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Una visita probabile

Qui volevo divertirmi un po', ma anche onorare il bicentenario della morte del Generale; e se tornasse? 



In un ufficio viene tanta gente; per una semplice ragione probabilistica, tra tanta gente è possibile càpiti un ospite meno usuale, e io credo alla matematica.

Oggi è venuto a trovarmi Giuseppe Garibaldi; al solito, ho stenografato il dialogo e tale lo riporto, fedelmente e – è il caso di dirlo – lealmente.

 

 

Nell'immagine (perché non crediate ch'io stia celiando) un momento dell'incontro

 
- Giuseppe Garibaldi: - Permesso!…

- Io (saltando dalla sedia): - Per l’amor di Patria! Siete già arrivato, Generale?!

- G.G. (indicandosi la gamba fasciata): - In fede mia, ci ho messo dugento anni: scusate il ritardo.

- Io: - Ma cazzat… cioè: è un onore, Generale Garibaldi (scattando sull’attenti e salutando militarmente), siate il benvenuto: gradite un cordiale?

- G.G.: - Ma di grazia, non voglio recar disturbo: vedo che siete occupato, Signore; se volete, ripasso.

- Io: - Per questo qui? (indicando un tizio seduto di fronte alla scrivania) ah, per dio! Non abbiate a considerarlo, mio Generale, Ve lo faccio subito uscir di vista: (al tizio) ehi tu, fuori dai piedi, forza, smammare!

- Il Tizio: - Ma… vevamente…

- Io (prendendolo per la collottola e per il fondo dei calzoni e spingendolo verso la porta): - fuovi… fuori cioè, vai via, avvocato! (tonfo di un corpo che rotola, sbatto la porta e torno indietro) …parassita…

- G.G.: - Mi spiace di avervi incomodato

- Io: - Che dite, Generale? Non era che un questuante; in quest’epoca, sapete, i più facoltosi han da chiedere limosine a chi, semplicemente, lavora.

- G.G. (assorto): - Non è cambiato nulla, allora; combattemmo vanamente…

- Io (accortomi della gaffe): - Oh, ehm… no, no, Signore, dicevo per celia, ehmm… bene… beh… vi trovo in grande forma, Generale: duecent’anni, ma sembrate un ragazzo, con rispetto parlando.

- G.G.: - Vi ringrazio; dovreste spiegarlo a codesto piede della mal ora, che con Austro e con Maestrale, mi fa male

- Io: - La ferita di Austerlitz?

- G.G.: - Perdonate, ma detesto esser confuso con quel tiranno còrso

- Io: - Ehm, certo… intendevo Alesia

- G.G.: - Beh, nondimeno Cesare… mi lusingate, Signore

- Io: - Per Giove, dev’essere il caldo, Generale… volevo naturalmente dir Midway

- G.G.: - Certamente intendete l’Aspromonte

- Io: - Ma certo, in tutta evidenza, sì.

- G.G. (evocativo): - Ah... fu un monte aspro invero... ma lo ricoprimmo di Gloria comunque, tal che da allora, brilla! (cambiando tono) Perché brilla, non è vero?

- Io: - Ah, beh… non v’è dubbio, Generale

- G.G.: - Mica ci avran fatto una discarica?!

- Io: - Una…noo! Non fia mai! Sui luoghi delle Vostre gesta! Un Italiano morrebbe piuttosto! S’ergerebbe a baluardo! Si immolerebbe in difesa! Si…

- G.G.: - Anche Borghezio?

- Io (forte imbarazzo): - …Eeeeee… Borghezio, Generale?…

- G.G.: - Borghezio, sì.

- Io: - Borghezio, Borghezio… oh bella, questo Borghezio: mai sentuto!

- G.G.: - Sapete, ho come il sentimento mi vogliate asconder una qual cosa

- Io: - Per la mia anima, Signore mio: non oserei!

- G.G.: - Allora mi sbaglio.

- Io (cercando di cambiare argomento): - Ecco… sì, ebbene, Signore… beh gradite, che so… un caffè?

- G.G.: - Lo gradisco, ma non lo avrò.

- Io: - Perdonate, non ho inteso

- G.G.: - Vivendo sui campi di battaglia, sapete, e dormendo ne’ pagliai con il proprio cavallo come giaciglio e come stufa, nel cuore un solo pensiero: “Libertà!” insidiati, più che dallo Straniero, da un nemico che mai si ritrova audace nella pugna ma come sciacallo si cela e solo al tacer dell’armi s’appalesa per addentare gli sconfitti e financo, con l’inganno, i vincitori…

- Io: - Parlate di Cavour

- G.G.: - Oh, gl’intriganti aristocratici da sala consiliare…

- Io (tra me): - stavolta ci ho preso

- G.G.: - Beh insomma: questa vita insegna alle rinunce di vanità; grazie del caffè: come gustato. Ditemi piuttosto di codesto Meridione: m’è giunta nuova ancor sia in mano borbonica! Ha da esser?

- Io: - Oh no, Generale, non vi han riferito cosa esatta, è piuttosto…

- G.G.: - Non è forse sommerso di rifiuti, privo di opere, taglieggiato da’ briganti, povero e sfruttato, afflitto da vergognosi nepotismi, amministrato da disonesti profittatori?

