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satira, un punto di vista un po' storto
SOCIETA'
30 marzo 2015
Fondamentali di passaggio


Crisi malgrado, c’è gente che ha ancora buon tempo; è una notizia rasserenante. Quando hai un saldo stipendio e molte ore per lo svago, d’altronde, è sciocco non approfittarne.

E così, la Presidenta Boldrini s’è incontrata coll’Accademia della Crusca – la qual vive per difendere la nostra bella lingua italiana e quindi ci si stupisce che esista: ma dove stan di sentinella questi accademici, alla Fortezza Bastiani? – per discutere di sessismo grammaticale. Che è forse un nuovo gioco di società fica, tipo il Whist.

Dice la Boldrini, alla Crusca, pressappoco: ‘scruscatemi un po’ ‘sto sessismo, ch’io non son certo un presidente dacché, per la chioma che porto, la curvosità del profilo in controluce e certe mancanze, ho da finire in “a” tutto il riferito. Indegno trovo, ed ostile, non mi venga riconosciuta tal valenza ed abbia io piegarmi obtorta colla all’uso incongruo d’un appellativo erroneo solo perché v’è di questo maldestra tradizione. Voi lo vedete: femmina sono XX garantita, specchio di Venere, luce di Luna, ed esigo la metà del Mondo che mi appartiene per genere e condizione. Cambiatemi orsù tosto la lingua’.

E subito deve aggiungere: ‘Ma non la mia, imbecilli, quella madre!’

Ora, io capisco vi siano casi in cui la noia, il fastidio della vita – specie trascorsa in certi ambienti – spinga alcuni verso piccole ossessioni; c’è chi non cammina sui bordi delle piastrelle temendo di precipitare negli interstizi; chi si mangia le unghie, talvolta dopo essersi scaccolato il naso; chi colleziona tappi di bottiglia. Però questi nostri fratelli (e sorelle, ci mancherebbe, e sorelle, sia detto) devono essere aiutati/e/o/a/k. L’ultima ce l’ho messa perché non si sa mai che altre richieste potrebbero arrivare.

Allo scopo, faccio del mio trasportando nei nuovi dettami boldrin-cruschici un breve resoconto che, siccome son io uomo, e di ciò serenamente conscio e soddisfatto, volgo al maschile ferreo, negandomi articoli e desinenze non pertinenti. E di che altro potrei parlar sì maschilmente, se non di servizio militare?


Son maschio, e ricordo dunque che servii qual militaro nel Trentino e tutto un anno feci senza mai montar di sentinello o di guardio, né scaricar pallottoli di mitraglio, fucilo o di pistolo, anzi: senza mai gli armi tenere negli mani, da cui ci si potrebbe dimandare che minchio di militaro feci mai, e anch’io, fratelli, me l’ dimando. Tant’è; ero ASO; esso è un siglo che dovrebbe terminare in un vocalo il qual non riconosco, tanto m’è estraneo; il siglo acronimo signìfico: “Aiutanto di SanitÒ”, che non è passato remoto.

Mentre gli altri si muovevano in camion o cogli autoblindo od i jeeppi, io mi sbracavo in ambulanzo, dove c’è pure il barello, apposto per dormirvici su nei trasferimenti. Non andavo in menso per mangiare perché eravamo esentati dagli obblighi dei soliti najoni e quando andavo in licenzo, manco detenevo sempre il firmo sul documento; a pensarvi bene, spesso nemmeno il documento avéo con me – anzi: con mu; no, con mo – scappavo, e morto lì; i sentinelli mi conoscevano e non mi rompevano i cabasisi, e così anche il sergento di guardio, come pure il tenento di picchetto. Così accadevo dal momento che io, come guardio sanitario, il facevo l’inieziono sullo culo a tutti, et essi temevano assai che il mio mano non fosse fermo bastante sicché gli forassi il chiappo errato con un medicino periglioso scelto o bello posto per vendicarmi.

Capìti ben, dunquo, quanto il mio militar sìo stato un barzelletto ancor più di ciò ch’ero esso un po’ per tutti. Però l’infermerìo del casermo è un potenzo malgrado non spiani degli armi da trinceo: i sottili aghi dei siringhi ed i ferri chirurgici in quel vallo eroico detenuti, son schermo bastante a respinger gli assalti de’ rompicoglioni.

Poi il najo mi finì, ed ora sto in congedo illimitato provvisorio. Però se riguardo quei tempi freschi, ancor rido al pensiero dei graduati a molti stelli coi facci spaventati davanti ad io con l’ago. E memorando ciò, sì, mi vien non dico tristezzo, dico un po’ di virilo, allegro nostalgìo.


