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satira, un punto di vista un po' storto
letteratura
27 gennaio 2015
A proposito


Una sera tornando a casa, mio padre ci raccontò una storia:
erano giorni in cui avevamo perduto tragicamente il nostro cagnolino, un trovatello di can da caccia che anni prima aveva bussato all’ingresso della nostra casa con mille cautele, venendo infine adottato. Morto lui, i miei genitori in carenza bestiale si misero alla cerca di un sosia che potesse parere lo stesso. Un bel dì di quei dì mio padre, durante uno spostamento di lavoro si trovò tra le campagne e presso una di quelle trattorie leccorniose che vi si trovano infrattate; decise di fermarsi lì a pranzo. 
Mangia che ti bevi, gli si sciolse la lingua e così raccontò all'oste chiacchierone della sua ricerca di un cane vivo che paresse un cane morto; l'oste ascoltava rapito.
E non era il solo: un anziano commensale udì quelle parole, si alzò dal tavolo e si avvicinò col bicchiere in mano; “ecco, chieda a lui” – disse l’oste cui non pareva vero di togliersi da un ginepraio di consigli da dare che non riguardavano la ribollita.
“Lei cerca un cane?” – chiese l’uomo a mio padre.
“Sì” – rispose lui sincero – “un cane così e così, e deve aver questa coda e quelle orecchie, un color beige chiaro con una sfumatura di rosso turchino e l’occhio glauco e vivace, e raccomando si chiami Terry” – mio padre leggeva da un foglio che teneva in mano – “sennò mia moglie non la finisce più” – concluse ripiegando il foglio e guardando in modo commovente l’interlocutore.
“Posso sedermi?” – disse questi
“prego” – rispose mio padre
“io ho cento cani” – mormorò il tizio
“davvero?” – disse incredulo il papà, guardandolo come si può immaginare
“nella mia terra, qui vicino; ho molta campagna, sa?” – dettagliò l’uomo
“e ne avrebbe uno come quello che cerco io?” – domandò mio padre
L’uomo fece una pausa, abbassò il capo e si tirò indietro: - “se anche l’avessi, non glielo darei mai” – rispose
“è crudele, lei” – piagnucolò papà, pensando al suo ritorno infruttuoso a casa.
“Mi ascolti” – gli disse l’uomo chinandosi verso di lui confidenzialmente – “i miei cani sono miei fratelli; lei darebbe via un fratello? I cacciatori sì. E se li perdono o gli abbandonano ovunque. Così io li trovo; e quando li trovo, le assicuro, sono in gran brutte condizioni; allora li faccio curare e li porto da me. Lei non sa che bello sia quando mi siedo sul prato in mezzo a loro tutti e li vedo felici che vengono a farmi festa”
“tutti e cento?” – tremò mio padre
“sicuro” – rispose l’uomo – “tutti quanti”
“ma non è pericoloso?” – disse babbo, che amava i cani singoli ma diffidava dei branchi di lupi, di licaoni e di cani selvaggi e cominciava a pensare l’uomo fosse un po’ matto. L’uomo lo guardò con incredulità: 
“pericoloso? È vero, lei non mi conosce: vede, io sono vivo grazie ad un cane; un cane che era molto più umano del suo padrone, mi creda”
“la solita storia che i cani sono meglio delle persone?..." – bofonchiò sorridendo papà, mentre beveva un gotto di vino
“però questa è una storia vera” – disse l’uomo – “una storia di guerra. Lei è giovane e non è ebreo, la guerra l’avrà vista da casa quand’era bambino, ma io l’ho vista da adulto, nel posto più brutto che si possa immaginare: in campo di concentramento”.

