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satira, un punto di vista un po' storto
letteratura
29 novembre 2009
Tutti a San Siro!

Visto che agli italiani piace tanto la Destra, ho pensato di dipingere un quadretto cileno da un punto di vista ingenuo come l'oggi. D'altra parte, dopo il Gi Otto...



                          



Cari amici; oggi è una bella giornata e qui a San Siro splende un gran sole; questa mattina presto (ero ancora a letto) sono venuti a prenderci e ci hanno portato allo stadio col torpedone. Io mica lo sapevo che c’era una partita, sapete che erano più di vent’anni che non ci venivo? L’ultima volta era stato per il concerto in memoria di Demetrio Stratos (c’erano gli Skiantos, che ridere); era l’80, o l’81, non ricordo bene; c’era anche la mia ragazza e gli amici, che ridere; eravamo giovani, che ridere; oggi invece non ride nessuno, si vede che sono passati quei tempi.
Lo spiegamento di polizia è imponente: che dite, arriverà il Liverpool? Il Liverpool è bestiale, il Liverpool: si imbriacano e poi dicono “Italiani di merda”; penso che viene il Liverpool perché in effetti sento gridare “Italiani di merda” da quando sono qua. Certo che devono aver perso l’aereo, il Liverpool dico, perché sono quattro ore che siamo qua e ancora non comincia; la partita dico. Vedeste quanta gente! Ce n’è perfino in mezzo al campo, e si stanno già menando: è il Liverpool senza dubbio.
Vedo un sacco di facce che mi pare d’aver già visto da qualche parte; per esempio, una cosa curiosa: qua vicino a me c’è il sosia di Oliviero Diliberto, che si chiama anche lui Oliviero Diliberto. Adesso lo stanno portando via, forse lo accompagnano in bagno; mi ha lasciato l’orologio, una lettera e una catenina. È un signore, quell’uomo, anche nella versione sosia. Mi ha raccontato una storia strana, prima di ricevere, a causa di tutta quella ressa, un pugno in bocca; mi ha detto: “mi hanno sostituito con un sosia che va da Vespa a dire scemenze tipo ‘non tutto è perduto e faremo opposizione allo stato mercantile delle multinazionali…’ abbiamo sbagliato ancora, dovevamo disperderci sulle Grigne ed organizzare la resistenza; ma non tutto è perduto: anche dall’aldilà faremo opposizione allo stato mercantile delle multinazionali con o senza filtro del 5%; se vedi quelli del Cannocchiale, digli di arrampicarsi sul Resegone”; ecco, ve l’ho detto, vedete voi; probabilmente in cima c’è un cineforum con qualche film di Vajda.
Continua ad arrivare gente… zitti, ecco ecco, c’è un annuncio!... chiamano i rossi; il Liverpool che maglia ha? Devono essere negli spogliatoi perché da sotto si sente un gran battere di mani. C’è pure un elicottero che vola qui sopra: ci sarà mica Gordon Brown allo stadio? Ecco perché ci sono tanti soldati! Hanno paura di alca eda, alka heda, acca edda, come si scrive? Di Binladen insomma. Magari c’è pure la regina! La regina d’Inghilterra, vi immaginate? Che fa la ola! E gli vola il cappello coi cetrioli, tutti in giro! Mi sa che mi diverto di più di quella volta con gli Skiantos. Adesso arriva un poliziotto… sta chiamando qualcuno; ma guarda, c’è Bertinotti! Sapete Bertinotti di Rifondazione Comunista? Ecco, è lui; o un sosia; oh, è scivolato! Mi sa che si è fatto male: lo stanno portando in infermeria in fretta; dev’essersi fatto male davvero perché, per fare più in fretta, lo stanno facendo rotolare dalla scalinata. Speriamo che si rimetta presto, anche se appena sta bene ne dice di ostiate quell’uomo lì.
I poliziotti sono severi, ma allo stadio è giusto, sennò cominciano a tirare i motorini dalle gradinate; quei due che sembrano Nichi Vendola e Marco Travaglio devono averla fatta grossa: adesso le prendono di santa ragione, ooohh… la prossima volta vedrai che non lo fanno più… eh?... ah ah ah, ma pensa… il mio vicino qua, con la faccia da Santoro dice che non ce l’hanno una prossima volta… dev’essere uno di quei burloni che non ride mai, sapete come Buster Keaton, tutto serio con l’espressione del condannato a morte.
Dev’essere una partita importante questa qua che c’è anche Storace. Starace. Storace o Starace? Vabbè, è uguale. C’ha gli occhiali neri e i baffetti come Pinochet, e infatti i poliziotti lo pigliano per il culo e gridano viva Pinochet; ma quello è scemo, manco se ne accorge che lo stanno coglionando, fa la faccia da quello importante, si è messo pure gli stivali.
Gridano pure viva Mussolini! E c’è uno che saluta sul megaschermo: indovinate chi è? Questi poliziotti devono essere tutti del PD per prendere in giro così il faccione di Berlusconi che ghigna. Un po’ indisciplinati, no? Però simpatici.
E infatti ora ci stanno mettendo tutti in fila: vedo che ci portano verso i sotterranei; pensate: ci fanno salutare i giocatori negli spogliatoi! C'è un grande entusiasmo! Ci spingono tutti per fare in fretta, mi sa che c'è pure lo spumante che sennò si scalda! Ciao ragazzi, ciao, devo proprio andare; vi saluto da questo bello stadio ed insieme a me vi salutano i tanti Buster Keaton qui incolonnati e questi simpatici soldati, l'elicottero, le camionette e perfino le autoblindo. Sento tanti applausi.
Che bella giornata.

