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satira, un punto di vista un po' storto
letteratura
13 gennaio 2010
Rime in disordine della Libertà

(Grazie a Stefano Disegni)

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Passano il vento, passan le stagioni, le pioggia cascano, cambian le passioni, gli unni evolvono e ormai presbiti i guardoni, male rimirano degli altrui le azioni; vado a parare dove? A berlusconi?
Sì; passa il tempo ma è sempre tra i maroni;
è rima scontata oh già, ma è questo il bello:
che mica c’entra lui con le elezioni, qua è cosa loro, dei badalamenti,
e della Lega che col suo maroni
svia l’attenzione dei fresconi
parlando male delle immigrazioni.
E allora è scontata non la rima, vero,
piuttosto invece l’animo, fesso e nero,
che da quandò cascò l’ultimo Romano
s’è impadronito dell’italiano.
L’italiano: l’allocco nazionale, pippa d’Europa, fesso tanto quanto
lo si può essere facendosi più male,
considerato al mondo, se va bene,
un Benigni ridanciano, e sempre a pensare
come iscansar le pene
che il vivere ha in sé, fingendo di riuscirci, e poi frignare.
L’allocco nazionale, al Parlamento d’Europa parla

come fosse lì a farsi dire: “bravo, parlinglese!”
non ha un momento in cui non accampi pretese e pretende d’insultare
genti straniere che i guarda e non capisce che abbia costui da così tanto scalmanare.
Ma all’italiano bisogna aiuto, e coccoline,
perché si sente basso, ed in disparte mentre gli altri stanno insieme,
ridono e parlano di chissà che cosa; “parlate di veline?” –  grida sciocco,
accorrendo sulle punte, e grasso; cerca di rider più forte per far crocchio

e si fa deridere, ghignando a tutta bocca

come un coccodrillo, anzi una scimmia scimpanzé, un mandrillo.
E poi, come quelli che san non ce la fanno, s’incattivisce e il cuore gli si indura perché

-lo dice anche il dottore- nessuna cura

cura chi non la sente.

Egli dunque ritira in mezzo ai disperati

a cui somiglia e che gli fanno: “bravo!”

perché c’ha al petto la catenazza d’oro ch’è il segno che è un uguale più di loro.

Il rotolo di danari esposto, il “guarda, son forte” la quotidiana esibizion di sé

come capace di vincere anche la morte. Perché questa vita sciatta e grama?

Perché la fame è fame anche se ormai sei sazio: la fame è nella testa del poràccio,

così l’italiano chiede,

chiede in continuazione: dentro ha la valigia di cartone

e fuori il doppiopetto da “arrivato”. Quanta fatica ha fatto! Quanto ha ingoiato!

Ma adesso guardatelo: ha “la roba”, e ce la fa vedere

come un sedere mostrato per scherno e per vendetta,

ghignando in sé di rabbia maledetta, perché la fame non gli passa e gli gira nelle vene,

spinta dalla miseria da cui viene.

Dice: “ma era un borghese!” Beh, non conta. Quella miseria è fonda,

ce l’hanno anche i sempre ricchi da una vita, mutata in vigliaccheria tesa e impaurita.

Guardate quelle facce, se non è vero: le facce sempre guatanti ed allarmate di quelli

che si dicono industriali capitani e poi presi nel sacco con le mani

nascondono i tesori giù in cantina, s’indignano, poi fanno una frignatina

dicendo che il mal di cuore gl’impedisce di restare a vedere il sole a strisce.

Bei capitani. La dignità? E l’onore? L’affondarsi sull’attenti con la nave, salvando prima le donne cogli infanti?

Su questa nave di tanti, è odioso valutare chi è al timone di una rotta che sbatte

mentre, se una ricca scialuppa si allontana, tra noi sorridiamo delle promesse di Pinocchio

commentiamo: “fan bene, son furbi!” e, annegando, ci strizziamo l’occhio.