E allora l’uomo raccontò a mio padre la sua storia di prigioniero dei lager. Era una storia tremenda quanto quelle che quasi tutti conosciamo dai libri e dalle parole dei protagonisti sopravvissuti: il tradimento di un conoscente, l’arresto e la tradotta bestiale, la tortura della detenzione, la fame atroce, la violenza e la morte intorno.
Narrò una storia conosciuta che aveva questo svolgimento inusuale: 
mentre il prigioniero tentava giorno per giorno di salvarsi la vita mantenendosi forte abbastanza da non essere inviato ai camini, e perciò si sforzava di lavorare e di avere una apparenza utile, la denutrizione che si pativa in quel luogo, lentamente gli consumava le forze. Giorno per giorno egli si sentiva sempre più debole e sapeva cosa ciò avrebbe significato: ad una delle prossime visite sarebbe stato diretto verso la fila nera. E sarebbe morto. Sarebbe morto ucciso perché troppo debole per essere utile.
Ma in quei giorni venne assegnato ad un lavoro presso la baracca di un ufficiale tedesco. L’ufficiale aveva un grosso cane cattivo che portava sempre assicurato ad una cinghia vicino a sé e col quale spaventava i prigionieri. Al cane, legato fuori dalla baracca nei momenti di ozio, venivano serviti dei pastoni di carne enormi, in una ciotola; stava lì fuori a mangiare da solo, e perché era solo e perché nessun altro che passasse aveva da mangiare; e la bestia era così grande e feroce che nessuno di quei disgraziati detenuti mezzi morti si sarebbe azzardato a contendergli un cibo da sogno.
Il nostro uomo guardava il cane mangiare: l’avidità dell’animale sul suo pasto da re, gli dava le vertigini: solo avesse potuto avere una manciata di quella carne, appena un pugno al giorno, non sarebbe morto, pensava; avrebbe superato la visita.
Il prigioniero girava sempre lì presso, ed il cane – così l’uomo raccontò – prese a guardarlo; lo puntava fisso a collo teso come fanno le belve, acquattato in terra che pareva una molla; era legato alla catena, ma la ciotola del cibo era sempre accanto a lui ed il tempo che trascorreva da quando veniva riempita a quando il cane la svuotava completamente era di pochi secondi. L’uomo si tormentava nell’angoscia, nel desiderio e nel dolore; il cane mangiava ogni volta come fosse digiuno da sempre, così furiosamente che la ciotola si capovolgeva; finiva il suo pasto e poi tornava a fissare, nella sua posizione da belva, l’uomo che lo stava guardando.
Nei giorni che passarono, l’uomo ed il cane feroce sempre si guardavano, finché un giorno – disse il narratore – il cane non mangiò tutta la sua razione di cibo; dopo averne trangugiata una parte, si spostò e si sedette e guardò l’uomo.
L’uomo vedeva quella mezza porzione di pasto del cane come la promessa di vita; guardava la ciotola come per attrarla a sé, perché andare fino lì era impossibile: il cane lo avrebbe ucciso in un minuto, grande ed in forze come era, mentre l’uomo sembrava già un cadavere; avvicinarsi alla ciotola della vita, avrebbe significato certo la morte; il prigioniero vedeva il cibo e piangeva dallo strazio, e il cane, seduto, lo guardava; poi l’animale ad un certo punto guardò di lato e quindi si voltò. E gli diede le spalle.
L’animale sembrava disinteressarsi a lui, sembrava disinteressarsi anche al cibo, a quella carne di cui rimaneva mezza abbondante porzione nella ciotola; l’uomo tremò di desiderio e di paura, sentì insieme la voglia di osare ed il terrore del cane feroce, ed infine si fece forza, e angosciato strisciò, strisciò cercando di non fare il minimo rumore, terrorizzato e famelico strisciò disperatamente verso il cibo. Il cane non si muoveva, la lunga catena rimaneva come un serpente fermo in terra. L’uomo arrivò alla ciotola, il cane restava di spalle immobile; e l’uomo mangiò come un cane, mangiò tutta la porzione rimasta guardando con occhi sgranati la belva ferma. Poi strisciò indietro lentamente, vincendo la voglia che aveva di fuggire a rompicollo, sempre fissando il grande cane che ancora non aveva fatto neppure un movimento. Quel giorno benedetto, l'uomo aveva mangiato, davvero, la carne che sognava.
E così il narratore, davanti a mio padre che lo ascoltava a bocca aperta, continuò a raccontare piangendo e disse che tutti i giorni il cane feroce del nazista lo guardava, e mangiava solo mezza porzione del suo pasto, poi si metteva da parte e si voltava di spalle, cosi che l’uomo poteva avvicinarsi e cibarsi del resto, e fu in questo modo che l’uomo si salvò. 
Il narratore disse che il cane tedesco di un tedesco aveva capito la sua condizione ed avuto per lui la pietà e il rispetto che in quel luogo gli era negata dagli uomini, così aveva scelto di privarsi di parte del suo cibo perché l'uomo avesse di che nutrirsi; gli aveva salvato la vita. E lui non aveva mai dimenticato quella storia tremenda e grande, perciò da allora raccoglieva ogni cane disperso, spaventato, affamato e malato che gli capitasse di incontrare, e se ne prendeva cura. Pensava che mio padre avesse smarrito il suo cane e si era avvicinato per capire dove questo fosse accaduto, ma dal momento che invece il cane era morto, lui non poteva fare nulla; tantomeno dar via uno dei suoi cani.
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Mio padre cercò con imbarazzo di aggirare la commozione di quell’uomo anziano e gli chiese:
“...e come fu il ritorno a casa? Ritrovò i suoi cari?”
l’uomo rispose: - “il primo che ho ritrovato è stato quello che mi aveva denunciato” – e mio padre, considerando quel vecchio signore pieno di cuore: - “chissà cosa avrà provato; sarà stata dura riuscire a non vendicarsi” - e l’uomo, ringhiando:
“non ho avuto il tempo di pensarci: l’ho ammazzato a calci in mezzo alla strada come un… come la canaglia che era, quel bastardo”.

