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satira, un punto di vista un po' storto
letteratura
24 maggio 2010
Se telefonando

Quella storia delle intercettazioni (son troppe, costano troppo, eccetera) era talmente comica che mi ha fatto ricordare il mio servizio militare, anche quello tanto buffo.



Peccato che ci tolgono le intercettazioni, ragazzi: io mi divertivo. Io e, credo, alcune centinaia di milioni di italiani, insomma almeno una parte di tutti gli intercettati, secondo stime credibili perché ufficiali. Io alle cose ufficiali, ci credo; l’ufficialità per me è roba seria, con l’ufficiale (se avete fatto il militare amici miei, lo sapete anche voi) non si scherza. Oddio, col sottotenente sì, un po’: io c’avevo un sottotenente proprio sotto; era timido, stava così schiscio che quasi mi faceva tenerezza; qualche volta gli passavo vicino, gli davo uno scuffiotto che gli faceva cadere il cappello e dicevo: “ha visto che corrente?” –  lui diventava tutto rosso e si rimetteva il cappello, fingendo di credere che gli fosse caduto per il vento; diceva: “può chiudere quella finestra per piacere?” e io: “il Colonnello ha detto di tenerla aperta; se lei fa in fretta a diventare Generale, poi gliela chiudo”.

Il Capitano, invece, era una sagoma: entrava canterellando, cantava: “…è arrivato il capitaanooo…!” e noi quasi ci strozzavamo dal ridere; era un capitano medico, cioè di quelli che gli altri sparano e lui rattoppa, quelli risparano e lui rirattoppa, poi quelli ririsparano… una vita da incubo. Infatti ciaveva i suoi begli problemi, i tic all’occhio e tutto il resto, sebbene lui non avesse mai rattoppato nessuno: in primis, non c’era la guerra; in secùndibus, non distingueva del catgut dal moccio e quando arrivava un malato, questo capitano si chiudeva nel cesso fingendo di essere morto. Anche con lui dunque si scherzava abbastanza: lo si chiamava “marescia’” perché, in aviazione, il capitano non ha i gradi a stelletta ma a striscioline come i marescialli di fanteria, e perché era un terronazzo (non un meridionale, proprio un terronazzo: sembrava figlio d'un bòssi). Requiescat in pace, tanto è sempre stato morto.

Poi c’era il Maggiore; anzi, il Maggiore non c’era, mai visto uno. Forse stava nascosto. E invece arrivava il Tenente Colonnello, che non è Tenente e basta, ma è pure Colonnello; questo signore arrivava e: zàn! - ci faceva vedere il culo. Va bene che eravamo l’infermeria, ma insomma. Ogni volta che veniva teneva in mano certe fialette gialle, calava le brache, si metteva a buhorìtto, come dicono a Livorno, e aspettava. Noi ci guardavamo un po’ – vado io, vai tu - si faceva la conta, eppoi andava uno di noi, e fingeva di fargli quella benedetta iniezione. Lui, tutto contento: “non ho sentito niente!” – e noi, malvagi: “proprio niente niente, Colonnello?” (ai Tenenti-Colonnello piace essere chiamati ‘Colonnello’ perché è come dirgli: ‘dài che sei Colonnello anche tu!’) – e lui, marziale, definitivo: “niente!” – poi si rimetteva le mutande e spariva, guarito.

