che le baiotte (è con parole inventate che faccio i soldi io, da quindic’anni) quando arriva, a passo di pantera rosa, un giòvine scioperato con lunghe basette e capìglia da Woodstock, dall’apparenza d’un cristo in borghese appena prima la bastonatura:
-Non compro niente – gli faccio io, concentrato sul caso di cantiere
-Le presento Don Lurio, il pàrroco – mi dice l’emissario, trasformandosi in portavoce
-Oh, che bella sorpresa – dico prontamente, e tendo una mano che pare una vanga di saluti.
Il pàrroco mi saluta con grazia festosa ravviando le chiome bionde, ìndi m’ìndica un suo pari:
-Lui è Don Bairo – dice ed io sàlvo un ragazzo perticone coi calzoni come John Lennon, la camicia da Ozzy Osbourne e che finisce in cima come un Branduardi, che gli manca solo il violino e il talento.
-Ehilà – dico, con un poco di scompenso mentale – Moltissimo piacere – mi fa il giovanotto chinandosi dall'alto fino a me con un sorriso che gli squarta la faccia; - ok – rispondo con un colpo d’occhio e torno alle muraglie, che almeno quelle son sempre quelle.
E al proposito delle muraglie si parla e si discute con questi giovani biblici, dell’essenza evaporante di certi miscugli di calce naturale e di come qualmente una canonica secentesca n’avrebbe giovato nei secoli dei secoli. S’illustra, e poi si fa pausa andando a bere al bar delle sostanze di peccato.
-Una birra – fa Don Lurio, garbato con piglio, e tutti pigliamo chi soda, chi droga, chi acqua brillante; così incoraggiata dalle bevande e dalla posa acculata, la chiacchiera sorge libera ed infante, e cresce giovanotta fino alla nostra età diseguale. Attorno al desco sta Don Lurio, ieratico come un tòssico, io, polveroso e indulgente come una pecora nera e due figuri spersi che son l’impresario miliardario e l’agente fornitore. Il Branduardi s'è perso pei sentieri magnato dai lupi.

Si parla e si dice, pesando gli argomenti di fronte a tanto apostolo per giovane che sia. L'agente fornitore e il miliardario, usi a far boccacce brutte, son sorridenti e rigidi per tema gli scappi dal guinzaglio un porco imbizzarrito, io guardo curioso questo strano canonico recente, d'una fatta esteriore che credevo scomparsa da quei tempi che chi conosce sa che tempi furono. S'avanza comunque, per piaggeria da cerchio ottavo, dalla bocca dell'agente, l'argomento della santità di Madre Chiesa e delle giuste parole dei Suoi Dottori.
-Non sono d’accordo – sbotta il prete, scuotendo le trecce
Costernazione dei due spersi. Io sogguardo dal bicchiere; ripiglia il don:
-Ma siamo pazzi: vorrei vederli all'opera! Facile parlare così!
Il biondo ecclesiastico si agita come Linda Blair; i boccoloni a mezza schiena gli si fiondano fin sul viso e lui li scosta con gesti hollywoodiani; sorbisce ogni tanto la sua bibita gialla, ma si vede che non è contento: ha uno sguardo celeste senza alcun cherubino. È proprio incazzato. I miei anfitrioni hanno i ghiaccioli sotto le ascelle nello sforzo di capire chi di noi andrà all'inferno.

Io cerco di rabbonire l'incongruo sdegno del ragazzo di Dio: – Su, su, Don Lurio: sappiamo che la Chiesa di Roma è un organo autocratico e rigidamente gerarchizzato, fondato sulla regola dell’obbedienza e tu…
-Obbedienza un cazzo! – risponde il prete, con trabalzo degli spersi
-Ovvia, Lurio – gli fo osservare – ti sei reso organico a questa cerchia…
-Chi, io?! Dice lui, che veste gins e polo con le adidas e niente collarino
-Ehm, mi rendo conto che siano scelte… - riprendo - …scelte… complesse; che possono lasciare un po’ confusi nell’animo, ma vedi, ragazzo mio, se si accettano i vincoli d'un impegno, questi, vincoli rimangono… sacerdos eris in aeternum, si dice così?
Ringhia a mo’ di un cane, il pastore: – Ah, bravo! Parli come un gesuita! E però ti piaceva quella tipazza in minigonna, no? T’ho ben visto che la sbignavi rapace!
-Eh beh sì, ammetto il peccato - motteggio - ma che c'en...

-È la normale sessualità tua – mi assolve con un impeto tale che mi vedo già beato – e anche mia; oddio: niente da dire anche sull’omosessualità, ci mancherebbe…
-Lurio carissimo, eh no – indulgo paterno – la Chiesa Santa e Romana di cui fai parte condanna l’omosessualità…
-E chi se frega! – rugge il pàrroco facendo cigolare la sedia – si sbagliano, quelle mummie degenerate, paolotti  baciapile e facce di cu…
-Ehm, sì… ma il Papa… - azzardo
-Buono quello! Sai cos’ha fatto nella vicenda dei bimbi violentati dai parroci pedofili?!
-Oh certo, lo so… ha redatto il “Crimen Sollicitationis” nel quale prescriveva di sottacere ogni responsabilità e spostare semplicemente il parroco di sede… è stato quando era ancora cardinale e...
-E dunque! Vorrei che lo avessero violentato lui, a cinque anni, vedremmo se ora parlerebbe così!

-Don Lurio – strabuzzo – stai parlando del Papa!
-Embèèè??

-Embè sei un prete e insomma gli devi obbedienza, su ciò si basa la regola che hai accettato, e dato che l'hai accettata ora non sei libero, vedi dunque perché è importante leggere il contratto prima di firmare, - e qui, con uno scatto animale, i due predatori mi fissarono - tu hai firmato la tua consegna ad una autorità!

-Io devo obbedire alla mia coscienza e basta, non riconosco nessuna autorità! - e, per un momento, il giovane capellone sembrò tale quale l'icona del Che che guarda oltre e sopra noi.
-Ascolta, Don Lurio: ma allora su cosa sei d’accordo con la Chiesa? - m'arrendo.

-Su niente!


Così ecco che, in quel giorno di mezzo autunno, a un’ora premerìdia e accingendomi a quella parte che nel lavoro di commercio, industria e insomma di tradement si chiama: pùbblic relescions, io vivvi, vivei, vicqui, viiii, ciò che ordinariamente accade contrario; cotidie, succede che Don Cesiro tenta di convincere Lazzarone della straordinaria evidenza del paradiso, mentre Lazzarone nicchia. Nel meriggio di quel dì, io, al tramonto dei miei quarant’anni tentavo di convincere un parroco men che trentenne, capellone ed in borghese che è necessario comprendere la natura delle cose, essendo in questo caso la cosa: la Chiesa, e che essendo con quella in totale disaccordo è possibile vivere la propria spiritualità in modo alternativo, ma m’accorgevo che esponendo la ragione delle cose, in fondo, le giustificavo, e quel prete mi rispondeva come avesse avuto innanzi un vecchio gesuita che nasconda il marcio in mezzo alle parole, così, investendomi di slancio giovanile, agitava spavaldo, beffardo, aggressivo davanti a me, un rosso, ma rosso rosso stendardo di protesta.

Per quante vie il padre eterno ti punisce di contrappasso!...

 




permalink | inviato da internet il 9/10/2009 alle 19:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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