Storie. Storie di uomini e di animali; quanto ci somigliamo.
SOCIETA'
17 gennaio 2015
Consigli per gli acquisti di crocefissi
- Santità:  "se qualcuno offende la mia mamma, è normale che gli arrivi un pugno!"
- Cristo:  due, Francesco, due: ricordati l'altra guancia.
politica interna
16 gennaio 2015
Gliùto (ultimo atto)



- L'Incubo: -   Zzz...

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atti precedenti:
-primo atto:       
http://banditore.ilcannocchiale.it/2009/10/07/atto_ripetuto.html
-secondo atto:  
http://banditore.ilcannocchiale.it/2013/04/22/atto_ribaltatato.html
-terzo atto:       
http://banditore.ilcannocchiale.it/2015/01/01/o_conzunt%C3%ACve_atto_terzo.html

SOCIETA'
10 gennaio 2015
Inquisizioni


In un angolo di strada, una stele s’alza brevemente; non ci si fa molto caso, dimessa com’è, ed anch’io non avrei avuto l’attenzione che il monumentino merita, se il mio cane non me l’avesse così ben segnalato.
Il cane, appena giunto presso quella stele, sempre la osserva per un momento, e poi la scompiscia. Esso solleva la zampa anche quando, in ritorno da una passeggiata, è oramai secco come pane raffermo e non può esprimere nulla di sé sul basamento della colonnina; ciò malgrado lui la guarda e ci prova, come a dire: “merita farlo”.
Incuriosito da questa pervicacia mi sono avvicinato alla stele, accorgendomi così che su di essa era incisa una scritta: quella che vedete nell’immagine. Ho letto, ed immediatamente ho sgranato gli occhi, aperto la bocca ed ho fatto un passo indietro, segnandomi a croce: Dio mio! Che bestemmia!