Infine ecco il Colonnello vero; egli era pure tutto il Comandante. Certo, uno dice: “il ‘Comandante’ per me, è Che Guevara, mica quel pirla qua” – ma noi eravamo una caserma di periferia e ci dovevamo accontentare. Il Colonnello-Comandante-Quel-Pirla-Qua arrivava a larghi passi e apriva le porte senza chiedere permesso (ad uno con meno abbagli sulle spalle, questo genere di scortesie poteva dare grossi ma grossi fastidi) e chiedeva medicine tropicali. Voglio dire che chiedeva roba che non avevamo, roba stranissima che forse leggeva sulle rubriche del barbiere; noi, pazienti: “comandante, ciabbiamo il metile salicilato” – e lui: “no! Voglio il difurampinzone” – noi ci si guardava e poi io dicevo: “Aldo, vai a prendere il difurampinzone”. Aldo non era uno sciocco, Aldo era uno che capiva al volo, Aldo andava nel magazzino e prendeva una di quelle robe sconosciute, senza l’etichetta, che stavano dimenticate da qualche parte, in certi scatoloni scassati; gli toglieva la polvere, ci rimetteva il tappino e tornava. “Difurampinzone?” – chiedeva il Comandante. “Sissignore” – rispondevamo noi unìsoni, scattando all’impiedi. “Lo dicevo io!” – diceva lui, e se ne andava contento di averci insegnato il mestiere. È sopravvissuto.

Beh, di ufficiali, lì, poi non ce n’erano più. Era una caserma di periferia, come ho detto, e ci si arrangiava con quello che avevamo; ma eravamo così giovani e si sa che i giovani si divertono pure con poco, perché hanno tanta fantasia. Accade così che, alle esercitazioni, in mancanza delle maschere antigas si indossino quelle di carnevale, che si curi una contusione al polso con quaranta metri di bendatura elastica finché l’infortunato pare Tutankamon, o – come facevano quegli artisti delle cucine – si preparino per la mensa ufficiali piatti con i condimenti più svariati, e impensati (a meno di non essere un Vissani che si fa le pere) nonché ricchi di fermenti ed Escherichia Coli, diciamo come lo yogurt.

Ma forse sono uscito un po’ fuori tema: si stava dicendo delle intercettazioni. Eh già; beh, peccato che non le fanno più, a me dispiace proprio: mi ci divertivo. Avrà anche ragione, il Provenzoni, a dire che ci lèdono la pràivasi, che è una cosa importante soprattutto quando sei sul vasone e ti spuntano telecamere da tutte le parti, ma poi è anche questione di abitudine: l’agente assegnato a me, per esempio, mi ascoltava così spesso che l’avevo soprannominato ‘Ricchione’ e ogni volta che telefonavo, lo salutavo:

 

Io: - uéh, Ricchio’.

Agente intercettore: - mi chiamo Antonio.

Io: - famiglia, tuttobbène?

Agente intercettore: - insomma; mio cuggino cià la sciatica.

Io: - òlla maro’! E va dal professor Dovè no? Lo conosci?

Agente intercettore: - il professor Dovè?...

Io: -  Dovè Giosuè; chiedi all’Ospedale San Tana, di Lecco di Sotto; è un luminare, un santo, un martire; di’ che ti mando io

Agente intercettore: - grazie Interne’, menomale che ti intercetto!…

Io: - ma ti pare? Vai vai, Ricchio’…

 

Mi divertivo a fargli gli scherzi mi divertivo; gli facevo fare dei giri e poi, quando telefonavo ai clienti, lo sentivo, gli facevo:

 

Io: - e allora, Ricchio’?

Agente intercettore: - però non è giusto, solo perché siamo ignoranti e con un lavoro da vomitare, trattarci così…

Io: - hai ragione Ricchio’, sono pentito. Senti, ho preso una multa; ci pensi tu?

Agente intercettore: - e mo’ pure la multa… e non mi dici mai niente di compromettente… che soddisfazione ho io?

Io: - ti amo, Ricchio’, contento? Toglimi la multa, dài.


 
Ah, come ci si diverte con poco.

 




permalink | inviato da internet il 24/5/2010 alle 23:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
letteratura
18 maggio 2010
Via, Cairoli


Il governo berlusconi, con la Lega, stava cambiando perfino i libri di testo delle scuole. E i nostri Eroi? Io avevo una foto sorprendente dei Fratelli Cairoli. Più eroi di loro...




