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satira, un punto di vista un po' storto
politica interna
24 settembre 2013
Gioiosamente perso



Occhetto, Achille Occhetto! – chi era costui?

I giovani non possono saperlo perché i corsi scolastici di Storia si fermano prudentemente alle Guerre D’Indipendenza allo scopo di non urtare suscettibilità belluine, ed i vecchi, i vecchi dimenticano sempre più facilmente man mano che gli anni avanzano.

Ma lui ci fu.

Come Rimbaud, fu una meteora; anzi, lo fu come l’asteroide di Tunguska: una strisciata, un botto, un po’ di vetri rotti, e si pensa ad altro.

Pergiove, no, non passiamo subito oltre (anche se parlare dell’asteroide di Tunguska stuzzica di più, confessiamolo), perché Achille Occhetto – o giovani che non ci foste e vecchi che ci steste, a quel gioco di changez la masque - realizzò il sogno di ogni epoca, di ogni società e di ogni religione:

cancellare il Comunismo; azzerarne l’dea, la storia, la pratica, il valore, l’onore, financo il sentore.

Nessuno prima di lui vi era riuscito e, sebbene ognuno avesse tentato quell’impresissima, non Papi taumaturghi né onnipotenti tiranni sanguinari avevano avuto agio di circonfondersi di una gloria così; sotto le bombe e le minacce infatti, sferzato a sangue suo e d’acque benedette, il Comunismo cresceva e si nutriva dell’odio vomitoso ad esso rivolto, riempiendo sempre più cuori, e dilagava come un’onda di marea.

Poi venne Occhetto.

Un uomo mite e colto, garbato, dal sembiante innocuo di travet. Egli sortì dal seno più prosperoso di quella dottrina: era un comunista da Grundrisse, un uomo d’apparato, vecchia scuola delle botteghe scure; animi carbonari l’avevano allevato, figli di guerre dei monti, densi d’ideali, vibranti di Rivoluzione.

Germe e poi pianta di così lunghe radici, Occhetto traspariva, a tratti, dietro le spalle dei suoi maggiori: l’ultimo Comunista-faro Berlinguer e l’ultimo dei Mohicani, quel Natta professore che pareva un’invenzione di Marenco e nascondeva però, dietro la figura da esile bibliotecario, un pugno sinistro levato al cielo come una torre merlata.

Morirono entrambi, quegli ultimi, il primo gloriosamente, come gli era naturale e dovuto, in mezzo alla sua folla fedele trascinata, il secondo da buon uomo comune, in un capezzale di famiglia. Occhetto restò solo in quella luce.

Che fare? – certo si chiedette. Il Mondo attorno a lui tramava (ma il Mondo trama da che è nato) e presto, a balzelloni, i cibatori di carogne s’appressarono ai morti di quegli anni. Occhetto non aveva cuore combattente, era un lettor di testi ed un esecutore di direttive; guardò quegli animali arcigni con smarrimento.

Arrendersi, ma non si può, non quando si ha una tale storia di battaglie ed un blasone tanto glorioso; arrendersi così, non si può. Gli animali d’immondizia oscillavano sempre più vicini. Occhetto cercò di berciare con voce tonante, per spaventarli, e avrebbe potuto funzionare, ma lui non aveva voce di basso profondo ed il suo tono mezzosoprano scoraggiava per primo egli stesso. I brutti e sporchi e sgraziati erano tanto prossimi che Occhetto – abituato alla grandezza di una nobile casata – si nauseò. Il Comunismo lo guardava aspettando l’ordine del Capo, perché il Comunismo è così: come una legione Romana, capace di pugnare o morire, ma solo all’ordine del Capo. Il Capo era Occhetto.

Il divertente e commovente personaggio di Brancaleone Da Norcia era pronto alla lotta, ma non aveva un esercito, ed ognuno di noi può essere Brancaleone se non vede un esercito accanto a sé, pure quando l’esercito c’è. Perché il Capo deve saper vedere, prima di tutto. Gli animali protendevano ormai i loro grugni fetenti, ed Occhetto, voltandosi per il disgusto, abdicò, abdicò tutto quanto.

Il suo animo troppo sensibile credette di salvare da uno strazio di avvoltoi il Comunismo, negandone l’esistenza. Così fanno i bimbi prima dell’età della ragione, nascondendo il volto tra le mani e dicendo “non ci sono più”. Gli avvoltoi beccarono, ma – come diceva Totò – io non sono Pasquale. O almeno non più.

Gli avvoltoi beccarono i comunisti, che però non c’erano più; Occhetto pensò così che gli avvoltoi beccassero a vuoto; in tutte le sue letture mancava quella profonda, filosofica, psicologica, pedagogica storiella raccontata da Totò e così non seppe che fare e, semplicemente, fece.