POLITICA
25 novembre 2009
Processo breve
E' colpevole.



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letteratura
23 novembre 2009
Una visita probabile

Qui volevo divertirmi un po', ma anche onorare il bicentenario della morte del Generale; e se tornasse? 



In un ufficio viene tanta gente; per una semplice ragione probabilistica, tra tanta gente è possibile càpiti un ospite meno usuale, e io credo alla matematica.

Oggi è venuto a trovarmi Giuseppe Garibaldi; al solito, ho stenografato il dialogo e tale lo riporto, fedelmente e – è il caso di dirlo – lealmente.

 

 

Nell'immagine (perché non crediate ch'io stia celiando) un momento dell'incontro

 
- Giuseppe Garibaldi: - Permesso!…

- Io (saltando dalla sedia): - Per l’amor di Patria! Siete già arrivato, Generale?!

- G.G. (indicandosi la gamba fasciata): - In fede mia, ci ho messo dugento anni: scusate il ritardo.

- Io: - Ma cazzat… cioè: è un onore, Generale Garibaldi (scattando sull’attenti e salutando militarmente), siate il benvenuto: gradite un cordiale?

- G.G.: - Ma di grazia, non voglio recar disturbo: vedo che siete occupato, Signore; se volete, ripasso.

- Io: - Per questo qui? (indicando un tizio seduto di fronte alla scrivania) ah, per dio! Non abbiate a considerarlo, mio Generale, Ve lo faccio subito uscir di vista: (al tizio) ehi tu, fuori dai piedi, forza, smammare!

- Il Tizio: - Ma… vevamente…

- Io (prendendolo per la collottola e per il fondo dei calzoni e spingendolo verso la porta): - fuovi… fuori cioè, vai via, avvocato! (tonfo di un corpo che rotola, sbatto la porta e torno indietro) …parassita…

- G.G.: - Mi spiace di avervi incomodato

- Io: - Che dite, Generale? Non era che un questuante; in quest’epoca, sapete, i più facoltosi han da chiedere limosine a chi, semplicemente, lavora.

- G.G. (assorto): - Non è cambiato nulla, allora; combattemmo vanamente…

- Io (accortomi della gaffe): - Oh, ehm… no, no, Signore, dicevo per celia, ehmm… bene… beh… vi trovo in grande forma, Generale: duecent’anni, ma sembrate un ragazzo, con rispetto parlando.

- G.G.: - Vi ringrazio; dovreste spiegarlo a codesto piede della mal ora, che con Austro e con Maestrale, mi fa male

- Io: - La ferita di Austerlitz?

- G.G.: - Perdonate, ma detesto esser confuso con quel tiranno còrso

- Io: - Ehm, certo… intendevo Alesia

- G.G.: - Beh, nondimeno Cesare… mi lusingate, Signore

- Io: - Per Giove, dev’essere il caldo, Generale… volevo naturalmente dir Midway

- G.G.: - Certamente intendete l’Aspromonte

- Io: - Ma certo, in tutta evidenza, sì.

- G.G. (evocativo): - Ah... fu un monte aspro invero... ma lo ricoprimmo di Gloria comunque, tal che da allora, brilla! (cambiando tono) Perché brilla, non è vero?

- Io: - Ah, beh… non v’è dubbio, Generale

- G.G.: - Mica ci avran fatto una discarica?!

- Io: - Una…noo! Non fia mai! Sui luoghi delle Vostre gesta! Un Italiano morrebbe piuttosto! S’ergerebbe a baluardo! Si immolerebbe in difesa! Si…

- G.G.: - Anche Borghezio?

- Io (forte imbarazzo): - …Eeeeee… Borghezio, Generale?…

- G.G.: - Borghezio, sì.

- Io: - Borghezio, Borghezio… oh bella, questo Borghezio: mai sentuto!

- G.G.: - Sapete, ho come il sentimento mi vogliate asconder una qual cosa

- Io: - Per la mia anima, Signore mio: non oserei!

- G.G.: - Allora mi sbaglio.

- Io (cercando di cambiare argomento): - Ecco… sì, ebbene, Signore… beh gradite, che so… un caffè?

- G.G.: - Lo gradisco, ma non lo avrò.

- Io: - Perdonate, non ho inteso

- G.G.: - Vivendo sui campi di battaglia, sapete, e dormendo ne’ pagliai con il proprio cavallo come giaciglio e come stufa, nel cuore un solo pensiero: “Libertà!” insidiati, più che dallo Straniero, da un nemico che mai si ritrova audace nella pugna ma come sciacallo si cela e solo al tacer dell’armi s’appalesa per addentare gli sconfitti e financo, con l’inganno, i vincitori…

- Io: - Parlate di Cavour

- G.G.: - Oh, gl’intriganti aristocratici da sala consiliare…

- Io (tra me): - stavolta ci ho preso

- G.G.: - Beh insomma: questa vita insegna alle rinunce di vanità; grazie del caffè: come gustato. Ditemi piuttosto di codesto Meridione: m’è giunta nuova ancor sia in mano borbonica! Ha da esser?