Come sono importanti le immagini, e come cambiano nel tempo; in quest’epoca sono così abbondanti che ciascuno di noi ne conosce almeno di due tipi: quelle ufficiali, iconografiche del periodo storico (ad esempio la foto quirinalizia dei componenti di un Governo) e quelle istantanee che ritraggono, per esempio, gli stessi personaggi mentre camminano per strada, coi calzoni gualciti dalla sgambata. Le seconde sono molto più numerose e note delle prime, e fortunatamente, perché ci permettono di conoscere meglio chi c’è dietro una uniforme.
Questo è possibile oggi (un oggi allungato a poco prima), ma più tempo fa esisteva quasi esclusivamente il dagherrotipo ufficiale che faceva séguito, tecnologicamente, alla tela agiografica dal cui fondo scuro emergeva, in un tentativo di realismo inquietante, il personaggio di cui si voleva serbar memoria; esso era raffigurato in posa statuaria ed aveva espressione assente o cipigliosa come per dire: col mio potere non si scherza. Teneva spesso in mano un libro, o – se era un soldato – con noncuranza un’arma, ma qualunque cosa facesse era soprattutto fermo: perfino su un cavallo impennato pareva immobile e ciò era necessario per considerarlo con la massima attenzione pedagogica: egli era l’esempio. Ma l’esempio è impersonale e lontano.
Dal nostro passato figuràto quindi, noi riceviamo perlopiù l’impressione di una collezione di facce tutte uguali tra loro e senza alcuna somiglianza con noi; una sorta di museo pieno di animali male impagliati e polverosi. In fondo è la stessa impressione che molti di noi hanno considerando opere letterarie come “I promessi sposi” o l’”Iliade”, roba che i raccontini di Dan Brown, in confronto, sembrano l’elenco del telefono; come mai allora Omero vende meno di Dan Brown? Credo che la ragione stia nella presentazione grave, istituzionale, remota dalla quotidianità colla quale si ammantano le cose significative del passato. Si ricerca così una loro promozione di grado che le porti nell’Empireo, cioè in una specie di platonico “mondo delle idee”; il risultato di questa brutta operazione è che il passato glorioso sta là e noi stiamo nel mondo putrescente qua, a guardarlo come una favola. Eppure il passato non è una favola: è stato presente dopo essere stato, addirittura, futuro; non è un insieme di stanze chiuse: è una pista di corsa a staffetta. Dovremmo sentirne il legame dinamico.

     

Eccole qua, le immagini di un passato istituzionalizzato e così lontano dalla percezione dell’oggi: sono ritratti di manichini, statue a mezzobusto, una galleria di ritratti di avi simili tra loro fino alla noia; ma questi volti di marmo sono stati uomini come noi ed hanno vissuto tempi nei quali si è decisa la forma del loro futuro, che è poi il nostro presente. Ed in quei suoi tempi, il signor Camillo di Cavour avrà ben avuto delle espressioni che ne lasciavano intendere l’umanità, perché perfino il furbo, cinico, abilissimo Camillo, era un uomo.
Senza voler pensare ad un bel quadro dove lui s’inforchetta i maccheroni o surpa un caffè (il che lo avvicinerebbe alla nostra quotidianità, fatta più di maccheroni e caffè che di colate di bronzo) un ritratto meno simile ad una inespressiva foto-tomba potrebbe aiutarci a considerarlo non già una statua, ma un vivo precedente.
Purtroppo, l’agiografia è il tentativo di rendere immortali per immagini e asporta quindi tutto l’umano, marmorizzando solo un involucro di panni: Camillo di Cavour ritratto, è trasformato in una mummia immota inespressiva, corrusca solo di importanza, quale alcuno di noi è stato mai, così quest’uomo diventa cosa altra da noi e il suo posto è un remoto museo delle cose estranee.
Il nostro Risorgimento è la prima (e l’ultima) pagina davvero gloriosa della storia nazionale; in questo periodo si sono avute figure umane il cui coraggio idealistico ha davvero suscitato una attenzione ammirata ed una eco di commenti in tutto il mondo. Questa è l’epoca nella quale molti personaggi in Italia hanno rivestito i panni dell’eroe; tra i più grandi, i fratelli Cairoli e la loro madre.
Ed eccoli qua, nell’agiografia: sguardo all’orizzonte, volto ideale, cipiglio marmorizzato, eccetera; da sinistra: Benedetto, Giovanni, Enrico ed Adelaide Cairoli.

