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Gioiosamente perso



Occhetto, Achille Occhetto! – chi era costui?

I giovani non possono saperlo perché i corsi scolastici di Storia si fermano prudentemente alle Guerre D’Indipendenza allo scopo di non urtare suscettibilità belluine, ed i vecchi, i vecchi dimenticano sempre più facilmente man mano che gli anni avanzano.

Ma lui ci fu.

Come Rimbaud, fu una meteora; anzi, lo fu come l’asteroide di Tunguska: una strisciata, un botto, un po’ di vetri rotti, e si pensa ad altro.

Pergiove, no, non passiamo subito oltre (anche se parlare dell’asteroide di Tunguska stuzzica di più, confessiamolo), perché Achille Occhetto – o giovani che non ci foste e vecchi che ci steste, a quel gioco di changez la masque - realizzò il sogno di ogni epoca, di ogni società e di ogni religione:

cancellare il Comunismo; azzerarne l’dea, la storia, la pratica, il valore, l’onore, financo il sentore.

Nessuno prima di lui vi era riuscito e, sebbene ognuno avesse tentato quell’impresissima, non Papi taumaturghi né onnipotenti tiranni sanguinari avevano avuto agio di circonfondersi di una gloria così; sotto le bombe e le minacce infatti, sferzato a sangue suo e d’acque benedette, il Comunismo cresceva e si nutriva dell’odio vomitoso ad esso rivolto, riempiendo sempre più cuori, e dilagava come un’onda di marea.

Poi venne Occhetto.

Un uomo mite e colto, garbato, dal sembiante innocuo di travet. Egli sortì dal seno più prosperoso di quella dottrina: era un comunista da Grundrisse, un uomo d’apparato, vecchia scuola delle botteghe scure; animi carbonari l’avevano allevato, figli di guerre dei monti, densi d’ideali, vibranti di Rivoluzione.

Germe e poi pianta di così lunghe radici, Occhetto traspariva, a tratti, dietro le spalle dei suoi maggiori: l’ultimo Comunista-faro Berlinguer e l’ultimo dei Mohicani, quel Natta professore che pareva un’invenzione di Marenco e nascondeva però, dietro la figura da esile bibliotecario, un pugno sinistro levato al cielo come una torre merlata.

Morirono entrambi, quegli ultimi, il primo gloriosamente, come gli era naturale e dovuto, in mezzo alla sua folla fedele trascinata, il secondo da buon uomo comune, in un capezzale di famiglia. Occhetto restò solo in quella luce.

Che fare? – certo si chiedette. Il Mondo attorno a lui tramava (ma il Mondo trama da che è nato) e presto, a balzelloni, i cibatori di carogne s’appressarono ai morti di quegli anni. Occhetto non aveva cuore combattente, era un lettor di testi ed un esecutore di direttive; guardò quegli animali arcigni con smarrimento.

Arrendersi, ma non si può, non quando si ha una tale storia di battaglie ed un blasone tanto glorioso; arrendersi così, non si può. Gli animali d’immondizia oscillavano sempre più vicini. Occhetto cercò di berciare con voce tonante, per spaventarli, e avrebbe potuto funzionare, ma lui non aveva voce di basso profondo ed il suo tono mezzosoprano scoraggiava per primo egli stesso. I brutti e sporchi e sgraziati erano tanto prossimi che Occhetto – abituato alla grandezza di una nobile casata – si nauseò. Il Comunismo lo guardava aspettando l’ordine del Capo, perché il Comunismo è così: come una legione Romana, capace di pugnare o morire, ma solo all’ordine del Capo. Il Capo era Occhetto.

Il divertente e commovente personaggio di Brancaleone Da Norcia era pronto alla lotta, ma non aveva un esercito, ed ognuno di noi può essere Brancaleone se non vede un esercito accanto a sé, pure quando l’esercito c’è. Perché il Capo deve saper vedere, prima di tutto. Gli animali protendevano ormai i loro grugni fetenti, ed Occhetto, voltandosi per il disgusto, abdicò, abdicò tutto quanto.

Il suo animo troppo sensibile credette di salvare da uno strazio di avvoltoi il Comunismo, negandone l’esistenza. Così fanno i bimbi prima dell’età della ragione, nascondendo il volto tra le mani e dicendo “non ci sono più”. Gli avvoltoi beccarono, ma – come diceva Totò – io non sono Pasquale. O almeno non più.

Gli avvoltoi beccarono i comunisti, che però non c’erano più; Occhetto pensò così che gli avvoltoi beccassero a vuoto; in tutte le sue letture mancava quella profonda, filosofica, psicologica, pedagogica storiella raccontata da Totò e così non seppe che fare e, semplicemente, fece.

La montagna sgretolò in sabbia e poche pietre. Passò il tempo e, con esso, Occhetto, l’ultimo Capo del Comunismo, non l’ultimo comunista. Gli enormi territori vuoti del Comunismo furono traversati da selvaggi barbari, razziatori affamati, frenetici nel loro bisogno e nella loro eccitazione alla vista di una tale ricchezza incolta. E i territori, dopo essere divenuti preda, persero la propria identità; il sangue si mischiò, tutto divenne meticcio, niente fu più definito. Dell’antica grandezza, restava solo il nome, proprio quel nome negato, mitico al punto da essere ancora spaventevole per i selvaggi che un tempo vi erano soggetti.

Occhetto si perde’ negli anni della cronaca, dopo la sua meteora nella Storia; svanì.

Ma non morì. Eccolo qui.

Scrive un libro: “La gioiosa macchina da guerra” nel quale racconta, da reduce e non da Capo, come L’Ultimo Imperatore della Cina, quella che qualcuno chiama una svolta, altri una resa per suicidio. Furio Colombo (che comunista fu mai e forse queste cose non le avverte) lo loda come d’uno che capì quel che s’aveva da fare di fronte al crollo del Muro di Berlino (muro che però – come dice il nome – stava a Berlino) e aridanghete ed eccetera. Ma Occhetto, nel suo libro, critica poi l’atteggiamento della “sinistra”, verso lui ed il Paese, e sembra a me un incosciente, come di quelli che parlano da soli per la strada, ma, se li interroghi, dicono di star parlando con qualcuno.

Una rovina epocale. Eppure io però non riesco a condannarlo; mi sento indulgente perché, guardando Occhetto, sento che gli sono affezionato per la sua onesta, sebbene assurda, convinzione. Sappiamo come gli affetti impediscano la terzietà. Così penso per Occhetto alla giustezza di una vecchia definizione che ammantava di nobiltà immeritata dei veri (al contrario di lui) scardinati: “compagni che sbagliano”.


Pubblicato il 24/9/2013 alle 14.27 nella rubrica diario.

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