Dopo sette Salve Alfredo, mi sono calmato un poco ed, infuso dalla forza del Rosario, ho iniziato a pensare qual storta ragione avesse mai portato qualcuno a scolpire, e con tale evidenza, una così grande offesa a Dio ed a farne addirittura un monumento cittadino.
Ed allora ho capito (illuminazione zen?, insight?, parusìa ardente?) ho capito che il gesto poteva essere inconsapevole; la Bestia, d’altronde, si nutre dell’errore e si annida nei dettagli (anche se poi deficita coi coperchi); per diabolico consiglio allora, qualche pio gennaro ha costruito il monumento e in quel modo l’ha inciso ritenendo pure d’aver fatto con ciò cosa grata, addirittura dovuta, a Dio, e certo v’è stato un giorno della Storia in cui quel pezzo di cemento miserello ha avuto una inaugurazione, durante la quale, sotto gli occhi di autorità civili ed ecclesiastiche dotate di diplomi scolastici e sotto lo sguardo abulico de’ cittadini e quello vivo ma ancora troppo ingenuo dei pargoli loro, tutti avevano avuto modo di compitare la scritta e di recitarne l’andamento per intero. 
Nessuno aveva avuto coscienza di ciò che stava dicendo? Satana è davvero così potente? O forse qualcuno, rabbrividendo tra sé, per conformismo e per viltà ha taciuto? E dunque, quella notte il paese ha dormito tranquillo? O turbini di nembi ne hanno agitato le vie alberate e grandi cani neri han percorso frenetici le buie vie? E le grida, le grida stridule di occhiuti rapaci delle tenebre, mio Dio, non hanno lacerato il silenzio della Luna impedendo ai peccatori ogni riposo? Attenti, mortali: verrà un giorno…

Santa inquisizione
Alzandomi il cappuccio sul capo, ho quindi detto a Dio: esaminiamo. Dio ha risposto: “e occhei, esaminiamo”.
Quando si ringrazia qualcuno, Onorevole Tribunale? – quando questo qualcuno ci fa un favore, ed è indubbio che tale sia considerata, dai salvati dal colera, l’intercessione divina, supposta certa (bello, eh? - lo scontro di senso) e che ha permesso a quelli di sortir dalla pestilenza con grazia della vita.
Ma ciò presuppone il graziar la vita debba essere considerato un favore ed il far decedere, per logica conseguenza, un danno; che Dio abbia scelto di graziar quelli e non gli altri, significherebbe allora che Dio avrebbe dispensato favori ad alcuni e deciso di danneggiare arbitrariamente altri, e ciò va contro tutto ciò che i Libri Sacri affermano. Ed allora, o Santo Tribunale, io accuso; accuso coloro che hanno osato scrivere queste parole di aver determinato nel loro animo eretico che Dio agisce anche in danno dell’uomo, e che dunque sia falso l’assunto che Egli tutti ci ama, e che perciò Cristo fosse bugiardo e mestatore, e per questa via non si giunge che alla conclusione Dio aiuti Satana nella sua opera di distruzione, ma poiché alcuna distruzione è possibile se non esiste costruzione, non essendo Dio che un corruttore bugiardo Egli non potrebbe essere il costruttore del reale, perciò accuso gl’imputati d’aver con ciò inteso che l’opera di Dio non esiste e che Dio è Satana e allora Satana è Dio, etiam due in unum per tre, fracto…
- “calma, calma” – dice Dio
- “zitto tu, che non ho capito chi sei” – gli ho risposto, imponendo su di lui il Segno dell’Assunta Sulla Scala Santa
- “aaahh!…” – ha fatto Dio
…ascoltate, Reverendissimi Padri! – ho proseguito veemente levando in alto le falangi – io sento in questa confusa empietà il lezzo del demonio, o di Dio, non si capisce più niente, talché affermo e domando in Vostra vece sia l’empio da consumar col fuoco fin quando l’anima sua si liberi finalmente monda fin’all’altro mondo ove trascorra in pace la corrosione eterna nelle fiamme dell’empirèo, che tale è il luogo che riceve il rèo, se retto è il mio vedere sì come candido di fede il mio animo; ma ciò accada non prima ch’egli abbia confessato tra i tormenti che ne preparan le carni alla Passione. Ed anche perché ci vogliamo divertire. Alla pira! Autodafé!

Abbiam bruciato il Sindaco, abbattuto la colonna e danzato tra le ceneri commiste libando vin santo mentre salmi di pace eterna e buoni sentimenti si liberavano come fumo in aria. Perché è così che, secondo quelli come noi, Dio si mostra grande.