- Io: - Oh no, Generale, non vi han riferito cosa esatta, è piuttosto…

- G.G.: - Non è forse sommerso di rifiuti, privo di opere, taglieggiato da’ briganti, povero e sfruttato, afflitto da vergognosi nepotismi, amministrato da disonesti profittatori?

- Io: - Bene, Generale, come dirvi… sì, no, però…

- G.G.: - E allora sono i Borbone (si leva in piedi)

- Io: - Dove andate?

- G.G.: - A iscacciarli! Dove altro?

- Io: - Ma non si può!… non è più così che… ora non è così facile, sapete, credete…

- G.G.: - Lo feci una volta, lo rifarò adesso! Codesti distinguo, Signore, mi ricordano d'un tal conte piemontese che conobbi…! Animo, orsù, prendete la vostra spada! Vi lascio tre minuti per scrivere ai vostri cari, ché oggi col computer è presto fatta; avete una camicia rossa?

- Io: - Generale… non Vi ho spiegato…

- G.G.: - Un foulard! un drappo qualsiasi! Un tovagliuolo! Rosso, però!

- Io: - Sedete, Vi prego, Generale; ho da informarvi d’un fatto d’Italia che ha somma importanza

- G.G.: - Se riguarda l’Italia, dite! (si siede)

- Io: - Quei barboni… quei Borbone, vedete, sono… sono… sono… acclamati dal popolo, ecco!

- G.G. (esplosivo): - Oh questo! Non è certo cosa nuova! Il popolo… costretto all’ignoranza e privo di strumenti di giudizio, applaude ognun si trovi a far grida da un balcone o da una comune predella di carrozza… ma il popolo, certo, non ha diritti e non può eleggere i suoi rappresentanti; ah, potesse farlo!… ma ci arriveremo, ci arriveremo! (si alza e sguaina la sciabola) Orsù, cominciamo! (si avvia)

- Io: - Generale, come posso dirvi… ci siamo già arrivati

- G.G. (si ferma sulla porta): - A cosa?!

- Io: - Alle elezioni, Generale, al suffragio universale, come volevate; alla unione europea, come avevate auspicato e previsto, alla scuola dell’obbligo, come dicevate fosse giusto.

- G.G. (torna e si siede di colpo): - Cosa dite?! Avete applicato davvero le mie riforme? In tutto il suolo Patrio? È cosa vera e reale?!

- Io (tristemente): - Altroché, Generale

- G.G. (trasognato): - Ma è cosa magnifica… la migliore nuova della mia vita… tutti i miei sogni si sono realizzati… vi prego, non guardatemi, Signore

- Io (guardando a terra): - Ma il popolo…

- G.G.(virilmente commosso, evocativo): - …Quale maggior gloria, per un vecchio patriota che non l’esser inutile dopo la vittoria su ogni fronte?… tornerò a Caprera a coltivar sementi e a respirar l’aere libero d’Italia!

- Io: - …ha scelto i barboni…

- G.G.: - …Il mare mi porterà i balsami d’una Europa finalmente in pace! Ah, quanto sangue è necessario per l’armonia del mondo! Ah, quanto è lontana dall’uomo la libertà, tanto che a raggiungerla la si deve inseguir per tutto il globo! Ah… (di botto accorgendosi di quanto ho detto) COME AVETE DETTO???!!

- Io (timidamente): - Il popolo, insomma, a suffragio universale… li ha… li ha…

- G.G.: - LI HA??!!

- Io (in un soffio): - Eletti, Generale

- G.G. (dopo lunga pausa incredula): ...Ma è incredibile! Così, dopo tutti i nostri sforzi, il glorioso Mezzogiorno d’Italia si è fatto straniero nel nostro sangue!… (pausa, poi con determinazione) e bene: volgeremo lo sguardo a Settentrione, ove troveremo i Valorosi necessari per spargere la benefica infezione della volontà; ditemi dunque: cosa troveremo a Settentrione, a Settentrione, laddove di quei Mille vennero i più numerosi e tra questi i più furon Bergamaschi, sì che eran sempre più valenti nella guerra che comprensibili alla favella?

- Io: - Gl’Austriaci, mio Generale.

- G.G.: - E no! Magari ancor di sangue nostro!

- Io (sputando in terra): - Bleah, mio Generale, sì

- G.G.: - Anche a Bergamo? La città dei Mille?!

- Io: - Soprattutto a Bergamo, mio Generale. I bergamaschi, l'Italia, come dirvi... la voglion disunita.

- G.G. (dopo lunga pausa allibita): - E allora come si fa? Mica si può iscacciar lo popolo!…

                                                                                                   
  E con questa memorabile Frase Storica, ho visto ripartire il Generale Garibaldi; dopo un prolungato sguardo all’orizzonte lontano e parole mozze su una qualche epica disfatta, Egli ha rinfoderato la sciabola e si è avviato zoppicando verso la Sua Isola Che Non C’è Più, dicendo vagamente che sarebbe un giorno tornato con più di mille Valorosi (lo disse così, con la maiuscola) ma ho sentito la sua grande voce come un tuono remoto e quasi spento. E in ogni caso, se tornerà, con quel passo, andata e ritorno, temo ci toccherà aspettarlo per altri quattrocento anni.

Sono tornato alla scrivania, tra me pensando.

 

POLITICA
19 novembre 2009
Atto rapido

 

-Sondaggista: - Buongiorno, lei ha eletto questa formazione politica?