    

Ma così ce li perdiamo nel già visto. Dovremmo riuscire a scorgerli in una immagine istantanea della loro vita per sentirli uomini; ebbene: consideriamoli in questa foto sorprendente:
Guardate: si tratta di ragazzi, e sfido ciascuno di voi a dire se non li ha già visti da qualche parte: l’espressione insieme sfrontata e un po’ bolsa di molti giovani, una certa goffaggine, l’aria fanciulla e poi quelle divise, le sciabole al fianco: un contrasto che pare una mascherata per una recita; ma sono loro, sono quelli veri. Eccoli vivi; siamo nel 1861.

 

Unico con la barba, seduto, in divisa da garibaldino è Benedetto; lui è più adulto, ha poco più di trent’anni e combatte da molto tempo, ha partecipato ai moti di Milano del 1848; sarà alla fine il solo sopravvissuto della numerosa famiglia e diverrà Presidente del Consiglio (bella carica, vero? Giusta, per un grand’uomo) di una giunta di sinistra nella nuova monarchia costituzionale del neonato Regno d’Italia. Per il momento però, è qui ferito (perciò è seduto, e un po’ curvo) da schegge di bomba che gli hanno devastato una gamba durante la battaglia per l’entrata a Palermo, con Garibaldi, l’anno prima; a sinistra, appoggiata al muro, si vede la sua stampella. In quello scontro feroce si è battuto insieme a suo fratello Enrico, che in questa foto è quello a destra: ed eccolo, il famoso Enrico Cairoli: ha solo vent’anni, ma è stato uno dei Mille. Ha la testa fasciata perché a Palermo, mentre Benedetto ha ricevuto la schioppettata in una gamba, lui l’ha presa dritta in fronte: su questa ferita gli annali di medicina dell’epoca dicono: “alla esplorazione digitale si registra un vacuo nella sostanza cerebrale sotto il foro d’entrata del proiettile; il malato, non manifestando alterazioni di personalità o danni fisici, dopo una settimana decideva di uscire dall’ospedale”. Al petto, questo eroe dalla testa veramente dura ha una medaglia; farà ancora molte battaglie e sarà lui, l’anno dopo la foto, a soccorrere Garibaldi ferito all’Aspromonte, condividendo con il Generale anche la prigionia. Molte guerre ancora farà in breve tempo questo ragazzo, prima di morire a 27 anni conducendo in un assalto alla baionetta 70 Garibaldini contro 300 guardie papaline nello scontro di Villa Glori, sui Parioli di Roma, dove si batterà anche suo fratello Giovanni riportando nella mischia ferite dalle quali non guarirà.
Giovanni è quello in mezzo, con l’aria spavalda: indossa l’uniforme da granatiere dell’esercito regolare; qui ha meno di vent’anni: morirà anche lui molto giovane, per i postumi di quei dieci colpi di fucile e di baionetta ricevuti nel corpo a corpo di Villa Glori dove, con gli altri del commando volontario agli ordini del fratello Enrico, cercava di portare aiuto ed armi agli insorti della capitale.
E poi c’è la madre: Adelaide Cairoli in questa foto è triste perché altri due figli sono già morti nei numerosi scontri armati di quell’epoca di battaglie, ma è tutt’altro che una Penelope in attesa del ritorno di qualcuno: patriota anch’ella, finanzia la Causa, corrisponde con le figure di spicco del periodo come Giuseppe Mazzini, ospita nella sua casa Garibaldi. Alla morte dei figli rifiuterà ogni riconoscimento ed onore e vivrà dignitosamente, credendo nella giustezza delle idee per le quali quasi tutta la sua famiglia ha dato la vita.

