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Se telefonando

Quella storia delle intercettazioni (son troppe, costano troppo, eccetera) era talmente comica che mi ha fatto ricordare il mio servizio militare, anche quello tanto buffo.



Peccato che ci tolgono le intercettazioni, ragazzi: io mi divertivo. Io e, credo, alcune centinaia di milioni di italiani, insomma almeno una parte di tutti gli intercettati, secondo stime credibili perché ufficiali. Io alle cose ufficiali, ci credo; l’ufficialità per me è roba seria, con l’ufficiale (se avete fatto il militare amici miei, lo sapete anche voi) non si scherza. Oddio, col sottotenente sì, un po’: io c’avevo un sottotenente proprio sotto; era timido, stava così schiscio che quasi mi faceva tenerezza; qualche volta gli passavo vicino, gli davo uno scuffiotto che gli faceva cadere il cappello e dicevo: “ha visto che corrente?” –  lui diventava tutto rosso e si rimetteva il cappello, fingendo di credere che gli fosse caduto per il vento; diceva: “può chiudere quella finestra per piacere?” e io: “il Colonnello ha detto di tenerla aperta; se lei fa in fretta a diventare Generale, poi gliela chiudo”.

Il Capitano, invece, era una sagoma: entrava canterellando, cantava: “…è arrivato il capitaanooo…!” e noi quasi ci strozzavamo dal ridere; era un capitano medico, cioè di quelli che gli altri sparano e lui rattoppa, quelli risparano e lui rirattoppa, poi quelli ririsparano… una vita da incubo. Infatti ciaveva i suoi begli problemi, i tic all’occhio e tutto il resto, sebbene lui non avesse mai rattoppato nessuno: in primis, non c’era la guerra; in secùndibus, non distingueva del catgut dal moccio e quando arrivava un malato, questo capitano si chiudeva nel cesso fingendo di essere morto. Anche con lui dunque si scherzava abbastanza: lo si chiamava “marescia’” perché, in aviazione, il capitano non ha i gradi a stelletta ma a striscioline come i marescialli di fanteria, e perché era un terronazzo (non un meridionale, proprio un terronazzo: sembrava figlio d'un bòssi). Requiescat in pace, tanto è sempre stato morto.

Poi c’era il Maggiore; anzi, il Maggiore non c’era, mai visto uno. Forse stava nascosto. E invece arrivava il Tenente Colonnello, che non è Tenente e basta, ma è pure Colonnello; questo signore arrivava e: zàn! - ci faceva vedere il culo. Va bene che eravamo l’infermeria, ma insomma. Ogni volta che veniva teneva in mano certe fialette gialle, calava le brache, si metteva a buhorìtto, come dicono a Livorno, e aspettava. Noi ci guardavamo un po’ – vado io, vai tu - si faceva la conta, eppoi andava uno di noi, e fingeva di fargli quella benedetta iniezione. Lui, tutto contento: “non ho sentito niente!” – e noi, malvagi: “proprio niente niente, Colonnello?” (ai Tenenti-Colonnello piace essere chiamati ‘Colonnello’ perché è come dirgli: ‘dài che sei Colonnello anche tu!’) – e lui, marziale, definitivo: “niente!” – poi si rimetteva le mutande e spariva, guarito.

Infine ecco il Colonnello vero; egli era pure tutto il Comandante. Certo, uno dice: “il ‘Comandante’ per me, è Che Guevara, mica quel pirla qua” – ma noi eravamo una caserma di periferia e ci dovevamo accontentare. Il Colonnello-Comandante-Quel-Pirla-Qua arrivava a larghi passi e apriva le porte senza chiedere permesso (ad uno con meno abbagli sulle spalle, questo genere di scortesie poteva dare grossi ma grossi fastidi) e chiedeva medicine tropicali. Voglio dire che chiedeva roba che non avevamo, roba stranissima che forse leggeva sulle rubriche del barbiere; noi, pazienti: “comandante, ciabbiamo il metile salicilato” – e lui: “no! Voglio il difurampinzone” – noi ci si guardava e poi io dicevo: “Aldo, vai a prendere il difurampinzone”. Aldo non era uno sciocco, Aldo era uno che capiva al volo, Aldo andava nel magazzino e prendeva una di quelle robe sconosciute, senza l’etichetta, che stavano dimenticate da qualche parte, in certi scatoloni scassati; gli toglieva la polvere, ci rimetteva il tappino e tornava. “Difurampinzone?” – chiedeva il Comandante. “Sissignore” – rispondevamo noi unìsoni, scattando all’impiedi. “Lo dicevo io!” – diceva lui, e se ne andava contento di averci insegnato il mestiere. È sopravvissuto.

Beh, di ufficiali, lì, poi non ce n’erano più. Era una caserma di periferia, come ho detto, e ci si arrangiava con quello che avevamo; ma eravamo così giovani e si sa che i giovani si divertono pure con poco, perché hanno tanta fantasia. Accade così che, alle esercitazioni, in mancanza delle maschere antigas si indossino quelle di carnevale, che si curi una contusione al polso con quaranta metri di bendatura elastica finché l’infortunato pare Tutankamon, o – come facevano quegli artisti delle cucine – si preparino per la mensa ufficiali piatti con i condimenti più svariati, e impensati (a meno di non essere un Vissani che si fa le pere) nonché ricchi di fermenti ed Escherichia Coli, diciamo come lo yogurt.

Ma forse sono uscito un po’ fuori tema: si stava dicendo delle intercettazioni. Eh già; beh, peccato che non le fanno più, a me dispiace proprio: mi ci divertivo. Avrà anche ragione, il Provenzoni, a dire che ci lèdono la pràivasi, che è una cosa importante soprattutto quando sei sul vasone e ti spuntano telecamere da tutte le parti, ma poi è anche questione di abitudine: l’agente assegnato a me, per esempio, mi ascoltava così spesso che l’avevo soprannominato ‘Ricchione’ e ogni volta che telefonavo, lo salutavo:

 

Io: - uéh, Ricchio’.

Agente intercettore: - mi chiamo Antonio.

Io: - famiglia, tuttobbène?

Agente intercettore: - insomma; mio cuggino cià la sciatica.

Io: - òlla maro’! E va dal professor Dovè no? Lo conosci?

Agente intercettore: - il professor Dovè?...

Io: -  Dovè Giosuè; chiedi all’Ospedale San Tana, di Lecco di Sotto; è un luminare, un santo, un martire; di’ che ti mando io

Agente intercettore: - grazie Interne’, menomale che ti intercetto!…

Io: - ma ti pare? Vai vai, Ricchio’…

 

Mi divertivo a fargli gli scherzi mi divertivo; gli facevo fare dei giri e poi, quando telefonavo ai clienti, lo sentivo, gli facevo:

 

Io: - e allora, Ricchio’?

Agente intercettore: - però non è giusto, solo perché siamo ignoranti e con un lavoro da vomitare, trattarci così…

Io: - hai ragione Ricchio’, sono pentito. Senti, ho preso una multa; ci pensi tu?

Agente intercettore: - e mo’ pure la multa… e non mi dici mai niente di compromettente… che soddisfazione ho io?

Io: - ti amo, Ricchio’, contento? Toglimi la multa, dài.


 
Ah, come ci si diverte con poco.

 

Pubblicato il 24/5/2010 alle 23.8 nella rubrica diario.

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