- Io: - Bene, Generale, come dirvi… sì, no, però…

- G.G.: - E allora sono i Borbone (si leva in piedi)

- Io: - Dove andate?

- G.G.: - A iscacciarli! Dove altro?

- Io: - Ma non si può!… non è più così che… ora non è così facile, sapete, credete…

- G.G.: - Lo feci una volta, lo rifarò adesso! Codesti distinguo, Signore, mi ricordano d'un tal conte piemontese che conobbi…! Animo, orsù, prendete la vostra spada! Vi lascio tre minuti per scrivere ai vostri cari, ché oggi col computer è presto fatta; avete una camicia rossa?

- Io: - Generale… non Vi ho spiegato…

- G.G.: - Un foulard! un drappo qualsiasi! Un tovagliuolo! Rosso, però!

- Io: - Sedete, Vi prego, Generale; ho da informarvi d’un fatto d’Italia che ha somma importanza

- G.G.: - Se riguarda l’Italia, dite! (si siede)

- Io: - Quei barboni… quei Borbone, vedete, sono… sono… sono… acclamati dal popolo, ecco!

- G.G. (esplosivo): - Oh questo! Non è certo cosa nuova! Il popolo… costretto all’ignoranza e privo di strumenti di giudizio, applaude ognun si trovi a far grida da un balcone o da una comune predella di carrozza… ma il popolo, certo, non ha diritti e non può eleggere i suoi rappresentanti; ah, potesse farlo!… ma ci arriveremo, ci arriveremo! (si alza e sguaina la sciabola) Orsù, cominciamo! (si avvia)

- Io: - Generale, come posso dirvi… ci siamo già arrivati

- G.G. (si ferma sulla porta): - A cosa?!

- Io: - Alle elezioni, Generale, al suffragio universale, come volevate; alla unione europea, come avevate auspicato e previsto, alla scuola dell’obbligo, come dicevate fosse giusto.

- G.G. (torna e si siede di colpo): - Cosa dite?! Avete applicato davvero le mie riforme? In tutto il suolo Patrio? È cosa vera e reale?!

- Io (tristemente): - Altroché, Generale

- G.G. (trasognato): - Ma è cosa magnifica… la migliore nuova della mia vita… tutti i miei sogni si sono realizzati… vi prego, non guardatemi, Signore

- Io (guardando a terra): - Ma il popolo…

- G.G.(virilmente commosso, evocativo): - …Quale maggior gloria, per un vecchio patriota che non l’esser inutile dopo la vittoria su ogni fronte?… tornerò a Caprera a coltivar sementi e a respirar l’aere libero d’Italia!

- Io: - …ha scelto i barboni…

- G.G.: - …Il mare mi porterà i balsami d’una Europa finalmente in pace! Ah, quanto sangue è necessario per l’armonia del mondo! Ah, quanto è lontana dall’uomo la libertà, tanto che a raggiungerla la si deve inseguir per tutto il globo! Ah… (di botto accorgendosi di quanto ho detto) COME AVETE DETTO???!!

- Io (timidamente): - Il popolo, insomma, a suffragio universale… li ha… li ha…

- G.G.: - LI HA??!!

- Io (in un soffio): - Eletti, Generale

- G.G. (dopo lunga pausa incredula): ...Ma è incredibile! Così, dopo tutti i nostri sforzi, il glorioso Mezzogiorno d’Italia si è fatto straniero nel nostro sangue!… (pausa, poi con determinazione) e bene: volgeremo lo sguardo a Settentrione, ove troveremo i Valorosi necessari per spargere la benefica infezione della volontà; ditemi dunque: cosa troveremo a Settentrione, a Settentrione, laddove di quei Mille vennero i più numerosi e tra questi i più furon Bergamaschi, sì che eran sempre più valenti nella guerra che comprensibili alla favella?

- Io: - Gl’Austriaci, mio Generale.

- G.G.: - E no! Magari ancor di sangue nostro!

- Io (sputando in terra): - Bleah, mio Generale, sì

- G.G.: - Anche a Bergamo? La città dei Mille?!

- Io: - Soprattutto a Bergamo, mio Generale. I bergamaschi, l'Italia, come dirvi... la voglion disunita.

- G.G. (dopo lunga pausa allibita): - E allora come si fa? Mica si può iscacciar lo popolo!…

                                                                                                   
  E con questa memorabile Frase Storica, ho visto ripartire il Generale Garibaldi; dopo un prolungato sguardo all’orizzonte lontano e parole mozze su una qualche epica disfatta, Egli ha rinfoderato la sciabola e si è avviato zoppicando verso la Sua Isola Che Non C’è Più, dicendo vagamente che sarebbe un giorno tornato con più di mille Valorosi (lo disse così, con la maiuscola) ma ho sentito la sua grande voce come un tuono remoto e quasi spento. E in ogni caso, se tornerà, con quel passo, andata e ritorno, temo ci toccherà aspettarlo per altri quattrocento anni.

Sono tornato alla scrivania, tra me pensando.

 

Pubblicato il 23/11/2009 alle 11.52 nella rubrica Una visita di....

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