-Elettore: -

-Sondaggista: - Scrivo: “sì”… e, quando ha votato, non aveva dubbi sulla moralità dei candidati?

-Elettore: - No; beh, i politici si sa… qualche bagattella, robetta, raccomandazioni… si sa come vanno queste cose; ma di fronte al bene del Paese…

-Sondaggista: - E se invece, putacaso, all’epoca delle elezioni l'avessero informata che il personaggio a capo di questa formazione è un grande criminale, l’avrebbe votata ugualmente?

-Elettore: - Ma… certo che no! Che domande mi fa? Io sono una persona onesta!

-Sondaggista: - Ah ecco. Dunque scrivo: “no”. Grazie, è stato molto utile al nostro sondaggio.

 




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DIARI
16 novembre 2009
Famose terre incognite


Si potrà sorridere dell'ingenuità, lo si fa sempre; dunque sorridiamone insieme

 


  Cari utenti, vi scrivo perché sono seduto alla scrivania; sono seduto alla scrivania perché fuori piove; piove perché gli scienziati han detto che avremo un futuro di siccità. Io sono molto più ottimista: finirà di piovere, ecco tutto.

Visto che però qua piove da una vita, mi ritrovo spesso alla scrivania e, per ingannare il tempo (ingannarlo? Mah, licenza) navigo – come si dice – su internet; ma sapete che ho scoperto finalmente internet? Dice: ti c’è voluto trent’anni; sì, ma finalmente mi ci diverto; il computer, questo bidoncino qua che ho sotto il tavolo e l'interfaccia che ha (interfaccia: ma chi li inventa questi nomi: ma si chiama schermo, no, si chiamerà video, visore, al limite; ma non ce l’hanno il dizionario dei sinonimi e contrari, quegli sconsiderati?) questo coso che ronza davanti a me dunque, il computer, l’élaborateur, il calcolatore (come si diceva nei film di James Bond) mi fa compagnia ora, manco fossi al moritòrio vecchio di cent’anni.

Non è assai che l’informatica sociale ha svelato i suoi segreti a noi gnoranti; accadde quando, un bel dì di questo mentre, ci fornirono un portentoso motore grazie al quale ciò che prima era un veliero sciaguattante divenne un off shore che balzava tra i flutti come un marlin; con la spinta dell’addiesselle subito ci demmo alla scoperta dei sette mari e, tra le tante meraviglie, scoprimmo quel sito che tante te ne dice e te ne fa vedere.

Ma esso, a tutta prima, ci apparve terra incognita e misteriosa, e perfino infida. Racconto:

 

navigavo dunque senza rotta ‘sto bel dì, quando m’apparse una lingua di terra: Terra! - Disse il coffiere tossendo da lassù ed io diedi ràpido piglio al cannocchiale e vi guardai:

“Yu tu” – lessi nel fosco della bruma che da quella battigia si levava.

- Affè mia, corpo d’una balena, per mille tonni, ‘cazzo significa? - Gridai al nostromo che alto si levava dal bompresso.

- Sui miei coglioni, capitano – egli rispose con le mani a valve di tridacna – non ne so guari.

- Avanti sulla dritta! Pronti i pezzi di babordo! – ordinai e mi feci accanto al timoniere.

Egli mi guardò con le mani salde sulle razze: - pronti alla strambata capitano; solo un cenno vostro -. Mi somigliava il timoniere, da sempre a me vicino sui quei mari senza una sosta, fedele come una remora al suo squalo; tanto mi riproduce nelle forme e ne’ pensieri che potrei esservi io a quel timone, e lo stesso direi del bravo nostromo, se richiesto. – Avanti sulla dritta! – ripetei, pronti al reset - (termine questo de’ naviganti per fuggire le secche piene di spam, i virusberg vaganti ed altre minacce) – vedi niente tu lassù? – chiesi al coffiere che sol si dondolava in cima all’albero maestro.

- La terra, l’ho già detto, capitano! – mi rispose, lesso come una triglia

- La terra che t’areni, pesce sega! – (era un soprannome datogli per certa sua licenza ed abbandono, a causa dello lungo star di solo) – di periglioso, intendo! –

- Nulla assai, capitano, il ciel m’è testimone! –

- Sì buonanotte… - pensai, ché, se il ciel avea da esser testimone, lo processo sarìa durato d’avanzo la mia vita ed oltre ancora. Guardai il coffiere, per tutto il poco che lo tenessi in valsa quanto mi somigliava; da sempre a me vicino…

- Video, capitano! – fece stentoreo un di babordo che fissava quella piatta schiera all’orizzonte. Era, costui, qualcun che mi simigliava e per animo e per complessione, ed era nomato Occhio d’albàtro, poiché vedeva lungo quanto l’uccello, sia detto senza derisione.

- Video di che? – chiesi allarmato, e puntai il cannocchiale: - pronti al fuoco e alla strambata! –

- Pronti al fuoco e alla strambata! – ripeterono più voci costruendo un’eco che non c’è nel mare, se non per l’umano obbedire.

La nave procedea lenta quanto si potea a quell’ora, malgrado l’addiesselle.

- “You tube!” – lesse Occhio d’albàtro e disse, prima d’ognuno; - tu tubo! – anco voltò in lingua nostra, vanamente.

- Su questi mari, Occhio d’albàtro – gli spiegai – non è tenzone di tradurvi i connotati; essi son lì per pura imago e di null’altro che di suono hanno figura; ma non vi prender parte – aggiunsi da che lo vidi per ciò umiliato – ché è del forte strafottersi ad errori codesti. E riderne come un capodoglio -.