Così nessuno è da lodare in questa schiera? Ma sì: il Presidente, che con sinecura

avvalora il pianto greco dei piangenti per farne un ghigno con gli stessi denti.

Perché è un Don Abbondio, o come tanti

dentro sé ha ormai accettato queste prove

di cattive comparse che si fanno autore mostrando quanto si può esser bassi in una vita

senza un sussulto, finché non è finita.

 




permalink | inviato da internet il 13/1/2010 alle 15:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
letteratura
10 gennaio 2010
Il flauto magico (esagerando un po')



Che fa un cittadino abituato a far còccole al cane, quando incontra un topo in salotto? Se è Walt Disney, beh, si sa; se è Internet, ora ve lo racconto: 

 

 

 

Caro Lettore, dall’ultima volta che ci siamo incontrati, un’altra avventura ha riempito parte del mio tempo regalandomi nuovi argomenti per esprimere tutto l’entusiasmo che provo verso la vita mia e dei topi.

Oggi ti racconto che, mentre dove lavoro mi avveleno lentamente con naftèni, naftòni, naftelèni e ftenòli, nella cucina dove magno ho scoperto invece un grasso e florido murìde che, scagazzando, percorreva disinvolto vie a lui familiari tra i recessi delle campagne e casa mia.

Eh beh, è stata una sorpresa; oh bella: - mi son detto - che fa qui da me un topo di campagna? Che, forse sto in campagna, distrattone che sono? E da dove è arrivato e come? Forse che scala i muri come l’uomo toporagno? Gli piacerà star qui? Posso far qualcosa, posso dir qualcosa (oltre le solite cose, naturalmente) alla sua mamma o al Signore che me ne fa dono?

Per prima cosa ho consultato l’enciclopedia degli animali che fa bella mostra di sé presso la tivvù; ho così appreso che il topo di campagna – mus musculus, della famiglia dei muridi, classe roditori, famiglia animali, ordine dei vertebrati, sottordine dei cosi lì, classe accidenti a lui, regno di dio – è un topo; e con questa bella scoperta, mi sono rincuorato.

Per la cattura del topo l’enciclopedia consigliava di mettergli del sale sulla coda e poi tentare di leccarlo (“se riuscite a leccarlo, riuscite anche a prenderlo”), oppure il far bollire della maggiorana, del crescione ed una stella alpina, cospargersi il capo con il brodo e recitare per tre volte “o san giorgio e san crispino, caccia via questo topino”; in questo caso, il topo avrebbe sicuramente iniziato a ballare la conga e si sarebbe buttato dalla finestra. Allora sono andato a comprare una trappola.

Vado. E nel tragitto ero però assillato da immagini strazianti: il topo ferito dallo scatto della tagliola che piangeva e si pentiva chiedendo pietà, il topo che giaceva morto con nelle manine ancora stretto un buco di groviera, il topolino che, storpiato e paralizzato, guardava me gigante avvicinarsi a dargli una morte brutale; mi sono fermato in mezzo al traffico, turbato. Il traffico si è fermato con me, turbatissimo pure lui.

Ho preso il telefono cellulare e ho chiamato il negozio di caccia e pesca:

 (Negozio di caccia e pesca): - pronto?

 (Io): - negozio di caccia e pesca?

 (Negozio di caccia e pesca): - sì

 (Io): avete le trappole per topi?

 (Negozio di caccia e pesca): - certamente.

 (Io): - beh, si vergogni.

E ho attaccato. Ora, lettore mio, non ti racconto nel dettaglio le associazioni mentali, le coincidenze fortuite e i fortunati errori di percorso che mi hanno condotto al Consorzio Agricolo Orobico O Come Si Chiama, una grandissima struttura moderna dove vendono cacca e sementi, ma soprattutto cacca; lì un signore gentilissimo mi ha confortato sul fatto che decine di idioti incapaci di uccidere un topo comprano gabbiette al fine di catturarlo vivo e liberarlo poi nella campagna, per la gioia degli agricoltori fricchettoni induisti ecologisti. Mi sono quindi provvisto delle trappole innocue e – tutto felice – me ne sono tornato a casa sotto una bella splendente aureola.