La montagna sgretolò in sabbia e poche pietre. Passò il tempo e, con esso, Occhetto, l’ultimo Capo del Comunismo, non l’ultimo comunista. Gli enormi territori vuoti del Comunismo furono traversati da selvaggi barbari, razziatori affamati, frenetici nel loro bisogno e nella loro eccitazione alla vista di una tale ricchezza incolta. E i territori, dopo essere divenuti preda, persero la propria identità; il sangue si mischiò, tutto divenne meticcio, niente fu più definito. Dell’antica grandezza, restava solo il nome, proprio quel nome negato, mitico al punto da essere ancora spaventevole per i selvaggi che un tempo vi erano soggetti.

Occhetto si perde’ negli anni della cronaca, dopo la sua meteora nella Storia; svanì.

Ma non morì. Eccolo qui.

Scrive un libro: “La gioiosa macchina da guerra” nel quale racconta, da reduce e non da Capo, come L’Ultimo Imperatore della Cina, quella che qualcuno chiama una svolta, altri una resa per suicidio. Furio Colombo (che comunista fu mai e forse queste cose non le avverte) lo loda come d’uno che capì quel che s’aveva da fare di fronte al crollo del Muro di Berlino (muro che però – come dice il nome – stava a Berlino) e aridanghete ed eccetera. Ma Occhetto, nel suo libro, critica poi l’atteggiamento della “sinistra”, verso lui ed il Paese, e sembra a me un incosciente, come di quelli che parlano da soli per la strada, ma, se li interroghi, dicono di star parlando con qualcuno.

Una rovina epocale. Eppure io però non riesco a condannarlo; mi sento indulgente perché, guardando Occhetto, sento che gli sono affezionato per la sua onesta, sebbene assurda, convinzione. Sappiamo come gli affetti impediscano la terzietà. Così penso per Occhetto alla giustezza di una vecchia definizione che ammantava di nobiltà immeritata dei veri (al contrario di lui) scardinati: “compagni che sbagliano”.


moda
18 settembre 2013
Essere orgoglioni

 

Ma che bravi bisogna essere per rigirare dritta una barca reclinata su un basso fondale?

Dice: “ma quella barca, intanto è una nave; poi pesa un miliardo di tonnellate, poi è piena di merda tossicissima e se si rompe scoppia un casino folle, poi non è mai stato fatto prima e se lo fanno adesso qua c’è lo spirito del pioniere e di queste cose si vive; come diceva Sìsifo, anche fare una fatica della madonna con poco risultato, basta a riempire il cuore di un uomo”. ‘Sto Sìsifo, però, che tipo.

Ecco che Sìsifo arriva al telegiornale e fa: “questo successo è un orgoglio tutt’italiano”.

“Tutto?”

“Tutto”. Il Sisifo del telegiornale sembrava Banderas coi biscotti.

E aveva ragione altroché: cinquecento maestranze di venti Paesi soli, al comando di un sudafricano, spingi di qui tira di là, hanno rigirato su la barca scuffiata. Una roba di pesi messi dove bisogna mettere i pesi e di gonfiaggio galleggianti quando serviva di far galleggiare. Cose che si imparano, se non mi sbaglio, da piccoli.

Lo so, lo so che sembro dar prova di leggerezza sciocca ed un po’ ignorante, ma opìno, avanzo un piccolo dubbio, obbietto: non sarà mica che tutta questa fantastica rigirata sia come la montagna russa del Luna Park, apparentemente fantastica (e dunque super-emozionante) epperò calcolata in ogni centimetro, tanto che tutto sia sotto il massimo controllo e fuori d’ogni rischio? Ci emozioneremmo se conoscessimo il trucco del prestigiatore? Certamente no: il trucco deve rimanere un segreto e tutto deve parer vera magìa, altrimenti lo spettacolo perde ogni attrattiva.

Ed ogni orgoglio.

Anni fa, ci fu una manifestazioncella nella quale, spendendo qualche soldo pubblico, fu organizzata una “gara” di corsa tra una Ferrari da Formula Uno e quell’aereoplano coi baffi (l’italianissimo "Eurofighter Typhoon") che passava per la nostra più alta e avanzata conquista tecnologica dei cieli di guerra. Come si può svolgere una gara tra un’automobile ed un aereoplano? Uno vola e l’altra corre, come fanno a gareggiare?