- Il capodoglio ride? – mi domandò il bravo marinaio

- Non saprei – risposi lui, dandogli di mano sulla spalla. – Ai vostri posti –

- Musiche e canti di laggiù, musiche e canti, capitano! – e la voce veniva stavolta dalla coffa che sovra noi a dritta ed a babordo s’inclinava e a poppa e verso prua veniva, seco la nave che le onde accompagnava.

- Musiche e canti? – dissi – allora non si tema, uomini, ché non v’è periglio alcuno! Giù una scialuppa: parteciperemo della festa, che dopo lungo andare ben lo meritate! –

- Viva il capitano! – sì eruppe dalle lor gorge l’entusiasmo; ed è de’ comandanti ravveduti (anco siglai sul Registro di bordo) il saver portare animo tremendo e di buon padre insieme, e premiare la valentìa de’ sottoposti quando essi non s’attendono, sì che venga come un dono di sorpresa. Tale è l’animo umano, che la sopresa grata è più felice e l’ingrata più dura a sostenersi. E noi navigammo fino a costa. Gli uomini cantavano del pari quei di terra.

 
Mi son visto Davey Graham suonar Angie in tempi così remoti, cari miei, che me ne manca perfino la nostalgia; mi son visto un tizio tale che si chiama Tommy Emmanuel e che non conoscevo e che suona la chitarra come un’arpa piena di echi e d’armonici così tanti che, da vecchio chitarrista, mi faceva venire la moratoria (credo sia voglia di morire); mi son visto e cani e gatti che dicevano ‘Hallo’ e ‘I love you’ in cambio d’un biscotto, ma i cani, che son più intelligenti, facevan fatica a vincere l'imbarazzo e roteavano gli occhi per lo sforzo di dir ‘Mama’ alla padrona che ne rideva assai; mi son visto facce di fantasmi ripresi dai loro posseduti, perché si vede che nell’era in cui o sei ripreso o non ci sei, i fantasmi ci sono davvero, almeno in tivvù.

E tante altre cose si vedono in quel voluminoso archivio di follie e di protocolli (c’è pure il c.e.o. di azienda che fa la sua prolusione al congresso) che manca il tempo (e per fortuna) di girarli tutti.

Tu tubo, si chiama, ma in italiano non vien bene. Eppoi, come dice il capitano, queste cose non si traducono. You tube invece si dice e si capisce; vuol dire Tu tubo.

 


letteratura
13 novembre 2009
Sam Spade e la colla tedesca


Qualche anno fa mi telefonarono degli esteri, per propormi un affare che si rivelò una fregatura potenziale. Vennero due tedeschi dell'est con interpreti per farci importare un prodotto "in esclusiva"; peccato che l'esclusiva ce l'avesse già un ingegnere di Firenze.
Lo scoprii con una rapida indagine e brillante deduzione degni di Sam Spade, e allora ecco il racconto secondo il suo stile.




Okay ragazzi: se siete riusciti a scorgere l’America nelle avventure dei suoi Spade, per voi sarà uno scherzo scoprire il Commercio in queste poche righe e rendervi conto che, malgrado gli accenti, questa è una storia vera.

Un’altra cosa, ragazzi: non pensiate che io voglia fare il verso al vecchio Sam; hey, non scherziamo: nessuno è come lui; io sono solo il redattore di un vecchio blog.

E poi andiamo, ragazzi: non crederete che io legga di quella roba.

 

 

 

 

Entrai all’agenzia come ogni mattina; il tempo era piovoso e buio anche se era giorno fatto e anch’io ero fatto ben bene, a causa di quel whisky torcibudella che Sergio detto il Greco mi aveva propinato la sera prima. Accesi l’ennesima sigaretta della mattina e guardai lo sfacelo dell’ufficio con le migliaia di cartacce impilate sul pavimento e su ogni rialzo possibile, compreso il cornicione della finestra. Mi accesi anche un whisky, per cominciare bene la giornata; mentre ero comodamente sdraiato tra la poltrona e le scartoffie, con i tacchi su una montagna di faldoni abbandonati al loro destino, suonò il telefono; scavai tra le macerie e recuperai il ricevitore che diressi all’orecchio giusto, accendendomi una sigaretta.

“Agenziainternet” – dissi, mandando il fumo verso i neon

Dall’altra parte una voce sottile e decisa, una voce che soffiava le acca come una caffettiera in porcellana tutta decorata a mano, una voce che mi ricordò le spire di fumo di una Chesterfield e il profumo del doppio malto; una voce di bionda che fumava Chesterfield doppio malto. Col bocchino.

- “Agenzia di Herr Internet?”

- “Ja” – dissi pigramente.

- “Ho del lavoro per lei, Herr Internet” – disse la voce, accavallando un chilometro di gambe con le calze dalla riga più sinuosa che avessi mai visto al telefono.

La sua erre si agitava tra lingua e labbra come volesse uscire a prendermi. - “Perché proprio io, bambola” – risposi bevendo l’ultimo goccio mentre fissavo le ciminiere del porto.

- “Perché lei è il migliore, mi dicono” – disse lei, flautando tutte le pi e le mi come un usignolo con le giarrettiere di pizzo nero. La cosa cominciava quasi ad interessarmi; volevo saperne di più su quel lavoro, e su quelle giarrettiere.