E così, Lettore, mentre l’altro giorno tu pisolavi bel bello, io, ginocchioni in terra nella cucina tutta smontata, con il frigo staccato e la vernice spenta mi rimenavo tra le mani la trappola per topi e pensavo alle varietà dell’esistenza nella quale io uomo, lui topo e dio, diciamo colomba, eravamo uniti in una intimità che a volte si fa sodalizio, altre tenzone.

Ho montato la trappola, innocua per il topo ma perfettamente in grado di schiacciarti le mani mentre la monti, ed ho atteso, dormendo prudentemente a casa dei miei.

 

 (Ed ora una digressione culturale, per far vedere che ho studiato)

 

Gli animali hanno anima? Sennò gli hanno sbagliato nome. Ha un bel dire il Parroco che le cose stanno così e così; lui che ne capisce poveraccio? Parla perché se lo sente come compito pur essendo ignorante come una capra, ma ecco già un bell’argomento: la capra è ignorante? L’etologo Danilo Mainardi scrisse un libriccino dal titolo “L’animale culturale” nel quale esponeva come e qualmente il gatto di casa imparasse, se non le tabelline, almeno come s’apriva il frigo. Perciò daccapo: la capra è ignorante?

 Beeh… c’è incertezza, sennò abbiamo sbagliato verso. Io stesso ho potuto verificare quanto una pecora allevata dai cani, si sentisse un cane. Il MIO cane – un logico aristotelico – davanti a questo fenomeno era perplesso e non sapeva bene come trattarla finché la pecora non si avvicinò al suo osso, allora il mio cane prese una lucida risoluzione: “ah, sei un cane? Ok” e gli azzannò un orecchio, trattandola come un cane tratta un altro cane ma anche come un lupo tratta una pecora e infine pure come il cane tratta il lupo; era la quadratura del cerchio: una bella pensata davvero.

Il pensiero del pensiero altrui però - nel conflitto - ci turba. Come si può schiacciare a pera un essere senziente? Senza essere americani o altri cosi, intendo. E allora ecco che giungono alla nostra coscienza sentimenti di colpa preventiva e non si riesce a caricare la trappola mortifera perché le mani si rifiutano di preparare l’assassinio e tremano e lasciano cadere ciò che dovrebbero mantenere, mentre la bocca biascica maledizioni non convinte; è la syn-patìa, che t’impedisce.

E mo’? – chiede il Cacciatore.

Dice Sallustio: “o uomo, tu viandante che transiti per la foresta e per vie ipogee raggiungi la saggezza che né Nemo né Ninive si ebbe e che rifulge come astro del mattino là dove le tenebre si disparono simili a nemici che arretrano in fronte all’invincibile…” –

vabbè, fanculo Sallustio; a me, qua, i topi non mi stanno simpatici (perché si parla di topi, se non fosse stato chiaro); i topi mi piacciono laggiù nelle tane e da qua io rispetto la loro via murìde, ne piango i drammi, mi coinvolgo nelle scelte, delle lor gioie m’allieto. Ma non in casa mia.

Ai pie’ del letto, a vegliarmi mentre dormo confidente, io e Thomas Mann ci vediamo bene un cane; un bel cane che mi volge l’occhio pensoso e sereno nel quale mi rifletto quando mi sveglio; un cane che dedica il suo cambio d’espressione a me, felice di rivedermi dopo che la notte ci ha portato in sogni diversi. Un cane che sceglie liberamente di donarmi il suo amore oppure di restare digiuno, un cane insomma, un cane, un cane, saprete cos’è, santa madonna.