La foto che vi presento è una vecchia e consunta immagine di un mondo che ci è lontano, ma questo gruppo di famiglia in un interno ha comunque qualcosa di una istantanea: qui i personaggi manifestano qualcosa di sé che buca la Storia ed arriva fino a noi; intanto ci impressiona la giovinezza ed il sembiante da ragazzi comuni che caratterizza queste figure come vive e vicine, poi sorprendono la differenza dal ritratto istituzionale, l'aspetto moderno ed una gestualità spontanea mescolati all'antica marzialità del loro abbigliamento e del momento storico: il pieno momento delle guerre italiane per l’indipendenza.
Consideriamoli nel fermo immagine di questo attimo: 
l’unico che pare aver fatto in tempo, o aver pensato, a mettersi in posa è Giovanni, cui manca solo la classica colonnina alla quale stare appoggiato: è francamente in posa, sebbene non abbia ancora aggiustato l’espressione e gli rimanga l’occhio a mezz’asta e l’aria di stare per assestarsi meglio; d’altronde Giovanni è un irrequieto: essendo il più giovane della famiglia, a lungo ha morso il freno perché la sua età verde gli impediva di emulare i fratelli guerrieri; adesso è un giovanissimo cadetto e finalmente può battersi come si conviene, ma, pur ritto e fiero ed in uniforme, gli rimane in viso un’aria fanciulla e così attuale che lascia disorientati, trattandosi di un Grande del Risorgimento. Eccolo, dunque, un Grande del Risorgimento: è un normalissimo ragazzo come tanti, non di marmo.
Mentre Giovanni è ritto e fiero, Benedetto ed Enrico invece, acciaccati, hanno una posizione malcerta; Enrico si sporge un po’ avanti per mettere una mano sulla spalla della madre, che evidentemente ne ha bisogno; quella fasciatura in capo intanto, gli rizza i capelli in modo quasi buffo facendolo somigliare ad uno dei ragazzi di oggi, con i capelli irti di gel. S’indovina la richiesta del fotografo: “tolga il cappello, che si veda la ferita!” – di suo, Enrico Cairoli (che aveva ben altro per la testa, oltre la palla di fucile) non c’avrebbe pensato: l’ha appena tolto, il cappello e, non potendolo certo buttare in terra, lo tiene lì appeso in qualche modo alle dita che sorreggono l’elsa della sciabola, avendo l’altra mano impegnata a confortare la madre; l’insieme della sua postura è giovane, spontaneo e commovente.
Benedetto invece, sembra stia cercando una posizione che non gli faccia troppo male; guardandolo, ci si immagina lo sforzo di accomodarsi su quella poltroncina e di trovare il modo di non apparire goffo: appoggia la gamba straziata sull’altra ed in parte sulla sciabola, poco marzialmente tenuta come un bastone; con la destra si aggrappa al bracciolo della poltrona mentre mima, a denti serrati, noncuranza. Non ha l’aria accigliata, severa, risoluta, di un Garibaldi e sembra non curarsene molto; un velo di preoccupazione ed insieme di inflessibilità pare occupargli lo sguardo che è rivolto, forse, a figure di morte.
Adelaide Cairoli infine: è una donna nobile, fiera ed un simbolo del Risorgimento, ma qui non ha nulla dell’urna dei forti; il fotografo la coglie prima che possa darsi un contegno, con le braccia rattrappite in grembo e la testa desolantemente china in una posa da Madonna dei dolori mentre forse pensa che la guerra, alla fine, si mangerà anche quegli ultimi tre soldati di cui ha già cominciato a rodere i corpi e che in ogni caso non c’è alcuna via d’uscita, perché se i suoi figli non combattessero da grandi uomini sarebbe anche peggio, per tutto ciò in cui lei e tutta la sua famiglia credono; non le resta dunque che un giusto dolore di madre. E qui appare cosa significa.