La voce mise la quarta: - “Potrei essere da lei tra quindici minuti, Herr Internet, se non la disturbo, naturalmente”

- “Okay” – risposi e riattaccai.

Le ciminiere del porto (un vecchio quadro stinto attaccato sopra il diploma preistorico di Agente) sbuffavano sempre lo stesso fumo. Cosa voleva da me la bionda? Lo avrei scoperto tra poco, se era di parola; e se non mi addormentavo, ovvio. Stavo versandomi un Whisky, quando la porta si aprì buttando giù una pila di vecchie carte. L’ingresso si riempì di curve come una strada di montagna.

- “Herr Internet?” – disse la voce del telefono.

- “Quello che ne resta” – risposi facendo un giro con gli occhi sulla strada di montagna – “Si accomodi dove trova posto e mi racconti la storia completa”.

- “Sono la Signora Walther” – mi informò piegandosi su quella che doveva essere stata una sedia e che non sapevo più nemmeno che esistesse tra i rifiuti del mio ufficio; lei sollevò in diretta un polpaccio di mezzo chilometro e lo incrociò con un ginocchio, mezzo chilometro sopra il quale stava frusciando del raso nero. Deglutii.

- “Ha mai sentito parlare della Camera di commercio gotico-lombarda?” – mi domandò guardando la brace della sua lunga sigaretta Chesterfield double malt in fondo al bocchino d’avorio.

- “Continui” – dissi.

- “Stiamo cercando qualcuno, qualcuno in gamba intendo” – continuò, fissandomi con gli occhi di una gatta che fissa la tana di un sorcio – “uno che non abbia paura del mondo, uno capace di osare, capace di fare la cosa migliore in ogni occasione, sempre” – concluse muovendosi come quella gatta, e cambiando l’incrocio delle gambe.

- “Beh, rivolgetevi a 007” – dissi con un gesto pigro

La bionda scattò come toccata nell’intimo: - “oh Cristo, Internet! La prego!…”

- “Non mi metta in concorrenza con dio” – le risposi; - “avanti, bambola, la favola m’interessa”

Lei non era più così sicura di sé come quando era irrotta… irromputa… insomma come quando era entrata irrompendo nel mio ufficio, potrei dire che cominciava a fare il broncio. Cercava di impressionarmi, la bambina. Mi preparai alla scena madre versandomi un palmo di liquido oro. La guardai. Mi sembrava anche di averla già vista, ma dove, ma quando; da tempo non facevo più di quei sogni; lei mi guardò come se se ne fosse accorta e tirò fuori quasi con imbarazzo una lunga sigaretta. Mi sporsi per darle fuoco; aveva gli occhi bassi; quando le fui vicino li alzò così come scatta una trappola. Mi risedetti e affondai nel mio treppiede, al riparo della scrivania.

- “Qualcuno la sta cercando, Internet”

- “Già” – dissi.

- “Io ho qualcosa che potrebbe fare la sua fortuna” – riprese

la guardai per qualche secondo: - “Ne sono più che convinto, milady”

- “Antisale. Pavimenti decorativi. Vernici protettive, resine industriali e non” – stava sputando fuori proprio tutto, la piccola – “non vuole vedere il catalogo?”

- “Non vedo l’ora” – dissi lento, senza muovere un muscolo.

Lei rimase come incerta. Che donna, ragazzi, faceva la faccia da bambola timida, adesso. Aspettai il resto. Ora avevo io il coltello dalla parte del manico.

- “Faccia lei il prezzo” – disse veloce, come avesse dato l’ultima carta. Non ci cascai.

- “Costo molto io, bambola”

- “Io non così tanto” – rispose con un sorriso. Che donna, ragazzi.

La bionda si mosse così velocemente come solo le vere bionde sanno fare ed in men che non si dica avevo sotto il naso tutta la brochure. Non credevo ai miei occhi; lei mi rantolava all’orecchio buono tutte le favole delle mille e una notte, sfogliando pagina a pagina con le dita lunghe che spuntavano dai guantini di raso. Mi parlava presso la spalla destra premendosi contro il mio braccio e spruzzandomi lievemente di saliva. Allungai rapidamente la mano, e presi le sigarette.

- “Okay, okay bambola, non così in fretta. Pominciamo dall’inizio… Iniziamo dal pomincio… sì vabbè” – dissi, accendendo la vecchia paglia. Tirai quattro boccate fumandomi anche due falangi. – “andiamo per ordine. Chi le ha dato quella brochure?”

Lei sorrise per il quattro a zero. – “andiamo, Herr Internet, che importanza può avere? Le sto offrendo una miniera d’oro… e non solo” –

- “mettiamo le cose in chiaro, baby” – ora stavo mettendo le cose in chiaro – “qui si fa a modo mio. Fuori quel nome, o si riprenda la sua bella brochure e vada fuori con lei. Decida, e subito. Non ho tutto il giorno” – andavo forte, quando volevo.

Lei si mostrò sottomessa e prese l’aria di un intero asilo infantile. – “come vuole… e va bene, glielo dirò, sì, quel nome” – Che donna ragazzi. Avessi avuto qualche secolo meno mi avrebbe ingoiato con tutte le scarpe. Ma non ne avevo neanche uno, di secolo meno.

- “Warhol”

- “Come?” – chiesi. Quel diciamo nome non mi ricordava proprio niente, o forse qualcosa. Lei non si mostrò sorpresa.