Laica inquirenza
In tal modo cimentato il mio spirito analitico, mi son detto:
Quando si ringrazia qualcuno? – quando questo qualcuno ci fa un favore, ed è indubbio che tale sia considerata, dai salvati dal colera, l’intercessione divina, supposta certa (bello, eh? - lo scontro di senso) e che ha permesso a quelli di sortir dalla pestilenza con grazia della vita.
Ma ciò presuppone il graziar la vita debba essere considerato un favore ed il far decedere, per logica conseguenza, un danno; che Dio abbia scelto di graziar quelli e non gli altri, significherebbe allora che Dio avrebbe dispensato favori ad alcuni e deciso di danneggiare arbitrariamente altri, e ciò va contro tutto ciò che i Libri Sacri affermano, perciò, delle due l’una: o l’intercessione divina che ha ucciso e salvato non è un favore o un danno, e allora non c’è niente da ringraziare, oppure lo è, ma allora Dio non ci ama tutti: ama solo alcuni, e le Sacre Scritture sono sbagliate, quindi la Chiesa che le interpreta male non serve a nulla. E noi la paghiamo pure.
Ed allora, ecco che – con tutte le buone intenzioni ed un bel po’ di servilismo bacchettone – i fedeli han fatto col loro padreterno una figura da minchioni pure blasfemi perché gli si è dato del classista come fosse un imprenditore o un politico qualunque, a cui portare ossequio nel caso di favore ricevuto. 
Ed inoltre si è tremendamente mancato di rispetto ed umana pietà nei confronti di chi invece è morto a causa di quella pestilenza: il solo fatto che Dio abbia graziato i ringrazianti pone in una luce tenebrosa chi la grazia non l’ha ricevuta; perché infatti – ci si chiede – non l’ha ricevuta? Non la meritava (visto che io ringrazio, è evidente che ho ricevuto un trattamento di favore)? Non era cosa importante che quell’altro morisse, forse?

Abbiamo allargato le braccia con un sorriso sconsolato; né la bestemmia né la dabbenaggine bastano per mettere al rogo alcuno, ci mancherebbe, però la scuola dell’obbligo dovrebbe avere davvero esami più severi. Se non altro per far sì che tutti riescano ad esprimersi in modo coerente.
E' proprio quando non lo si fa che arrivano i monaci esaltati. Coi roghi.