Ma il topino che s’inguatta tra schermi di credenze e su per màdie, lui che indefesso rode nella notte ferina chissà che bèni i cui guasti s’appalesano nel tempo, lo spirito animato sempre in cerca che dona un senso insieme di sgomento e di ripulsa, il topo, il topo che è un topo è un topo è un topo insomma, saprete cos’è un topo dico io, quello non mi piace.

E l’ucciderlo?

Ahi, ritorna la pïetas mammiferale, sentendolo fratello, pur lontano. Egli sbatte le palpebre, regge minuscole cose con minime manine, partorisce con doglia una figliolanza inetta e piangente e l’allatta amoroso, la cura, nettandogli con la lingua il cul di merda lordo, forse gli canta anco misteriose nenie di culla. Come ferirlo? Perfino Konrad Lorenz scriveva come l’aver dovuto uccidere dei topi per esperimenti di laboratorio gli avesse provocato una nevrosi, che si manifestava con incubi ricorrenti in cui egli riviveva orribilmente quegli episodi di assassinio, ragion per cui si era da allora in poi rifiutato di compiere sperimentazioni che comportassero il togliere la vita agli animali.

Eppure bisogna bene fare qualcosa.

Catturarlo; catturarlo e redimerlo; o solo catturarlo vabbè; e poi portarlo lontano in terre nuove, soprattutto a noi distanti, e rendergli la libertà (la libertà ci farà liberi) e guardare il suo stupore nel trovarsi scornacchiato ma vivo! Eccoci dunque all’opera nella cerca di una gabbia che lo chiuda con l’inganno senza nuocere che al suo amor proprio, se ne ha. Eccoci alla monta della trappola innocua, eccoci ululando il Santo del giorno, perché il coperchio scatta a tradimento sul mignolino incauto; eccoci a disporla sul tracciato, corredata di esca succosa. Konrad Lorenz mi avrebbe dato la lode. Mozart e Schikaneder forse solo ventotto.

 

(Fine della digressione culturale a causa di raggiunti limiti culturali)

 

E dunque via all’attesa.

Che non si fa lunga, anzi; eccolo qua, l’intruso; guarda sgomento quel me grande come un campanile (un figone della madonna insomma) che m’appropinquo alla sua prigione e rido della sua paura; lo sollevo e l’esamino: - ah ah – penso – facevi tanto il furbo, tu, e poi eccoti qui; sembri proprio un minchione, ora, chiuso lì dentro; cià, vieni qua – ho detto, e l’ho preso. Cioè, ho preso la trappola, mica sono scemo.

E l’ho portata in ufficio. In ufficio perché? – mi chiederai, o Lettore; ma per farlo vedere alla mia bella collega che, come tutte le donne, non vedeva l’ora di avere un topo vicino, che domande.

E le donne sono strane forte, no? Quando il topo si mostra in tutta la sua mostruosa libertà, scaìnano come la sirena dei bombardamenti, poi, appena egli è in trappola e dimostra una giusta paura di fare la fine del topo, ci s’affezionano.

Poverino, e poverino, ci ha fame ci ha sete, che tenero, che musino, che caro che dolce.

E allora, come finisce la storia?

Finisce così: il topo ha mangiato del formaggio comprato per l’occasione (a un discount, ma abbiamo mentito dicendogli d’averlo preso ‘dal contadino’) e bevuto acqua minerale (a basso contenuto di sodio) dopo di che gli è stata rivolta la seguente proposta: “vieni caro, guarda: un bel campo di grano? O preferisci un coltivo di ortaggi? Una serie di vigne, un meleto? Orsù, vai dove ti pare giusto, figlio mio”.

Il nostro topo ha scelto il bel campo di grano che stava sul bordo di un canale d’irrigazione, lontano dalla strada. E, per la gioia del contadino di lì che supponiamo fricchettone induista ed ecologista, colà abbiamo reso il topo libero.