Eccoli visti, allora, alcuni nostri Grandi del Risorgimento, in un attimo congelato della loro vita; questi ragazzi oggi avrebbero 170 anni, troppi anche per un eroe, ma lì dove sono, giovani imberbi colla faccia così comune, ancora oggi, tra gli studenti all’uscita delle scuole, ridanno alla figura del guerriero da libro di Storia, l’umanità che aveva perso a causa del cattivo lavoro dei nostri insegnanti e degli agiografi. È bene saperlo, che quegli eroici combattenti erano così, così come noi nell’aspetto e nei gesti.
Ma se l’idea di Patria del XIX secolo era esclusiva (fuori l’oppressore) mentre oggi prevale un concetto inclusivo di Mondo (via le frontiere), se dunque ora sembra tutto diverso, ciò che ancora può legarci a quei ragazzi coraggiosi è il concetto di bene comune per il quale essi hanno combattuto militarmente con il fine di renderlo possibile nel loro Paese, ma per il quale noi oggi, più fortunati di loro grazie a loro, possiamo batterci civilmente, volendolo vedere espanso a tutti i Paesi.
Pur se potrebbe essere una sorpresa che il concetto di Mondo dei Garibaldini fosse proprio questo: pace ed uguaglianza in tutti i Paesi, a partire dal nostro.
Malauguratamente, non vi sono riusciti. Gli austriaci se ne sono andati, ma l’”Austriaco” rimane, se per Austriaco intendiamo l’eponimo di qualunque oppressore, come forse avrebbero inteso i fratelli Cairoli; i quali hanno fatto a baionettate per portare ordine in un vestito da Arlecchino qual era la penisola ottocentesca. Quell’Italia debole e ininfluente perché frammentata ha dunque avuto i suoi coraggiosi, che combattevano per farne una Nazione unita e forte, con dignità eguale alle altre.

Però il momento attuale non lega con i principi di allora e forse con nessun principio; oggi sembra proprio che per i concetti di bene comune e di unità, l’è passa’ ‘l mumént. Nel dialetto obbligatorio, Via Cairoli si pronuncia: via, Cairoli.
E allora nel guardare quei vicini di casa dalle espressioni familiari, guardando i Ragazzi con la spada e non riuscendo più a sentirli tanto remoti, percependo il legame con quel passato vien voglia - con molta vergogna - di chiedere scusa.
Scusaci tanto, cara vecchia foto.

letteratura
12 maggio 2010
Volare come una borsa
La Borsa era quel luogo dove se ti grattavi la testa diventavi milionario o finivi in bancarotta. Questo un tempo, poi non c'è stato manco più quello schizzo di LSD; tutto diventa schematico come un bit. Ma non si cambia facilmente l'anima della Borsa: ella vive e si droga insieme a noi.




Anche a me piace volare e così, leggendo del volo delle borse, mi sono ritrovato a sorridere (erano anni che non lo facevo) per una notizia di economia. Che bella – pensavo – l’immagine di questi stormi di borse felici che attraversano il cielo, con le fibbie rilucenti di sole, e tutti gli omini piloti su a far quei gesti che sembra di assistere ad una epidemia di ossessione compulsiva. Poi ho pensato che i gesti nelle borse non si fanno più, non so perché. Peccato, ci rallegravano; dicevi: ma guarda quei matti – e l’annuncio dell’aumento del fusillo a tortiglione non era così deprimente come oggigiorno che i broker al computer, tutti composti, estinguono intere nazioni senza fare nemmeno un po’ di spettacolo.
Le borse volanti mi erano sembrate allora come il ritorno delle rondini, perché – lo sapete, no? – come fino ad oggi le borse, anche le rondini non volano più, e poi non ci sono più le mezze stagioni, e non son più i tempi di una volta e di eroi non ne nascono più. È bello far le frasi con l’avverbio “più”.
Comunque, ero così contento che ho perso il giornale con la notizia delle borse volanti; mi è rimasta solo la fotocopia del titolo e ne sono dispiaciuto assai: avrei voluto farvi parte di un momento così lieto, dio sa se ne abbiamo bisogno, di questi tempi. Ricordiamocene, alle elezioni. Ma tornando all’articolo di giornale, ecco: cercherò di riassumerlo per ciò che me lo ricordo, così che anche voi possiate addormentarvi stasera sognando un tramonto tropicale ed un volo di borse cinguettanti sullo sfondo, con la musica di stephen schlaks. Buon riposo, non svegliatevi troppo presto: sarebbe ancora notte.