- “Warhol” – ripeté – “ne hanno, di brevetti. Tutta roba loro. E in Italia non c’è nessuno, nessuno capisce? Ecco, guardi qui…” – mi stava sciorinando una foto di cantiere incorniciata da un decolté calibro 45 magnum pieno di dinamite. Apprezzai la foto e l’album.

- “Riconosce la località, herr Internet?”

- “La riconoscerebbe una seppia in mezzo all’inchiostro, baby. Quella al centro è Venezia. Canal Grande. Sotto le trifore dei Mocenigo, struttura del 1328, rimaneggiamenti di Giovanni da Bel Lago detto il Canoviere nel 1531, è lui che ha fatto le trifore, quel demente, prima erano bifore e si sposavano magnificamente col nartece absidale della volta a vela cruciforme, fino alla costolatura di passo doppio. Un gran bel lavoro però. Il Mocenigo gli ha dato un mucchio di dobloni”

- “E’ proprio così… un lavoro Warhol”

- “Vuol dire che il Canoviere ha lavorato coi vostri materiali?”

- “Oh no” – rise; avevo fatto la figura dello scemo – “dico che ADESSO abbiamo fatto un lavoro coi nostri materiali, a protezione delle trifore cinquecentesche del Canoviere”

- “Bene bene bene; allora è a Venezia che si gioca la partita…” – dovevo recuperare terreno, e presto; - “e che mi dice della Loggia dei Mercanti?”

- “Ehm… a Piacenza?”

- “E quale altra”

- “Beh ecco… anche la Loggia dei Mercanti, certo” – stava arrampicandosi sugli specchi, ma la stetti a sentire perché avrei voluto vedere voi, davanti a una donna come quella; che donna ragazzi; accesi una sigaretta e mi misi comodo.

- “E anche il Vicolo delle Lavandaie, e la Torre Velasca, e il Ponte della Ghisolfa” – andava forte, la piccola – “e poi il Circo Massimo…”

- “Il Colosseo, insomma” – la interruppi

- “appunto. E Piazza di Siena”

- “A Siena?”

- “Sì, no, a Pisa. E le catacombe di Priscilla…”

- “Mh mh. Ho capito, ho capito bellezza” – era un vulcano; dovevo fermarla. – “tutta roba okay insomma, per lavori fini e per palati delicati non è vero? E un bel mucchio di soldi, immagino. Va bene, milady. Qual è la proposta?”

Si fermò un momento, guardando a terra, poi alle ciminiere del porto. Chiuse le brochure lentamente, e mi guardò fisso per circa mille anni, poi tirò fuori la voce da angelo rosa, un angelo nient’affatto privo di sesso, e mi guardò come in trance: - “concessione di esclusiva per tutta l’italia, Herr Internet, importazione dalla Germania, distribuzione sul territorio nazionale attraverso la sua struttura. Corsi tecnici a nostre spese. Conto deposito. Listini creati da lei. Faccia lei le condizioni d’ingaggio”

- “è il mio giorno fortunato, sembra”

- “sembra anche a me” – rispose – “ma non è finita”

- “ah no?”

- “no, Herr Internet, un uomo così baciato dalla fortuna deve dare baci straordinari; e la fortuna forse vuole baciarla ancora…”

- “finirò per abituarmici”

- “lei è meno cinico di quello che vuol far credere”

- “se lo dice lei, milady”

- “contribuzione alle spese di logistica, Herr internet”

- “con la maiuscola, bambola”

- “Herr Internet, mi scusi”

- “è una gran bella proposta” – dissi, mentre lei si aggiustava una calza tra il ginocchio e lo schienale della sedia. – “esclusiva per tutto, vero? Tutti i Canovieri di domani”

- “niente escluso, tutto ciò che vorrà…” – mi rispose soffiando fusa a tutto andare, la bionda.

- “E con l’ingegner Granza come la mettiamo?”

Lei sbarrò gli occhi e si scosse come le avessi dato uno schiaffo in pieno viso: - “come?… come… chi le ha… chi…”

- “Ingegner Granza, di Firenze, importatore unico per la Warhol Italia, è lui che ha fatto i lavori di Venezia sulle fondamenta del Ponte di Rialto, non è così, bambola? Rialto, mica Mocenigo; e il Canoviere, alias Giovanni da Bel Lago, non è mai esistito!”

- “Ma… ma cosa… cosa dice, io…” – si era alzata dalla sedia, facendo fremere tutti i suoi chiffon come tirasse il vento; anch’io mi alzai, e la presi per le braccia: - “e per sua norma, milady, la Loggia dei Mercanti sta a Milano, il Ponte della Ghisolfa è in ferro! E il Colosseo è il l’anfiteatro Flavio, non il Circo Massimo! E a Pisa non c’è nessuna Piazza di Siena! Infine a Venezia nel 1531 pagavano in zecchini e non in dobloni! Ti hanno detto di venire a raccontarmi tutte queste frottole per incastrarmi vero? Avrei firmato un contratto capestro con l’esclusiva di niente per dieci anni, vero? E avrei avuto un budget colossale che non si sarebbe mai potuto fare e avrei allora pagato le fatture anticipate per forniture che non si sarebbero mai potute vendere, vero? Vero??” – gridai scuotendola; la bionda era in piedi, frastornata e angosciata, non sapeva più cosa dire, i capelli in ciocche morbide le cadevano sugli occhi pronti a piangere tutte le loro lacrime – “Oh, ma… come hai fatto a… chi… cosa… io… tu…”

Le lasciai le braccia mi voltai e accesi una sigaretta - “ho i miei informatori, baby, credevate di farmela, ma vi è andata male; l’ingegner Granza è già sulle vostre tracce e non vorrei essere al vostro posto, adesso; ti consiglio di sparire, bellezza, prima che la VERA camera di commercio ti trovi e te la faccia pagare; c’è un taxi, qui sotto, e va solo all’aereoporto. E adesso fuori, bambola, prima che cambi idea.”