“Buona fortuna. Sii prudente, guàrdati dai gufi e le faine, stai nel folto delle erbe, muovi passi lievi, odi presto il periglio, abbi cura di te.

E non tornare o ti schiaccio come una pera, stronzo” – gli dissi.

E mi ripartii.






politica interna
4 gennaio 2010
Il saluto di Akhenaton


Ho seguito il Saluto fino in fine (sono un coraggioso) e poi mi sono ricordato di quella visita al museo egizio; nelle pergamente esposte, il segreto dell'immortalità: è il nulla. Il nulla è immortale. Il nulla con fregatura, invece, è proprio da Dio.



Egregi amici: durante le mie quotidiane rilassanti letture di geroglifico, ho scoperto un interessante cartiglio nel quale il Faraone Amhenotep IV, alias Amenofi IV, alias Akhenaton (il Faraone cambiò spesso nella sua vita nome e fede, in una evoluzione costante ed inarrestabile) àugura al suo popolo ogni bene per il nuovo anno solare; era questa una tradizione molto seguita – come certo non vi sarà sfuggito – dai sovrani del Nuovo Regno. Ora, alcuni considerano Akhenaton un sovrano “eretico” perché mutò a capocchia certe regole di convivenza molto importanti, portando con ciò lo scompiglio nei suoi territori, ma io sono seguace della nuova ricerca storiografica contemporanea, che considera Lo Scompiglio una azione indispensabile per portare una ventata di dinamismo nella sclerotica condizione sociale di un Paese legato da un insieme di regole e leggi immobilizzanti. Insomma, un po’ come accade quando si prepara la maionese.

Sono felice dunque di presentarvi una traduzione abbastanza fedele dello scritto del Faraone, perché credo che le sue parole ed i suoi antichi programmi rivoluzionari possano aiutarci ancor oggi ad essere ottimisti riguardo ai tempi che ci attendono. La maledizione dei Faraoni è infatti una leggenda destituita di ogni veridicità: i Faraoni portano invece un culo incredibile, se ben tradotti. Auguri e scongiuri, abbiate fede.

 

 

“Egiziane ed egiziani, cari fratelli: sono uscito dal mio sacro sepolcro allo scopo di porgervi un regale saluto e l’augurio che il nuovo anno solare vi porti pace, prosperità, salute, contentezza, luce, amore, concordia, operosità, conoscenza, benessere, serenità, un buon clima, e credo di non aver dimenticato niente.

Cari egiziane ed egiziani: nella stagione trascorsa, ho avvertito – malgrado tutte queste bende – la preoccupazione che ha agitato molti di voi a proposito della passata siccità; ora io, Akhenaton, vostro Faraone, voglio dirvi due cose: innanzitutto siamo nel deserto, quindi la siccità è giustissima; e poi, sudditi miei, non dovete preoccuparvi del futuro: i regni stranieri, dalla Nubia all’Eufrate, a cui il nostro Paese si è saldamente ancorato, apprezzano moltissimo gli sforzi che abbiamo fatto per assicurare chissà che cosa a chi, e quando: purtroppo, in questa era, la storiografia è di là da venire e quindi accontentatevi di parole vaghe. Dobbiamo comunque impegnarci ancora più a fondo perché questo nostro paese d’Egitto possa e debba uscire dalla siccità ricco di maggior forza, coraggio, volontà, zenzero, cannella… no, scusate, ehm… allora dicevo… volontà… ah sì, ecco! Il tutto in nome dei sacri valori: “unità, unitarietà, unitontarietà”. E vài.

Ma la volontà, l’unità, le altre cose là, non bastano: ci vogliono le riforme. Adesso la butto lì così la storia delle riforme vi si infila nell’orecchio, e poi pian piano ve la faccio digerire.

