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satira, un punto di vista un po' storto
politica interna
23 aprile 2013
Che fare

 

Dibattito

         

Visto quanta responsabilità? 'Sti cazzi, quanta responsabilità. A furia di sentire che ci voleva un mucchio di responsabilità, che tutti avrebbero dovuto prendersi una parte di responsabilità, io, ogni mattina, facendomi la barba, mi guardavo allo specchio e dicevo: - ma tu, tu che mi guardi, te la sei presa la tua responsabilità? - e mi tagliavo.

Ero profetico: la responsabilità fa le cose male. Io, per esempio, che sono un irresponsabile, non ci sarei andato da berlusconi a dirgli:

- maestro, dimmi tu chi deve fare il Presidente della Repubblica. Maestro, se pur tu fossi il delinquente che alcune ventine di milioni di incauti dicono, ammaestrami a me, che pago pure le multe, dimmi una parola di saggezza e poi sguinzaglia i cani, così me ne vado; maestro, no, dico, maestro, preferisci màngano o dell'utri? Come, è morto? Dell'utri? Ah, màngano? O come mi dispiace: sapevo che eri in lutto, non venivo. Ah, se è tanto tempo fa... e allora me lo puoi dire, maestro? Comunicami, se ti piace, una rosa di nomi, un ventaglio di proposte a te grate; posso sedermi? Ah, si sporca? Come non detto. Deh, parlami, te ne prego, perché se me ne sorto di qui senza un responso poi non riesco a dormire, come quell'imbecille della pubblicità. Ti piace badalacoso, lì, come si chiama? O preferisci qualcuno meno sovversivo? Io aspetto. Sì, di là, aspetto di là, grazie, grazie. -

 

E nemmeno avrei fatto il Pinocchio con il Grillo:

- ma pensa questo qui che fa il buffone: viene a dire a me cosa devo fare. A me: lui a Me! Ma chi fur li maggior tui? Ma lo sai chi sono io? Vai, vai, ragazzo, e passa dal retro! Ma qui non c'è più la misura delle cose: va bene essere democratici, vero, ma non è che questo voglia dire farsi avvicinare dai pezzenti. O stare ad ascoltare chiunque, magari i pagliacci, per giunta plebei. O che ne so: permettere ad un servo di desinare coi padroni. In effetti, io non ho mai capito che cosa voglia dire 'sta cosa dell'essere democratici e d'altra parte manco me ne frega tanto così. Mi vien pure da sorridere, ah ah, al pensiero che ci sia anche un solo scioccherello che lo sta a sentire, questo Gallo, Trillo, Birillo, come si chiama, un prodotto di chissà quale suburra. Sorrido e scrollo il capo regalmente. Tzè. Al massimo potrei forse permettergli di lucidarmi le scarpe, il giorno che davvero volessi premiarlo. Eh, in fondo ho proprio un cuor d'oro, sì. -

 

Avrei evitato lo stile Napolitano, nel rapporto con la base:

- La base: ma cazzo stai facendo? Uéh, ma sei scemo? Bada, ti facciamo un culo così, segretario delle nostre balle: non lo fare, t'è capi', NON-LO-FARE!

- Il Vertice: ma benedetta gente, se non sapete le cose, tzè, pfui, se siete ignoranti state zitti, cosa parlate, cosa volete interloquire, come pensate di poter capire, voi, marmaglia, popolaccio maleodorante; scostatevi in là, parlate col camerlengo, fate anticamera, largo, largo. Adelante, Pedro, pàssagli sui piedi, ma che non gridino troppo, ché ciò m'angustia.

 

Epilogo

 

Da ragazzino ero così contento di essere di sinistra; di votarla, perfino. Ero uno di sinistra fatto e finito, con tutti i dettàmi giusti, e non mi dovevo nemmeno sforzare: ero così di natura. Che bello: c'ero nato, così, baciato dalla fortuna. Poi sono cresciuto, e sono rimasto di sinistra. Io. Ma lei usciva sempre più spesso, diceva che c'aveva quel compleanno dell'amica, poi l'onomastico della mamma, e la riunione dell'otto marzo, e la palestra, e la zia in ritorno dall'India, e il corso di astronautica. Mi son trovato solo che non me ne sono neanche accorto. Ho ancora la sua fotografia. Era bella da non dire, la mia sinistra. L'ho rivista anche oggi; non è più così bella come allora, ma ogni volta che la vedo, io sento un rimescolìo dentro di me e rimango a guardarla mentre si allontana, gira a destra e sparisce dietro quell'angolo. Lei non mi ha nemmeno riconosciuto. Eppure anni fa ci volevamo tanto bene. Non volevamo lasciarci mai.

 

Chi l'avrebbe detto - penso, tornando nella casa comune.

politica interna
22 aprile 2013
Atto ribaltato

 

E' una vendetta? Una maledizione? O solo un incubo? Non potremo saperlo mai, se non lo sappiamo già. E chi non lo sa? Mah.

          

- L’Incubo (si lamenta mentre dorme in un letto, sul suo petto sta accovacciato Il Presidente):  Ohh… uff… ahio… mm… (si sveglia) ma che co…? Ma… che è successo, mi… mi… mi sono addormentato?!

- Il Presidente:  Eh!