Agli albori dell’aviazione queste imprese le facevano, e si può capire perché: spinti entrambi da motori a pistoni di potenza paragonabile, i due mezzi pionieristici ancora sotto diffida sociale comprovavano le rispettive idoneità, confrontandosi. L’aereo di legno e tela, spetazzante fumo ed olio, volava raso accanto al bidone con le ruotone che sussultava sullo sterrato ed i coraggiosi rispettivi conducenti si somigliavano pure: entrambi racchiusi in cappottoni col bavero, incappellati di cuffia di cuoio e con gli occhialoni come maschere da sub. L’aereo, di poco più giovane dell’auto, sperava di apparire più veloce per guadagnarsi, con questa incongrua ma efficace dimostrazione, l’ammirazione del popolo, e con essa le sovvenzioni economiche per lo sviluppo e la vita.

Questo cent’anni fa. Ma adesso? Un jet bisonico ed ipercomputerizzato si misura con un’auto che – linea a parte – è spinta da un motore concettualmente simile a quello del bidone precedente; a che scopo?

A che scopo: ma per l’orgoglio, no?

Quella “gara” infatti andò così: la Ferrari e l’aereo baffuto stavano fianco a fianco sulla pista. Pronti, via, la macchinina sbriscia le ruote sull’asfalto e l’uccellone sfiamma dal culo. Chi vincerà?

- Ma chi vincerà cosa? Quello se ne vola via sopra le nuvole a duemila chilometri all’ora, no? Che fai, gli corri dietro?

- Sì, ma prima di volare, eh, deve rullare, e magari rullo più veloce io.

- E capirai che minchiata; il rullaggio non è nulla, per un aereo; è la tenuta in volo che conta. Eppoi, anche nel rullaggio, la macchina fa presa sull'asfalto con le ruote mentre l'aereo è spinto dal getto dei gas; questo vuol dire che lo stato della superficie sulla quale scorrono i due mezzi è fondamentale solo per l'automobile; Il paragone così non si può fare, non lo capisci?

- Sei tu che non capisci: ce ne fotte assai del paragone; per noi è importante l’orgoglione, cioè l’orgoglio di colui che non si chiede nulla d’ingegneristico e che si sente gonfiare il cuore non quando Gino Strada apre un altro ospedale su un campo di battaglia, ma quando Berebebè fa gol.

-  Alla Juve?

- Sì.

- Allora capisco.

Vinse l’aereo, per la cronaca, bella forza. I Ferraristi dissero che però la pista era bagnata; i piloti dissero e allora andate a bombardare l’Irak in Ferrari; i giornalisti dissero ma che figata, perché altro, in questi casi, non sanno dire; e il politici, che dissero? Arrivò un Sisifuzzo in effetti, serio e accigliato come dovesse rimproverar qualcuno, e disse: “questo è il giorno dell’orgoglio italiano” – o qualcosa del genere. Ci prendeva comunque, secondo lui, perché, chiunque avesse vinto, erano italiani e la macchina e l’aereo. Sisifuzzo sentenziò a mento in su e se ne andò. A nascondersi? Chissà.

Quei giorni dicevan tutti che dovevamo essere orgoglioni, perché una macchina sbracata in terra aveva fatto un par di cento metri su una pista d’aviazione, insieme ad un caccia intercettore che ci passavano come ultimo grido dello spazio (per la verità aveva la medesima linea del Saab Viggen, un caccia-bombardiere svedese degli anni ’60, ma si sa che l’orgoglione non s'informa) e che se n’è subito volato fuor dalle palle mentre la macchinetta appena partita, perso il contendente, frenava felice. Roba che se a quel jet correvo dietro io a piedi, arrivavo certo dopo, ma arrivavo lo stesso. Capirai che prova tecnica.

E insomma dunque: macchine, aerei e, naturalmente, navi. Oggi siamo orgoglioni? Orgogliosi? Non l’ho capito. Ma, ricordando quel successo ancora italiano del naufragio (un naufragio fatto proprio con tutti i crismi: cozzo, incasinamento, abbandono della nave da parte del Capitano, si salvi chi può, morte e distruzione, figura di merda e quindi affannosa ricerca di un eroe qualsiasi, scurdàmmoce ‘o passato) ricordando questo, dunque, mi viene in mente la vignetta che Altan fece in occasione degli ammanchi di capitali leghisti a cui seguirono le reattive dichiarazioni di “orgoglio” di quel Partitino. Altan figurò un bimbo che diceva al padre: “ho fatto la cacca sul tappeto” - risposta del padre, con una ramazza in mano: “e io pulisco con orgoglio!”.

Ma anche il genio di Altan può nulla contro gli osanna fuor di Pasqua, perché l’orgoglione non guarda nemmeno le vignette.

 

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