“Ieri una cacca di piccione è caduta sul tetto della Carnegie Hall; l'importante fenomeno ha determinato un meccanismo a cascata che - per effetto Lorenz - ha avuto come esito il risollevamento dell'economia mondiale ed anche, si ipotizza, un ringiovanimento del Sole di 24 ore. Maynard Keynes è uscito dalla tomba ballando la conga, John Kenneth Galbraith si è fatto una pera ed il vecchio Marx ha fatto autocritica confessando, tra le lacrime, che ha ragione berlusconi: abbiamo tutti undici anni.
Ma qual'è la ragione di questa improvvisa ripresa notturna? Semplice: un piano da mille miliardi di dollari; dice: ma dove sono i soldi? - quali soldi? - i mille miliardi; - e che ne so. - ma... e l'annuncio? - ma l'annuncio: l'annuncio è l'annuncio cosa c'entra; la Borsa funziona così, tu arrivi e dici: - e se ci fosse la guerra? - bram, la Borsa crolla; poi dici: - ma no, cosa vado a pensare... - hop, e la Borsa si rialza. Si rialza una Borsa, si rialzano tutte; un coro di Borse canta ormai le lodi del mercato: stiamo benissimo, Piazza Affari guadagna l’11%, di cosa, non si sa, visto che non ci sono affari; Milano record: non ci si ricordava una Milano così da 16 anni; - una Milano come? - così; - cioè? - ma che ne so, chi se ne frega. L'Alitalia, con tutti questi nuovi soldi, si compra da sola, poi compra anche l'ATM e le Ferrovie, che a loro volta si comprano la Flotta del Pacifico in blocco, per far del diporto. Anch'io stamattina mi sono svegliato e avevo in tasca mille miliardi; poi girando al buio per non disturbare a momenti mi rompo le corna contro i sacchi di brillanti che c'erano in corridoio e che distrattamente ho buttato via, credendoli sacchi della spazzatura.
Andando per la città, inizialmente sembrava che nulla fosse cambiato, ma ad un più attento esame certi particolari svelavano il nuovo benessere diffuso: il barbone del semaforo aveva le stampelle d'oro, i cani pisciano champagne, i nuovi campionati di sci saranno disputati sulla manna. Eravamo al tracollo? Certo, eravamo al tracollo. Però siamo ricchi? Eh, però siamo ricchi.
Poi ad un certo punto si è aperto il cielo e si è affacciato l'Angelo Sterminatore: guarda di qua, guarda di là, poi va via dicendo ‘ma dove cazzo l'avrò messo’; una balena si è arenata in Piazza del Duomo e Buzzati, finalmente, è contento; mi telefona Claudia Gerini mi fa: - ti voglio, ti voglio subito - che non riusciva neanche a parlare; ho dato un'accelerata alla moto, mi son ritrovato in India; berlusconi gli è cresciuta una chioma da profeta, ha donato tutto ai poveri e ha imparato l'italiano; putin è davvero comunista; anche Bersani; c'è un ponte tra Sicilia e Calabria fatto con l'arcobaleno; la mafia non esiste; italiani brava gente; poi è apparsa una gran luce.
Ed ora siamo qui, con queste brave infermiere che ci imboccano cantando la bella canzoncina... è bello qui, c'è tanta pace”.

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