Lasciatemi fare qualche digressione, così non capite subito dove voglio andare a parare; è mia intenzione rivolgermi ora ai giovani egizi: 

egiziuncoli! Mica vi scoraggerete solo perché gli Ittiti ci stanno fregando i territori dell’Asia Minore, con grave danno economico per il nostro regno – come dice qualche disfattista? Ah, ragazzi miei, così deludete il vostro Faraone; ricordate che noi Egizi siamo dèi, navigatori e matematici e dunque conosciamo bene le proporzioni delle cose; l’Asia Minore la lasciamo agli Ittiti appunto perché è minore, e noi vogliamo fare solo cose grandi, per le quali basteranno la vostra volontà, la vostra motivazione, il vostro impegno, il vostro coraggio e insomma parecchia roba vostra.

Adesso dico un’altra volta “riforme”, così vi preparate alla novità senza manco accorgervene.

Parlavo l’altro ieri con il Sole, si chiacchierava e si rideva davanti a un buon bicchiere di nettare, quando lui di botto mi fa: “uéh, Akhenaton: e le riforme?!...” – “Per la tomba di mio nonno!” – dico io dandomi una manata in testa che quasi mi faccio monco – “a momenti me ne scordavo!”.

Ecco, o egizi, come dice il Sole, le riforme non sono più procrastinabili. Quella più importante ora faccio finta che sia la riforma sui calzari bucati, ma a me ed al Sole interessa assai una riforma ben più strutturale perché vedete, o Egizi, voi finora avete creduto in troppi dèi: e c’era quello che vi prometteva tanto papiro, e c’era quello che vi assicurava la salute, e c’era quell’altro bravo a tenere lontani i coccodrilli (esseri che invece, personalmente, adoro), ma vedete, Egizi, quante energie perse e quanta discordia tra i fautori dell’uno e dell’altro dio?

Ora, la soluzione proposta dal Faraone è semplice e divina: teniamoci un dio solo! Ottimizziamo così i rapporti, risparmiamo le preghiere eppòi pensa a tutto lui; forte, eh? Ne ho conosciuto recentemente uno simpaticissimo: si chiama Aton e racconta di quelle storielle su Iside e Osiride da farti sganasciare dalle risate; inoltre è un dio potentissimo che controlla l’intero universo, mica quelle quattro carabattole di giorno, notte, stagioni e raccolti come Râ, Anubi e tutti gli altri; non occorrerà che modificare, insomma riformare, il nostro sacro ordinamento intangibile sul quale sta in equilibrio precario la nostra intera struttura sociale, ed è fatta: non dovremo più preoccuparci di nulla; ah che bellezza, eh?

Pensate, cari Egizi: con la penuria di dèi liberi che c’è in giro, il nostro Aton è subito disponibile e dispostissimo ad essere adorato; una vera fortuna incredibile. Basterà quindi dargli via libera e dimenticarsi alcune trascurabili alluvioni, carestie, terremoti, pestilenze ed invasioni di cavallette che in gioventù Egli possa aver provocato (chi di voi non è stato un po’ esuberante da bimbo?) e via: da quel beato momento in poi, si prega sicuro!

E adesso continuo il mio pistolotto soave nel quale ho infarcito la bella novità: egizie ed egizi, egizini: siate sempre buoni e caritatevoli con gli assiri, con i caldei, con i nubiani e con i marziani, perché l’Egitto è un regno accogliente e aperto; come facciamo i sacrifici umani noi, non li fa nessuno; la nostra avanzatissima tecnica di mummificazione da vivi, poi, permette – come potete vedere – al Faraone ed ai suoi dignitari di seguitare ad occuparsi del vostro benessere per millenni; siate dunque lieti e fiduciosi, felici e festanti, forti e fatui, perché solo la speranza e la serenità che voglio trasmettervi permetterà all’Egitto di… grazie, o sudditi miei, scusate, ma mi sto addormentando; prima di riprendere il mio sacro sonno, vi auguro dunque un anno che…" (il cartiglio si interrompe).

 

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