Oh, come mi sento bene; sapete, quella femmina ha ragione: è tempo di scrivere ben sui muri anche “w il fico”.


SOCIETA'
17 marzo 2015
Novità dal mondo della droga

Immer unter alles
Rènzi: “faremo vedere all’Europa di cosa è capace l’Italia!”
Uh ragazzi, preparatevi ad un’altra guerra mondiale.

T’ho beccato eh? Stavi facendo politica!...
Hai visto, eh? Lo dicevo io che quel Landini lì, altro che sindacato… stava facendo politica, il furbetto!
Sì, stava facendo politica. Per due motivi: il primo, perché la politica è l’organizzazione della società e quindi qualsiasi attività organizzativa sociale, è politica. Il secondo perché la politica non è mica qualcosa di peccaminoso che si venga colti in fallo a fare: è servizio meritorio, invece, spirito societario, e Landini certo non è privo di questo.
Rènzi al contrario, credo di sì. Lui non fa certo politica.

Il presagio
Il Papa ha detto che “sente” la fine vicina del suo pontificato.
Scusi, sa, Francesco, ma che minchia vuol dire? È malato? È stufo? È minacciato di morte, ha le visioni, è depresso? Dobbiamo considerare queste parole un avviso, un allarme, un suggerimento, una richiesta d’aiuto, un tentativo di impietosirci? Od era così, tanto per parlare a cavolo?
Una cosa che questa gente non impara e forse non capisce, perfino quando sembra di buona coscienza, è il rispetto per gli altri; soprattutto gli altri che stan lì a sentire ed intanto gli pagano la chiacchiera.

Exitus
L’epatite C ammazza come poche altre cose. Ma c’è un farmaco che risolve il 90% dei casi. Allora evviva? Evviva una minchia. Costa 37mila Euro; ce l’avete 37mila Euro? Se non ce l’avete morite, prego.
C’è qualcuno in grado di dare anche solo un poco di torto al Dottor Strada?

Indignasiùn!
Che è successo? Che la prestigiosa caserma dei bersaglieri più decorati d’Italia è stata venduta alla Cassa Depositi e Prestiti.
Abbastanza indignante, ma non si tratta di questo.
L’edificio milanese, di 100mila metri quadrati, era stato lasciato incustodito in modo che, nel tempo, vari razziatori ne avevano fatto scempio fregandosi i cavi di rame, i pezzi di ottone e quanto poteva esserci di miserevole valore, e barattando i prelievi con merda e spazzatura.
Be’ è indignevole, ma non si tratta di questo.
Un edificio è, tecnicamente, una struttura stabile atta ad ospitare esseri viventi, di solito umani, mentre quello, che rappresentava oltre ad un bel capitale finanziario anche un pezzo di gloriorissima storia militare del Paese, ospitava niente e nessuno eccettuati saltuari miserabili ladri zozzoni; può, per sua natura, un edificio, sia esso glorioso o meno, essere adibito al niente?
Certo è molto indignoso, ma non si tratta di questo.
Si tratta che un gruppo di irregolari con tendenze artistiche e fricchettone, chissà perché detti “squatter” dal termine inglisc che significa più o meno “accovacciati”, ne ne ha preso possesso. Del casermone immerdato, dico, e invece che starvi accovacciato s’è tirato su le maniche, lo ha ripulito un po’ ed ha pensato di adibirlo a centro sociale.
Questo, questo sì è sommamente indegno! E infatti, dai bersaglieri alla Lega ai Fratelli d’Italia (povera canzone!) alla Cassa Depositi e Prestiti che malgrado tutti quei depositi e prestiti aveva lasciato marcire il prestigio di un luogo tanto medagliato, a questo punto sì che tutti son – come un sol uomo – insorti: non passa lo straniero! – hanno più o meno detto. Cioè, i ladri merdaioli, sì, passino, ma gli squatter, perdìo, no!
Anche perché vogliono ripulire, quelli. E come si permettono, gli eretici, di spolverare la Storia d’Italia?
Io direi di fucilarli. Alla schiena, come meritano i traditori. E che Alalà ne abbia pietà.