vita familiare
3 gennaio 2015
Due anni a Caporetto

Buon '15.
politica interna
1 gennaio 2015
'O conzuntìve - atto terzo



- L’incubo: - Presidente, aìzzete.
- ‘O Presidènde: - e ‘nu poche ‘e rispiètte! Tengo una certa età, nunn’è che pozze fa’ ìccòse di fretta…
- L’: - Sì, ma quanto ti ci vuole ancora?
- ‘O: - mo’ nun te lo sàcce dicere; quanno me ne viene l’ispirazziòne…
- L’: - meh, lo vedi però in che Stato siamo…
- ‘O: -  'o Stato? ‘na bellìzza! Àggie salvato ‘o Paese, ci sta ‘nu Govierne sctàbbile, Samanta Cristoforetti va 'ncòpp'a Luna e m’hanno pure dìtte che ci sarà ‘a riprésa…
- L’: - sèh, campa cavillo; abbiamo ‘nu Govierne formato dal secondo e il terzo partito per numero di voti alle elezioni; il primo, non ce l’hai fatto entrare ricattando mari e monti. In compenso hai voluto che si accordassero segretamente, all’oscuro dell’esame dei cittadini, il bugiardello di Firenze e un condannato alla galera per truffa allo Stato, compiuta mentre dello Stato lui era a capo. Gran bel lavoro, complimenti, Preside’.
- ‘O: - non cominciamo con l’antipolìtica.
- L’: - a proposito di antipolitica: mamo’ chi lo decide il tuo successore?
- ‘O: - ossanta marònn’, quanto sei ignorante: il mio successore ‘o decide ‘o Parlamento, chi vuoi che ‘o decìde?
- L’: - appunto, dicevo.
- ‘O: - quanto si’ guagliòne: "il reciproco riconoscimento, rispetto e ascolto tra gli opposti schieramenti, il confrontarsi con dignità nelle assemblee elettive, l'individuare i temi di necessaria convergenza nell'interesse generale non contrastano con la democrazia dell'alternanza, ma ne definiscono il più maturo e costruttivo modo di essere in sintonia con l'imperativo dell'unità nazionale”.
- L’: - eh?
- ‘O: - àggio rìtte: "il reciproco riconoscimento, rispetto e ascolto tra gli opposti schieramenti, il confrontarsi con dignità nelle assemblee elettive, l'individuare i temi di necessaria convergenza nell'interesse generale non contrastano con la democrazia dell'alternanza, ma ne definiscono il più maturo e costruttivo modo di essere in sintonia con l'imperativo dell'unità nazionale”. Chiaro, no?
- L’: - Preside’, parlando latino: non s’è capito ‘nu cazzo.
- ‘O: - chi doveva capire, ha capito.
- L’: - allora Berlusconi, secondo me, ha capito.
- ‘O: - chillo è un guaglionciello ‘nu poco vivace, ma è sveglio; d’altronde, alla sua età, eh!…
- L’: - sì, quella è una età in cui facilmente si viene condannati per truffa, che ci vogliamo fare.
- ‘O: - e pure quell’altre, ‘o giovanotto; ‘mpapòcchia tutt’iccòse, ma è un decisioniscta, cumme me piace ammé! Certo, nessuno eguaglia ‘o Migliore…
- L’: - ...non ci credo, Preside’!…
- ‘O: - accheccòse?
- L’: - che parli bene di Togliatti!
- ‘O: - ma quala Togliàtti, chille era comunista, ce ne scampiddìo! 
- L': -  be' eri comunista pure tu... allora volevi dire Berlinguer, la questione morale...
- 'O: -  guaglio', ma vulimme pazzia'? Io parlavo di Cràcchese…
- L’: - chi?
- ‘O: - ma Cràcchese! Chillo gruosse…
- L’: - ah, Craxi! Quello che dopo aver negato con sprezzo I furti di tutto il suo sistema se n’è scappato all’estero come un brigante qualunque per non farsi processare!
- ‘O: - proprio chillo. Quanto mi piaceva… eh, uno accussì non torna ppiù.
- L’: - mah. A me non pare davvero che si sia perso lo stampo di quella gente lì.
- ‘O: - eeh, vulisse ‘a Marònn'!… ma accussì bravo è impossìbbile. Pènza che col dodicie pe' cciènte dei voti cummannava a tutti lui! Altro che i Grille! Lui era ‘o Migliore, e io 'o migliorista!
- L’: - e bravo Preside’. Adesso aìzzete, che mi stai proprio sul piloro…
- ‘O: - pazzienza, nun pazzia’. Prima devo sconfiggere “l’insidia dell’indifferenza”.
- L’: - ma va? Come quella verso Nino Di Matteo?
- ‘O: - …eee… bella giornata, eh?
- L’: - come no, proprio un bell’inizio d’anno.
- ‘O: - …eddùngue dicevo… per fortuna “ci dà forza la parola, il magistero del Pontefice”, che c’entra ‘nu cazzo però c‘o mettimmo perché fa scena, e poi possiamo dire: basta solo che ciascuno “faccia la sua parte al meglio”.
- L’: - ma guarda, avrei detto il contrario; quanto sei saggio, Preside’. Certo, se anche la Mafia fa la sua parte al meglio, Di Matteo sta a posto.
- ‘O: - oh, mi s’è rotta un’unghia!
- L’: - aìzzete, Preside’, fampress’, che non te reggo proprio cchiù.

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Altri atti:
Primo atto:
http://banditore.ilcannocchiale.it/2009/10/07/atto_ripetuto.html
Secondo atto:
http://banditore.ilcannocchiale.it/2013/04/22/atto_ribaltatato.html
Ultimo atto:
http://banditore.ilcannocchiale.it/2015/01/16/gliuto_ultimo_atto.html
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