- L’Incubo (spaesato):  Oddìo!… Preside’… ma che fai lì? Che demonio è succ…? Ma che, ci siamo cambiati di posto?

- Il Presidente:  Guaglio’, ti eri addormito così bello… sembravi un nutrìco di mamma; e stai, stai!...

- L’Incubo:  Macché "sto"…! Sono l’incubo, io! Non dormo mai, anzi io son quello che sveglia tutti, io sono quello che… quello che… madonna, che mal di testa…

- Il Presidente:  E per forza, con quello che ti sei abbevùto!

- L’Incubo:  Ho bevuto?

- Il Presidente:  Picciri’, ma davvero non ti rammenti niente?

- L’Incubo:  Oddio… mi viene in mente che c’era un casino… una scena da incubo, ma proprio coi fiocchi… non si capiva niente, tutti facevano cose assurde… ho detto: ma qua l’incubo sono io o… mi è venuta una crisi, non lo so, mi sono sentito inutile, ho detto: ma io sono un fallito, sono… e allora ho bevuto, e poi... ma pensa che roba strana eh? Ho sognato; proprio io! Vabbè, Preside’, mo’ pero’ scambiamoci di posto, su, e torniamo all’ordine; allora: tu dormi, io ti peso sul cuore e ti sveglio…

- Il Presidente:  No no no, picciri’, non si fa più a quella maniera llà, vedi che questa è la cosa, mo’, è cambiato tutto, ‘o ssàpe…

- L’Incubo:  Cambiato che?

- Il Presidente:  Ma come, che! È il nuovo corso questo! Mo’ bisogna cambiare tutt’i cos’: ‘na granda rivoluziona si avvicina, e io songo lo condottiero! Mi siento come quando ciavévo a ottant’anni, ueué: ‘nu liòne!

- L’Incubo:  Preside’, ma cosa stai dicendo? Io avrò sognato di bere, ma tu devi aver bevuto davvero… fammi alzare, dai: sei quattr’ossa storte ma mi pesi come due corazzieri, uff… e sùsete…

- Il Presidente: Bellillo, ma allora non mi hai capito: qua mo’ non si sùsa più a nisciuno per altri a settànni! Ci stengo in piéti solo io: e basto e avanzo, picciri’!

- L’Incubo (sempre più oppresso):  Uff… mannagg… ma senti un po’: tra poco tu te ne devi andare, eh: lasci la carica! Insomma ti scaricano, te ne torni alla stanzetta, colle pantofoline, a fare la pennichella, insomma fai lo stesso che qua, però lo fai là… ci siamo spiegati, Preside’? Perciò alzati, con le ultime forze, su, che io c’ho un po’ da fare, veh, dài: uno due hop…

- Il Presidente:  Ehh, comme si vede che non hai stutiàto… eppure lo dice puro la Costituziona…

- L’Incubo:  Che cosa?

- Il Presidente:  Leggo, sientimi abbène; articolo ottantaquattro: “può essere eletto Presidente ogni cittadino che abbia compiuto cinquant’anni di età”; articolo ottantacinque (songo più vecchio io): “il Presidente è eletto per sette anni” …blablabblà blabblabblà… ah ecco qua: “Il presidente della camera dei deputati convoca il Parlamento e i delegati regionali per eleggere il nuovo Presidente”. Ecquecquà, nero su biàngo. Visto?

- L’Incubo:  Ma visto che!?

- Il Presidente:  Marònna santa, figlio mio, ma tu sei proprio ‘nu legno! Aggio compiuto cinquant’anni, io?

- L’Incubo:  Alla faccia, da quasi cinquant’anni!

- Il Presidente:  Bravo. E adesso rispondi giusto, pènzaci bene: stanno per eleggere ‘o nuovo Presidente?

- L’Incubo:  E per forza, il tuo settennato è finito!

- Il Presidente:  ‘O vedi che, quando ti àpplichi, capisci? E allora ‘o nuovo Presidente songo io, no?

- L’Incubo:  Ma no! Tu hai finito, ci sarà un altro Presid… uff... ahio…

- Il Presidente:  Benedett’ ‘o Signòre, cicciriello mio: quell’altro song’io! Perché nunn’o capìsce? È facile!

- L’Incubo:  Ma non è logico… non è nemmeno legale… urc… sposta un po’ ‘sto ginocchio…

- Il Presidente:  Non posso, songo ‘o Presidente!

- L’Incubo (grida):  Ma quale Presidente, sei fuori! Vattene a casa! Facci alzaree!...

- Il Presidente:  Tu quest’iccòse non le puoi capire: è ‘na questiona di responsabbilità, volesse mai Iddio che me ne vàco e qua ci viene a uno che non sape leggere la Costituziona come la leggo io che, modestamente, songo cchiù meglio di Benigni… tu duorme, duorme e crisci santo, non te preoccupa’: qua ci sta ‘o Presidente, colla sua bbella stilografica, che veglia su di voi…

- L’Incubo:  Ma vuoi dire… stai dicendo… che il mio... non era un sogno?!…

- Il Presidente:  E no. Tu non puoi dormire. Sei l’incubo. Ma sienti a mmé: cambia mestiere perché, come incubo, ciai poca fantasia. Sei superato dagli eventi, come si dice. Capìto?

- L’Incubo (grido orripilato):  …NOOOOOO!!......

 

 

 

(Sipario)

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