Sotto la bandiera dell’incoerenza
Ancora guerra per le strade delle teorie. Oggi la campagna prevede la distruzione di Dolce & Gabbana, la coppia (in tutti i sensi) di stilisti che ha avuto l’ardire di pronunciarsi contro le adozioni di bimbi da parte delle coppie omosessuali.
L’annuncio dei due – annuncio per la verità poco sòccially corrètt e dunque forse per questo apprezzabìlly – ha suscitato un vespaio – oh scusate, stavo scrivendo come un giornalista – ha suscitato un mucchio di proteste da tutto il mondo di freaks dello spettacolo e pure da buona parte di quello intellettuale, a guardar bene, spesso non meno freak.
Elton John, coerente con il suo senso di equilibrio, ha lanciato l’idea di boicottare la produzione di Dolce & Gabbana. Capace perciò che uno di questi giorni lo vedremo finalmente vestito fuori ordinanza. Di un’altra importante figura di riferimento per i giovani di tutto l’Universo, la moglie bizzarra del suicida tanto per fare Kurt Cobain, è l’idea di bruciare gli abiti di quella casa di mode (e, se ne avessero scritti, anche dei loro libri, naturalmente). Il rogo viene sempre in mente anche a chi non conosce la Storia; è il pregio degli archetipi universali.
L’indice della Santa Inquisizione si è poi via via arricchito di figure prestigiosissime per il pensiero di tutti noi come Paris Hilton e Ricky Martin, i quali hanno bollato gli incauti stilisti come “fascisti”; e perché no: certo non saranno maoisti, quei due costumisti di Scaramacai.
Altri hanno definito Dolce & Gabbana, con una volée di ossimori: “omosessuali bigotti di regime”, e se nessuno ha ancora detto “fàmoje er culo” è solo per una residua capacità di associazione.
Sfortunatamente non ci è pervenuta l’attesa illuminata riflessione di Jerry Calà e Bombolo, di quest’ultimo per cause naturali.

Ma un momento:
il problema delle adozioni per tutti eccetera è un problema di eguali libertà, no? Dunque se io sono un eguaglista delle libertà so riconoscere il valore delle libertà, prima fra tutte la libertà, no? E allora si può sapere che cazzo vogliono i freaks? Tutti possono dire quello che gli pare: anche i sarti sono liberi.
E invece no. Perché? Tentiamo un ragionamento, sapendo che così sfidiamo i crociati delle libertà occidentali:

l’omosessualità non è una malattia”; questo asserto muove la nostra sensibilità verso il problema. È un asserto rassicurante. E perché è rassicurante? Forse che una malattia ci preoccuperebbe? Cos’è la “malattia”?
“La malattia è la deviazione da uno stato di salute”. E grazie; allora cos’è la salute?
“La salute è l’esplicarsi delle funzioni vitali, nell’ambiente proprio della specie, nel modo che maggiormente consente la perpetuazione della vita di quell’organismo e la sua riproduzione” (le definizioni sono mie: se qualche prof si spettina, dopo essersi ricomposto mi dica dove è l’errore, che ne parliamo).

Detta così, l’omosessualità risulterebbe chiaramente una malattia. Ma questo non ci piace affatto. No no e no. Perché?

Per due ragioni, una principale e l’altra derivata dalla prima:
La principale è che noi evidentemente attribuiamo alla malattia una valenza etica, cioè la giudichiamo moralmente.
Facile verificare che è davvero così: basta fare un giro negli ospedali o ricordarsi di un proprio ricovero; il malato, il paziente (cioè il sofferente) viene percepito come un minus valens; lo è, ovviamente, dal punto di vista fisico proprio, e sociale nel senso che un cardiopatico non può validamente giocare a “ce l’hai” senza rischiare la morte sul campo, ma il problema è che questa condizione genera un giudizio di minor valore generico, dunque anche etico, del malato secondo il processo mentale istintivo: “egli non è più alla pari, perciò è meno, perciò noi siamo di più”.
E allora ecco il comico risarcimento sociale di paglia: da “storpio” ad “handicappato” a (bellissimo) “diversamente abile”, come dire che uno, quand’è storpio, è abile in una cosa che uno sano non saprebbe proprio fare; e quale può essere questa diversa ed esclusiva abilità? Mah, non se ne vede altra che quella di essere, appunto, storpio.
Vedete: l’importante è attribuire a chi ha perso una abilità, un’altra abilità; non ce la facciamo proprio a rispettare una mancanza: in vista di una mancanza sentiamo mancarci il rispetto, e allora suppliamo con la fantasia, che è meglio della verità sentita inconfessabile.
Dunque: la malattia degrada socialmente il malato; fuori dalla etimologia, non è lui il “paziente”, ma gli altri, i sani, i quali portano pazienza con lui, attingono alla compassione, alla comprensione e tutta questa serie di sentimenti di forzata benevolenza, perché in realtà lo de-prezzano. Non ammalatevi mai, signori.