La bionda andò verso la porta, mise la manina sulla maniglia, poi improvvisamente si voltò: - “Internet, io…”

- “sì lo so, sparisci baby, è pericoloso viaggiare di notte, per una come te”

Era andata. Mi sedetti alla scrivania e appoggiai i tacchi sulle macerie. Non era nemmeno mezzogiorno e stava già facendo buio, mi versai un bicchiere; accesi una sigaretta e fissai le ciminiere del porto; quel porto buttava sempre lo stesso fumo; in alto garrivano i gabbiani e il cielo stava rannuvolando. La gazzetta riportava le solite notizie. Mi accesi una sigaretta; ah no, l’avevo già accesa; beh insomma; allora bevvi un bicchiere di whisky; la pila di carte su cui ero appoggiato faceva di tutto per cadere, ma i mozziconi glielo impedivano. In strada qualcuno gridava; gli gettai una cicca, e smise di gridare.

 

 

letteratura
6 novembre 2009
Campioni del mondo

Mi arrivano ogni tanto lettere-fregatura che sono più comiche della mia satira, ma io ci provo lo stesso (a farne la satira).



“Egregio Imprenditore: la Sua azienda è stata selezionata tra le dieci migliori della Regione Lombardia, per questa ragione La invitiamo alla trasmissione ‘Il Grullo Importante’ ove, alla presenza delle autorità mondiali, saranno consegnati i prestigiosi premi, tra cui un importante asino in maiolica opera dello scultore celebre Pippariello che potrà ben figurare (l’asino, no lo scultore) nella hall del suo edifich ad onza della concorrenza. Nell’ancora nuovamente rinnovarLe la ripresentazione delle nostre ulteriori congratulazioni, Le diamo dunque appuntamento il giorno…”

 
Questa lettera (uguale almeno nel senso) mi giugne con scadenza tri o tetraennale, di quando in quando, e non ho capito se gli estensori di essa mi pensino proprio un cretino senza pari o semplicemente uno dei più grandi cretini che ci siano in giro. Nell’un caso e nell’altro mi trovo in qualche modo lusingato.
La prima volta che la ricevetti fu molti anni fa; lavoravamo da pochi mesi, manco c’era il primo tabulato, ancora non si sapeva quanto avremmo guadagnato, forse entro poco saremmo falliti, forse avremmo costruito il ponte sul più largo tra gli stretti, forse saremmo rimasti lì, coi tabulati, per sempre com’è poi avvenuto; noi non lo sapevamo ancora.
Ma Qualcuno sì: ecco che arriva la lettera; la mia impiegata d’ailleur legge e trasecola: madonna di Cocorito: in tre mesi che esistiamo, già siamo l’impresa migliore della Lombardia! Delle due l’una: o le migliaia di imprese lombarde fanno cagare quasi tutte, oppure il mio datore di lavoro è un genio come Leoniere lì, Leopardo, quello con la barba che ha fatto Il cielo in una stanza e Pota Lisa cinquemila anni fa.
Purtroppo c’era un’altra ipotatèsi: ci pigliavano per il culo; sì, lo so, è una locuzione poco adatta ad una convention di badgeurs, dove invece si parla sì di trombate epiche, ma con toni molto mètropol; però, sia come sia, essi ci pigliavano così.
Lei arriva sventagliandosi con quella busta e mi porge la lettera, ha gli occhi sgranati che già sognano il nostro ufficetto trasferito ad un cinquecentesimo piano di vetrate da cui dominare il mondo tra musiche soffuse, petrolieri, miliardari e presidenti d’ogni cosa. Io leggo.
E, dominando il desiderio di usarla impropriamente, appallottolo la lettera e la sfrango nel cestino; poi mi accorgo dello sguardo della fanciulla e spiego:
“Mia cara, ci hanno ritenuto per il deretano”
“What?” – dice lei, con accento un poco svizzero
“Catched by the ass” – traduco approssimativamente in lingua international
“Ma va?”
“Essì”
“E io che mi figuravo…”
“Figuriamoci”
“E se fusse vero?”
“La verità è una” – dico, facendomi forza della recente lettura di Vangeli apocrifi
“E qual è?”
“Non cominciamo a fare gli scettici”
“Non abbiamo vinto?” – si lamenta lei facendo boccuccia; e allora io mi commuovo e mento:
“Ma sì, ma sì”
“Abbiamo vinto?!” – saltella
“Ma sì, ma sì”
“Che bello, siamo una delle imprese migliori della Lombardia! Lo dirò subito alle mie amiche!” – fa lei, ed esce
“Rosamunda!…” – la chiamo
“Sì?” – dice lei affacciandosi
“…Del mondo!…” – le sorrido. E lei va via davvero davvero contenta.
 
 
 
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