La seconda ragione sta nell’ordine della paura di ciò che non si capisce. Un cardiopatico, è chiaro di cosa soffra: una stenosi della mitrale, una inefficienza del nodo seno-atriale, una cardiomegalia, sono descrivibili e ne sono prevedibili i sintomi; è chiaro, soprattutto, quali condizioni della vita del malato possano provocare degli aggravamenti: il malato (e tutti gli altri che lo guardano compassionevolmente) sa (sanno) cosa può e non può fare.
Ma un epilettico, uno schizofrenico, un autistico, un paranoico, ci fanno paura per l’oscurità delle cause che ne generano la malattia e sommamente per la loro imprevedibilità. Le malattie cosiddette “mentali”, insomma, sono la malattia al quadrato, nel comune sentire e giudicare la mancanza di salute come mancanza totalizzante, pura e semplice. Si pensi non solo all’epilessia come malattia anticamente “sacra”, ma anche alla giustificata ancor oggi terapia dell’”elettroshock” dove, nella assoluta imponderabilità del processo che la giustifichi, ci si produce nella medesima tecnica che i possessori di vecchie televisioni a tubo catodico ricorderanno bene: lo schiaffo a due mani sui lati dell’apparecchio quando la sintonia andava inspiegabilmente a perdersi. Sia nel vecchio televisore come pure nell’ammalato psichiatrico, sempre inspiegabilmente, lo schiaffone ai relée spesso dà frutti. È la medicina del boh, proviamo e speriamo, una variante della danza della pioggia che mostra quanto duri ancor oggi la concezione superstizioso-magica della “malattia mentale”.

Ora, se io dico di percepire me stesso come un cane e pretendo di essere portato in giro al guinzaglio tre volte al giorno, non vi sarà alcuno disposto a derubricare la mia condizione da quella di malato psichiatrico.
Ma se io dico di percepirmi donna e pretendo di avere il seno e di far pipì da seduto, molti di quelli di prima acconsentiranno a dire che ho il diritto di scegliere cosa essere nella mia vita e saranno dispostissimi a riconoscermi sano come un pesce che non ha inghiottito la plastica.

Questo approccio differenziato manca di coerenza logica. Perché? Perché esiste qualcosa di più potente della realtà osservata (e del conseguente ragionarvi): la convenzione del momento.
Ovvero: con procedimento affine a quello religioso, la società chiede ai propri componenti di non chiamare più genericamente “negri” gli africani, ma “neri”. La ragione, non detta ma ovvia, è che comanda la lingua inglese nella variante americana, nella quale “nigger”, simile a “negro”, è spregiativo ed il vocabolo di rispetto è “black”, cioè “nero”.
Nella nostra più complessa lingua, però, è più spregiativo “nero”, perché è un aggettivo e noi usiamo appellare nessuno come “foruncoloso”, “pelato” o “chiappone”; d’altra parte nemmeno gli americani chiamano i cinesi “yellow”, da cui si vede che una logica dell’aggettivo come spregiativo c’è anche da loro, ma poiché gli americani percepiscono il termine “black” come rispettoso, a noi tocca adattarci a chiamare un uomo per aggettivo:


Ci adattiamo in quanto percepiamo l’affanno di non essere contro, di non sentirci disorganici al gruppo. Ma siamo anche pronti alla benevolenza verso quelli che sono “contro”, ammesso che siano sufficientemente aggressivi e che la loro aggressività non venga censurata dai media; si pensi a Ferrara, Sgarbi, Brunetta, Calderoli e compagnia di giro. Se invece a quella aggressività si fa opposizione sui media, allora essa non basta; si pensi a Landini.
E se non vi è aggressività, manca l’elemento principale per generare il fenomeno di accodamento; si pensi a Vittorio Agnoletto (se qualcuno si ricorda chi è). In conclusione: sulle nostre convinzioni comanda la società dai suoi media, come Cristo a suon di parabole i suoi discepoli.

Ma non basta: la società comanda anche sulla scienza:
(la società): anche se nessuna prova scientifica può avvalorare il cambio di concezione, basta coll’insinuare che l’omosessualità possa essere una malattia, perché così facendo la scienza suscita diffidenza nei confronti di questi individui, gli omosessuali, ed in nome del progresso delle idee teso verso l’egualitarismo nella società, non possiamo più accettare teorie divisive; dunque gli omosessuali sono sani punto e basta.
(la scienza): signorsì.

Chiaro? Se io fossi malato mi de-prezzereste e l’unica mia chance per avere riconosciuti dei diritti sta nell’essere considerato sano.

È evidente dunque quanto si abbia ancora da fare per mettere il becco fuori dal naturalismo animale che ci fa considerare il malato come un individuo a perdere. Fino a quel momento diamoci pure regole surreali su basi di ragionamenti illogici, ma sapendo quello che facciamo. Almeno sapere, è umano.

E lo sarebbe anche saper rispettare, senza bisogno di scuse da bambini.


(Sulle adozioni, poi, un’altra volta, o questa stessa se vi fossero commenti)

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